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Reposted from @snobmilano (@get_regrann) - #Snobmilano #sunglasses #2019 #newcampaign #giannino #trelenti #3lenses #coolglasses #instaglasses #occhiali #occhialifighi #ss19 #superblymadeinitaly #wearesmartpeople - #regrann (at Beirut, Lebanon) https://www.instagram.com/p/B0jBpE6g_gK/?igshid=1719koico7n1e
Il "Sole" caccia Giannino da Radio24, è polemica - IlGiornale.it
Ma è anche altrettanto vero che è un’oggettiva forzatura, la pretesa del governo italiano di aver “già varato” tutte le riforme necessarie e concordate. Il dato di fatto è che la crescita stimata al 2016 dell’Italia – in un ranking comparato aggiornato da Bloomberg all’inizio di questa settimana – resta al’85° posto su 95 paesi. La ripresa dell’occupazione resta lenta, ed è addirittura scesa nella coorte giovanile tra i 15 e i 24 anni. Si risale al 2,2 e anzi al 2,4% di deficit dall’1,6% concordato, abbandonando del tutto la spending review annunciata a inizio-governo, e varando invece – parole di Renzi nella conferenza stampa di fine anno – una “spending lorda” con cui palazzo Chigi rivendica di poter spostare da una voce all’altra la spesa più necessaria, senza ridurla ma a saldi finali peggiorati. In più, il governo ha fatto scrivere per tre mesi alla stampa italiana che lo sforamento era già concordato con Bruxelles. Mentre non era e non è così, visto che la Commissione si è riservata il giudizio finale sulla finanziaria 2016 alla prossima primavera.
Controcorrente: nella polemica Renzi-Juncker, i torti sono a casa nostra - LeoniBlog
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Cosa Succede al Monte dei Paschi (Spiegato da Oscar Giannino)
Vale la pene leggere la storia recente del Monte dei Paschi sotto la lente e attraverso la penna di Oscar Giannino.
Guest post da Leoni Blog, di Oscar Giannino
Quel che oggi è avvenuto a Siena mostra purtroppo che l’Italia è assai restia a cambiare sul serio, quando vengono al pettine disastri figli di improprie commistioni tra politica e finanza. E’ amaro dirlo: gli effetti della decisione di ieri non si ripercuoteranno solo su Siena, che dall’esplosione del plurisecolare Monte dei Paschi ne ha già subiti tanti. Colpiscono la credibilità dell’intero sistema bancario italiano, e dei suoi regolatori pubblici, il Tesoro che vigila sulle Fondazioni bancarie, e la Banca d’Italia che vigila sugli istituti di credito.
In seconda convocazione dopo che il giorno prima gli investitori istituzionali e i fondi esteri non si erano presentati non fidandosi delle liti italiane, l’assemblea del Monte dei Paschi di Siena ha respinto la proposta del presidente Profumo, dell’amministratore delegato Viola e della maggioranza del cda della banca: un aumento di capitale di 3 miliardi da realizzare subito, essendo già stato richiesto e contrattato nei dettagli con l’Unione Europea grazie all’assistenza di Tesoro e Bankitalia, ed avendolo già annunciato i manager ai mercati mondiali, chiudendo anche un accordo internazionale con primarie banche per il consorzio di garanzia necessario al buon successo del collocamento.
E’ passata la linea sostenuta dalla Fondazione, che chiede un rinvio di almeno 6 mesi della ricapitalizzazione. Perché altrimenti in tempi rapidi non ha modo di trovare compratori per il 31% residuo della banca che le è restato in mano. Antonella Mansi, presidente della Fondazione, si è battuta come un leone per un rinvio che apparentemente sembra ragionevole. E invece non lo è affatto.
