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... un rumore assordante, vittime di niente

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Cuando pensé que el día iba a ser común y corriente, llego ese mensaje inesperado que de alguna manera le dió mucha alegría a mi día.
Ya puedo dormir agusto :)
E' un dolore indescrivibile quando capisci di non poter più avere qualcosa che ti ha reso felice.
Fabio Volo, “Quando tutto inizia”.
Eternità Tra un fiore colto e l’altro donato l’inesprimibile nulla.
Giuseppe Ungaretti
La poesia supera la Storia e fa parlare l’inesprimibile: Pasternak e Majakovskij, gli eroi della Rivoluzione
Vorrei spendere ancora due parole in merito all’ormai trascorso e pluridecantato centenario della rivoluzione russa per due motivi. Il primo motivo servirà ad isolare la causa che portò all’instaurarsi della dittatura da tutto il resto. La causa è stata il partito bolscevico, tutto il resto è stato l’attesa di un rinnovamento a livello politico, sociale ed umano, necessario e sentito in Russia a cavallo dei secoli XIX e XX. Spesso infatti ci si sofferma solo sulle estreme conseguenze di ciò che accadde dopo il 1917, per catalogare un intero movimento, passato alla storia con il nome di rivoluzione russa, e ci si dimentica delle premesse, degli sviluppi e degli uomini che vissero quei giorni. Per tornare alla causa che portò alle estreme conseguenze della rivoluzione russa, basta dire che ciò che accadde in quei giorni di ottobre non fu semplicemente l’instaurarsi di una dittatura che pretendeva di imporsi sulla realtà, ma l’instaurarsi di qualcosa che pretendeva di essere tutta la realtà, fu l’instaurarsi di un fenomeno quasi religioso. Come scrisse Nikolaj Berdjaev, noto filosofo del tempo, “il bolscevismo russo è un fenomeno di ordine religioso, in esso agiscono alcune estreme energie religiose, se per energia religiosa si intende non soltanto ciò che è rivolto a Dio. La surrogazione religiosa, la religione inversa è anch’essa un fenomeno di ordine religioso, in questo sta la sua assolutezza. Il bolscevismo non è politica, non è semplicemente lotta sociale. E’ uno stato dello spirito e pretende di prendere tutto l’uomo, tutte le sue forze, vuole rispondere a tutte le sue esigenze”.
Boris Pasternak e famiglia, nel 1920
Il secondo motivo è ben più ampio e riguarda la categoria che spesso viene strumentalizzata in casi come questi, sia dai contemporanei sia dai posteri: la categoria dei poeti. Perché i poeti che vissero in quel periodo vengono chiamati i poeti della rivoluzione? Perché sono nati in un dato momento storico. Ebbene, io vorrei prenderli per quello che sono stati: dei poeti inseriti in una dimensione spazio temporale circoscritta. Punto e basta. Parlerò di due poeti in particolare per i quali la rivoluzione ebbe un significato preciso. Il primo è Boris Pasternak (1890-1960). Per lui il poeta è uno spettatore, un testimone, non partecipe degli avvenimenti. All’inizio le sue poesie non erano comprese, sembrava fossero distaccate dal tempo, un tempo che esigeva che tutto riecheggiasse la rivoluzione in atto. Solo Majakovskij ne intuì la forza: “le sue opere sono fra i modelli di una nuova poesia che stupendamente sente la contemporaneità. La sua essenza non è frutto dei libri, ma ha potuto formarsi solamente nelle circostanze della nostra vita”.
Di lui non si può parlare di “versi sulla rivoluzione”, essa è onnipresente e inafferrabile come l’aria.
Come di bronzea cenere caduta dai bracieri,
di scarafaggi brulica il giardino assonnato.
Vicino a me, a livello della mia candela
sono sospesi universi fioriti.
E come in una fede inaudita
io entro in questa notte,
dove il pioppo vetustamente grigio
ha ombreggiato il confine lunare.
Dove lo stagno è un mistero svelato,
dove bisbiglia la risacca del melo,
dove il giardino è sospeso come palafitte
e tiene dinanzi a sé il cielo.
