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L’altro giorno, S. mi ha detto che durante il lockdown c’era un tizio chiuso in un appartamento vicino al suo che gridava, poi ha smesso. Mi ha detto, scrivici un racconto. Credo che scherzasse, ma il racconto l’ho scritto lo stesso, perché ho la vocazione del giullare e voglio disperatamente che le parole siano un ruolo, un’identità, una chiave, sebbene abbia continuamente prove del fatto che non servono assolutamente a niente. Il racconto è più lungo, ma questa è la parte che parla di S.: “Ero sveglia da giorni, speravo rimandasse. Sarebbe successo, lo sapevo, ma non quel giorno, non quell’altro giorno. Adesso, che non serve più stare sveglia, non riesco a dormire. Chiusa qui, certo, ma sempre meno di lui, ho passato il tempo a misurare a millimetri le differenze di solitudine, cucire e appendere e osservare i pupazzi anatomici delle molteplici forme d’abbandono. Io voglio vivere! Anche chiusa qui, io vivo, non come lui - che era rinchiuso come me, ma non proprio come me. Al primo urlo mi sono detta: ora lo salverò. Solo un attimo, per acconciare questa vita immensa - che desidero, più di ogni altra cosa - come i miei capelli millenari, tutte le storie del mio corpo che infine si sciolgono, compiono la loro trama. Infine sarò vivissima, e salverò anche lui. Finché ho sentito lo sparo. Ma era evidente che non ce l’avrei fatta, non sono ancora abbastanza viva. Mi sono sentita in colpa, ma non mi concedo più di sentirmi in colpa. Ho pensato di costruire un telefono coi barattoli e il filo e parlargli attraverso il muro. Credo funzioni così. Però no, la latta e il filo trasmettono troppo, si rischia di legarsi accidentalmente. Non si può salvare qualcuno senza essere salvi, mi ripeto. Alla fine, il giorno della redenzione di tutti i miei nodi, tornerò indietro e salverò tutti. Anche lui, stringerò forte il suo corpo e sarà tutto quello che mi sono permessa di fare. Tutto ciò che non ho fatto, è perché eccedeva un certo confine: non si può comporre una vita con pezzi dai contorni incerti, pezzi che esplodono in ogni direzione, vivi. Io voglio vivere! Con un certo ordine, che non implica ascoltare la voce a scadenza di qualcuno nel palazzo vicino. C’è tempo per tornare indietro dal mio futuro di felicità, con la ghirlanda in testa e i seni nudi e i petali nel cesto. Come si torna alla prima notte, lasciata lì ad aspettare. E poi quelli a cui telefono, quando non riesco a dormire, mi danno sempre ragione.“
Viuzzo dei Catinai
Viuzzo dei Catinai
Mettiamo che sia una bella giornata di sole in pieno inverno. L’aria è fredda, ma tersa, fragrante e pungente. Niente di meglio per una bella passeggiata, magari verso il Pian dei Giullari, dove si incontra un dedalo di viuzze strette, con mura che nascondono ville e villini integrati nel paesaggio; ogni tanto si incontra un tabernacolo o un muro che, da un piccolo squarcio, offre una visione incantata su Firenze.
Una tra queste meravigliose stradine è il Viuzzo dei Catinai, una strada collinare storica che collega Via del Pian dei Giullari con Via delle Cinque Vie, nell’abitato delle Cascine del Riccio. Stradina ormai solitaria, ripida, per questo detta anche Erta, che ha un incantevole fondo di ciottoli, famosa nei secoli per essere stata la strada di collegamento tra l’Impruneta e Firenze, percorsa fin dal Quattrocento dai fabbricanti e venditori dell'Impruneta con i loro barrocci trainati da muli, carichi di orci, mattoni e catini in terracotta invetriata marezzata di verde.
Prende il suo nome, come facilmente intuibile, dai “catinai”, i produttori di catini che usavano questa via, ed è una stradina che evoca il passato di Firenze, legata al commercio tradizionale di prodotti in terracotta.
La strada era utilizzata anche dai pellegrini per recarsi da Firenze al Santuario Mariano dell’Impruneta, e da qui passava infatti la processione solenne della miracolosa Madonna dell’Impruneta. Prima di giungere alla Cascine del Riccio, in fondo alla discesa, si trova un tabernacolo del XIV secolo, in stile gotico, originariamente dedicato alla Madonna dei Ricci (adesso, con una formella moderna, alla Madonna dell’Impruneta).
Il nome “Ricci” deriva dalla nobile famiglia fiorentina che, avendo qui possedimenti, diede il nome a questo antico borgo (Cascine del Riccio) attraversato dal fiume Ema. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu fatto saltare il ponte medievale che conduceva da qui a Grassina. Il ponte era chiamato “Iozzi”, da “osoli”, cioè “orci”: quelli che gli artigiani imprunetini conducevano a Firenze anche attraverso questo ponte.
Gabriella Bazzani Madonna delle Cerimonie
Tutti a correre a fare accordi e spartirsi i posti di comando:grande politica di giullari di corte..Buongiorno, oggi acidino..Forse !!
GS
Rassegna di arte musica popolare nel Lazio. Memorial Giuseppe Conte.
Rassegna di arte musica popolare nel Lazio. Memorial Giuseppe Conte.
Tramite la pagina social del gruppo folklorico I giullari abbiamo voluto condividere il manifesto di questa manifestazione giunta alla 26 esima edizione e quest’anno dedicata al memorial Giuseppe Conte che proprio oggi il 10 luglio 2018 venne a mancare.
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Breve storia di una storia breve...
E quando tutti dormono i giullari si tolgono il cappello con i campanellini, si siedono a terra e sospirano, senza ridere. E quando tutti dormono i re si tolgono la corona coi lustrini, si siedono a terra e piangono.
Che peccato mortale che certe persone si comportino da giullari e si siano perdute in un bicchier d'acqua colmo di vizi e di boria. Se solo sapessero o riuscissero anche lontanamente ad immaginare quello che avrebbero potuto avere se avessero indossato la corona del Re al posto di quel rumoroso cappello
Che peccato mortale che certe persone si comportino da giullari e si siano perdute in un bicchier d'acqua colmo di vizi e di boria. Se solo sapessero o riuscissero anche lontanamente ad immaginare quello che avrebbero potuto avere se avessero indossato la corona del Re al posto di quel rumoroso cappello...