La Fondazione è indebitata con le banche per 339 milioni su un patrimonio residuo di poco superiore ai 500. Non solo non ha i denari per partecipare all’aumento di capitale e difendere il suo 31%. Se non trova acquirenti per un bel po’ delle sue attuali quote non è in grado di rimborsare le banche, e a quel punto le perdite sul patrimonio residuo salirebbero oltre la soglia di legge. In altre parole la fondazione senese finirebbe fallita. Proprio quella tra tutte le fondazioni che più ha sfidato nei decenni la legge istitutiva. Nella condiscendenza generale della politica e dei regolatori. Create all’inizio degli anni 90 per “accompagnare” le ex banche pubbliche al mercato, le fondazioni dovevano per la legge Ciampi dismettere nel tempo il controllo degli istituti di credito e concentrarsi sulla restituzione al sociale e ai territori (a cui dovevano il patrimonio, formatosi nei decenni delle banche pubbliche) di flussi crescenti di un capitale sobriamente impegnato in asset non speculativi.
La fondazione senese – espressione del Comune e Provincia di Siena, e della Regione Toscana, cioè del Pd – è rimasta invece ben oltre il 50% del capitale MPS, fino all’esplosione di quest’ultima. E quando fu necessario un primo aumento di capitale nel 2011, a fronte ormai dell’evidenza del prezzo folle pagato da Mps a fine 2007 per acquisire Banca Antonveneta – 10 miliardi al Santander, che se l’era aggiudicato per 3 in meno pochi mesi prima – pur di non scendere sotto il 50% la Fondazione si indebitò ulteriormente, concentrando una quota elevatissima del proprio patrimonio solo sulla scommessa del controllo dell’istituto, autorizzata allora dal Tesoro (che vigila sulle fondazioni) e dal governo di centrodestra. A riprova che se MPS era del Pd, a tutta la politica andava “l’attenzione” della banca. Oltre a “conti d’attenzione” per esponenti dei partiti, MPS comprava forsennatamente BtP.
L’aumento di capitale 2011 per altro non bastò a reggere patrimonialmente la banca, tanto che fu necessario l’intervento dello Stato con 4 miliardi di Tremonti bonds, su cui grava un interesse elevato, il 9% e in crescita di mezzo punto l’anno, e la clausola che in caso di mancata restituzione possano trasformarsi in capitale della banca, cioè in nazionalizzazione.
Quando, alla fine del 2012, sono esplose le indagini giudiziarie ed è venuto al pettine anche il nodo dei derivati per centinaia di milioni contratti da Mps per alleggerire le perdite e truccare i conti, non scrivendoli in bilancio per anni, la banca ha cambiato guida, con l’avvento di Profumo e Viola. Il sindaco di Siena ad aprile è cambiato anch’esso, dal dalemiano Ceccuzzi al renziano Valentini. E infine è cambiato il vertice della fondazione: il Pd era fuori causa, e ha affidato la guida all’imprenditrice Mansi, vicepresidente nazionale di Confindustria. Sembrava cambiato tutto, e la lezione “basta con la politica nelle banche” finalmente appresa. Invece, macché.
A Profumo e Viola sono toccati mesi durissimi: due successive versioni di piano industriale lacrime e sangue, alla base del recupero di credibilità necessario a poter lanciare un nuovo aumento di capitale. Quando a ottobre tutto era pronto, a fronte della presenza del sostegno pubblico coi Tremonti bonds l’Unione Europea ha chiesto che l’aumento di capitale passasse da 2,5 a 3 miliardi, e un indurimento ulteriore del piano industriale.
La montagna da scalare del recupero di efficienza di una banca disastrata da decenni di controllo politico è tutta in salita: tagli al personale per 8 mila unità, 3.400 in più dei 4.640 già previsti, chiusura di 550 filiali invece delle 400 del vecchio piano. Ritorno a 500 milioni di utile nel 2015, ma subito restituzione al Tesoro di buona parte dei Tremonti bonds oltre al pagamento degli ingenti interessi intanto dovuti, e di quelli sulla parte non restituita. Vincoli stretti sullo stipendio ai manager, per l’ad scende da 1,3 milioni a 500 mila euro al massimo. Discesa a non più di 17 miliardi dei BtP in pancia alla banca, che obbligano a tener fermo capitale che l’istituto non ha e che deve usare per gli impieghi, non per “tenersi buona” la politica (a metà 2012, MPS era arrivata a detenerne 32 miliardi).