La sua è una rivoluzione costante, la quale, anche se in termini di rinnovamento della società, verrà tradita, continuerà sempre, perché ripone la sua fiducia nella natura e nel continuo rinascere della vita: “Ho sempre inteso il tutto – la realtà in quanto tale – come un messaggio ricevuto o un arrivo inaspettato, e mi sono sempre sforzato di riprodurre puntualmente questo carattere di messaggio, perché mi sembrava di trovarlo nella natura stessa dei fenomeni. Tale dev’essere la vita. Deve essere la tragedia della pienezza. La tragicità della vita è la sua legge naturale, essa deve essere tragica per essere reale. Quando poi sulle sue testimonianze versi lacrime, non è perché in essa le circostanze si sono combinate in maniera sfortunata, ma perché essa è costata cara. É la sua grandezza che fa piangere”.
Quelli che seguono son versi tratti da una poesia scritta nel 1931, L’alba.
E dopo molti, molti anni
la tua voce di nuovo mi ha turbato.
Tutta la notte ho letto i tuoi precetti,
rianimandomi come da un deliquio.
Il deliquio è la vera vita che è concessa di vivere al poeta in rari momenti: riprendersi dal deliquio, scoprirsi nell’universale. La realtà si svela a noi perché è una forza. La forza, così come la vista e la coscienza sono dirette verso l’esterno. Sono un’energia che richiede di essere spesa.
Voglio andare tra la gente, nella folla,
nell’animazione mattutina.
Sono pronto a ridurre tutto in schegge
e a mettere tutti in ginocchio.
Egli passava nel folto delle battaglie, che avrebbero mutato la Russia, come un sonnambulo, destandosi a tratti per annotare con voce assonnata, non le gesta del popolo, ma i prodigi del cosmo.
Vladimir Majakovskij, morirà suicida nel 1930
Il secondo è Vladimir Majakovskij (1893-1930). Differentemente da Pasternak, egli ama esaltare se stesso; assume la posa del cinico e del tracotante, adopera immagini molto forti. La sua attività artistica durante gli anni immediatamente seguenti alla rivoluzione d’ottobre, è immensa. Per lui il dilemma dell’aderire o del non aderire non esisteva. La rivoluzione proletaria era il suo elemento naturale. Il teatro, il manifesto politico, la satira, le parole d’ordine, insieme alla poesia lirica, diventano i suoi mezzi più immediati ed efficaci d’espressione. Una delle sue peculiarità che lo rendevano così simile a un tuono era il fatto che non sopportava la quotidianità. Tutto doveva essere grandioso, non poteva essere altrimenti. Se esisteva l’amore allora doveva esserci anche la rivoluzione! Qualcosa di cosmico, enorme!
Amara
significa
correre in fondo
al cortile
e sino alla notte corvina
con l’ascia lucente
tagliare la legna,
giocando
con la propria
forza.
Amare
è balzare
dalle lenzuola
strappate dall’insonnia,
gelosi di Copernico
Ma a fianco delle iperboli e delle metafore vivissime, delle arguzie, dei giochi di parole, si inserisce a tratti un singhiozzo, uno scoppio di pianto.
Se urlerò a squarciagola
io
con la mia voce immensa,
le comete torceranno le braccia fiammeggianti,
gettandosi a capofitto sulla malinconia.
[…]
Passerò,
trascinando il mio enorme amore.
In quale notte
delirante,
malaticcia,
da quali Golia fui concepito,
così grande e così inutile?
Il suo tema dominante era l’amore. Uno dei suoi più grandi poemi, insieme alla Nuvola in Calzoni è Di questo. Uscì per la prima volta nel 1923. Un poema progettato, appunto, sull’amore.
E’ un tema furbo!
Si tuffa dentro ai fatti,
nei recessi degli istinti, preparandosi al balzo
furibondo ormai
osano dimenticarlo
ti scuote;
cadranno le anime dalle pelli.
Questo tema s’è presentato da me iroso
e m’ha ordinato:
Dammi
il freno dei giorni! –
Ha guardato, con una smorfia,nel mio quotidiano,
come una tempesta ha disperso uomini e cose.
Il punto principale di questo poema è la difesa dell’amore minacciato dai meschini valori della vita borghese. Majakovskij credeva nella rivoluzione che avrebbe cambiato qualcosa, ma purtroppo non riusciva a far tornare i conti.
Che posso farci
se io
con tutta,
l’intera portata del cuore
in questa vita,
in questo
mondo
credetti
e credo.