Questo è il quadro. Profumo e Viola l’aumento di capitale l’hanno dovuto contrattare alla luce del sole con Bruxelles, con Tesoro e Bankitalia a fianco. Oltretutto l’Italia è la prima a dire che vuole più Unione Bancaria rispetto ai neghittosi tedeschi, e ora da Siena arriva il no. Il consorzio di garanzia internazionale per il collocamento era vincolato alla data, scade il 31 gennaio. Chi si fiderà a collocare l’inoptato, per un nuovo aumento dopo sei mesi? Profumo e Viola sono decapitati nella credibilità davanti ai mercati mondiali. Il titolo lunedì scenderà vedremo di quanto, rispetto alla già risibile soglia di 17-18 centesimi. E tutto questo per cosa? Perché l’Italia resta consociativa.
Primo. Perché la fondazione sostiene di non poter dissipare il proprio patrimonio. In realtà, anche se la Mansi prima non c’era, come primo azionista per anni ha determinato le scelte della banca, comprese quelle sciagurate, ha sfidato la legge restando oltre la soglia del 50%, e ha irresponsabilmente concentrato troppo patrimonio sulla banca. Chi sbaglia paga, dovrebbe essere la legge. Troppo comodo credere i mercati internazionali facciano da bancomat, mettano i soldi dopo i guai di Siena, ma in assemblea continui a comandare chi i guai li ha fatti.
Secondo. La fondazione non è sola a sostenere questo. C’è dietro l’intero mondo dell’Acri, l’associazione delle fondazioni bancarie italiane guidata da Guzzetti. Che ha spiegato alla politica che far pagare così duramente una fondazione è un errore verso l’intero sistema. Alcune delle primarie fondazioni sono pronte ad assumere parte delle quote della sorella senese, e ad aiutarla a reinvestire il ricavato in un quota che resti quella più elevata nell’azionariato futuro di Mps. Per questo serve tempo, un aumento di capitale a fine 2014. Per continuare a ripetere la storia che le fondazioni bancarie sono un presidio di italianità e stabilità delle banche, quando avrebbero dovuto dismetterne il controllo da anni e anni.
Terzo. Anche il Pd la pensa così. Se a luglio il nuovo sindaco Valentini parlava rassegnatamente di soci esteri per Mps, nelle ultime settimane a Saccomanni ha spiegato che occorre evitare “soci sgraditi”, e che Siena deve restare in sella. L’accordo con l’Europa l’hanno firmato Profumo e Viola, mica i senesi. Che vadano a casa loro due, e magari si nomini presidente Barucci, che è in scadenza all’Antitrust. Sarei curioso di sapere se davvero la pensa così Renzi, se è questa lòa svolta che stiamo attendendo.
Quarto. Che gli industriali si prestino a far da controfigura presentabile del Pd in questa partita, è purtroppo singolare solo per chi si stupisce del consociativismo italiano. La Mansi sarà in buona fede, ma il conflitto d’interesse tra la solidità patrimoniale della Fondazione e quello della banca è di un’evidenza oggettiva: doveva saperlo bene, visto che di bilanci non è sprovveduta, allorché poche settimane fa assunse la presidenza della fondazione. E che Tesoro e Bankitalia siano rimasti a guardare mentre l’accordo con l’Europa saltava, la dice lunga su quanto, di fronte al controllo bancario e al peso del Pd, non c’è Europa e rigore che tenga.