Capì infine che la vita dell’arte non era più possibile e il suo suicidio non fu un atto di capitolazione ma un grido, il grido che la rivoluzione era morta. A conclusione di questa mia riflessione, emergono due cose: la prima è che, sebbene la storia sia inevitabilmente intrecciata all’esito e all’attività artistica in generale, è anche vero che in qualche misura se ne discosta. In campo artistico quello che ci arriva non sono le gesta poetiche di grandi uomini vissuti in un dato periodo storico, ma è un’intensità, una forza in grado di far parlare l’inesprimibile, dalla tragedia di un popolo a un pioppo nel campo. La seconda è che vi è un’essenza in ogni poesia che trascende la storia e inspiegabilmente l’abbraccia. Per dirla con le parole di Brodksij: “La poesia è una reazione al mondo, un po’ come fare le smorfie nel buio o le boccacce alle spalle del bastardo di turno, oppure è un modo per controllare la paura o il vomito. La poesia è un modo per cui “per te la luce o il buio si rifrangono”.
Isabella Serra
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La realtà non esiste. Deve incontrare il vuoto (...) per cominciare, partendo di lì, a vedere, sia pure le cose più umili, e ad afferrare quella che chiama la realtà - la seduzione del puro istante, l'insignificante scintillazione astratta subito spenta, che non rivela niente e subito ritorna al vuoto che ha appena rischiarato. E l'esperienza dell'istante: niente di più facile, si potrà dire; facile, non so, ma esige tale separazione da sé, un'umiltà così grande, una fedeltà così totale verso un potere illimitato di dispersione (l'essenza dell'infedeltà - alla presenza, all'identità) che chiaramente rivela il rischio che bisogna correre, alla fine. Tradimento. "Riconosco che è esatto, io non ho il dono della realtà. Io scarnisco deliberatamente fino ad un certo punto, perché non ho fiducia nella realtà...". Il vivente, la vita non bastano e non garantiscono niente. Fedeltà. Per Virginia Woolf, dunque, la realtà non esiste. Ma questa vacanza del reale non è un'assenza. La Woolf non è, tutto sommato, una nominalista. La Woolf restò fedele alla realtà, ogni sfiducia è episodica e troppo dichiarata. Il fatto è che a lei la realtà si mostra come divisa in due, perpetuamente scissa: da una parte ciò che si vede, si può dire, si può comunicare; ed è tutto quello che non importa: è la storia, la casa, la sua celebre casa editrice; dall'altra ciò che non si vede, ciò che non si dice, ciò che sappiamo incomunicabile per sempre: un mito dell'Assoluto e dell'Autentico, in fondo come uno scrittore dell'Ottocento ora deluso. Fra queste due "realtà", fluttua quella strana e singolare materia è la letteratura: si può parlare di tutto (tutto ciò di cui parla la letteratura) perché è ovviamente memoria, finzione, arbitrio, romanzo: anche se il tessuto narrativo di ogni romanzo della Woolf è fornito precisamente da ciò che non si comunica (i monologhi interiori, il flusso di coscienza, ecc.), quasi a indicare che, pure, alla letteratura è affidato il compito di "esprimere" nonostante lo scacco cui è destinato il problema dell'espressione. (...) Residui. Ma l'insicurezza rimane. Il legame con la dispersione, con la discontinuità, col frammentario splendore delle immagini, col fascino luminoso dell'istante, è un cammino terribile, una terribile felicità, soprattutto quando deve, alla fine, produrre un libro. Per radunare il disperso, fare il discontinuo continuo, stringere il vago in un tutto unificato... (...) La deriva. La frase di Virginia Woolf è breve, singhiozzante, smozzicata. La sua sintassi si sfrangia in rivoli infiniti, ricca di echi, di ritorni allusivi. E' una paratassi nonostante la sua complessità. Eppure, tutto sommato, questa paratassi ci appare come una ipotassi prima vagheggiata, e poi degradata, perduta. All'inizio c'è un progetto (che noi ricostruiamo in controluce, ma che ovviamente non compare mai in scena) di abbracciare la realtà nel suo insieme, in una lunga frase infinita. Però non ne viene fuori altro che spezzettamento, fallimento: sonorità, soggettività, espressione, ritmo, effetto speciale di ogni parola. Quasi che (...) non si potesse arginare l'emorragia della realtà altrimenti che attraverso l'attribuzione ad ogni singola parola d'un effetto conclusivo, a sé stante, "pieno".
F. Cordelli, Le voci in capitolo, in V. Woolf, Tra un atto e l'altro, Guanda
“Scrivevo silenzi, notti, segnavo l’inesprimibile. Fissavo vertigini.”
(da Alchimia del Verbo, Arthur Rimbaud)
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