E’ ovvio che Fondazione e pd sappiano benissimo che a questo punto il rischio-nazionalizzazione, tramite conversione dei bonds pubblici, è fortissimo. Ma loro lo preferiscono al mercato: sia il “governo-amico” a sovrintendervi, in maniera da tutelare chi va tutelato. Cosa che aggiunge ragione a chi, un anno fa, come il sottoscritto, per diffidenza invocava una nazionalizzazione-pulizia subito, senza tutele per gli azionisti di conrrollo e con promessa contestuale di restituire al mercato una banca in sesto attraverso una privatizzazione a 2 anni, come avviene nel Regno Unito.
Rischio Calcolato

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Nuovo Post pubblicato su Milano Post Quotidiano ONLINE di Informazione e Cultura #BollaSpeculativa, #ClubIntoccabili, #Economisti, #Giannino, #Monti, #PrevisioniEconomiche, #RaccomandatiDellaSocietà, #RipresaEconomica
Nuovo Post pubblicato su http://www.milanopost.info/2013/11/18/la-categoria-professionale-piu-sopravvalutata-gli-economisti/
La categoria professionale più sopravvalutata? Gli economisti
Milano, 18 Novembre – C’è la crisi e parte il tiro al piccione. Politici, soprattutto, ma anche giornalisti, magistrati, poliziotti, esattori delle tasse fino ad arrivare al clero e chi più ne ha più ne metta. Tutti di volta in volta costretti a sottoporsi alla gogna mediatica e popolare come colpevoli in una certa misura della recessione economica, culturale e sociale in atto.
Tuttavia, in questo oceano di insulti, c’è una categoria professionale che, pur essendo forse la prima responsabile di quanto sta accadendo in Italia e nel mondo, se ne sta ben tranquilla al riparo. Chi sono questi “raccomandati” dalla società, nascosti al sicuro dietro le proprie scrivanie? Si tratta degli economisti.
Già. Proprio loro. Quelli che ogni sei mesi rimandano di altrettanto l’inizio di una ripresa che dal 2009 tarda ad arrivare. Quelli che fanno previsioni che puntualmente sono smentite dai fatti.
Non può sfuggire che ogniqualvolta un politico o un giornalista avverta la necessità di ammantare di autorevolezza la propria opinione si esprima con il fatidico “l’ha detto un autorevole economista”. Quasi che un economista possa parlare con cognizione di causa di tutto: dalla teoria della relatività di Einstein fino alle riflessioni socratiche.
Eppure le contraddizioni sono alla luce del sole. Nel 2007 molti “autorevoli economisti” non si erano neppure accorti dell’enorme bolla speculativa che di lì a qualche mese avrebbe messo il mondo in ginocchio. Lo stesso avvenne nel 1929. Così come nel 1999 molti “autorevoli economisti” sostennero a spada tratta l’abolizione del Glass Steagall Act che dai tempi del New Deal distingueva le banche d’affari dalle banche commerciali, prevenendo così il disastro avvenuto dopo pochi anni.
Ora qualcuno si stupirà, ma che questo accada è in realtà abbastanza normale. L’economia infatti, fa parte delle cosidette “scienze sociali”, una branca che include la sociologia, le scienze politiche, la storia e la comunicazione. Scienze che si basano, al contrario della matematica, scienza esatta per definizione, su un’insieme di teorie. Teorie più o meno valide certo. Ma pur sempre teorie, che sono soggette per di più alla moda accademica del momento. Non per caso dopo il 1929 andava per la maggiore l’economia “keynesiana” che teorizzava un intervento dello Stato atto a sostenere la spesa pubblica per favorire la crescita. Dagli anni ’80, dopo il boom economico, iniziò a farsi strada l’economia “friedmaniana” e liberista, che ancora va per la maggiore, che ipotizza la necessità di un minore intervento dello stato e un ritorno al “laissez faire”.
Cosa è giusto? E cosa sbagliato? Ovviamente nessuna delle due vie è in realtà assolutamente giusta o assolutamente errata. E’ solo una questione di contesto sociale, non di applicazione aprioristica e ideologica di un modello. O almeno così dovrebbe essere, perché invece in politica spesso si fa l’esatto opposto: si applica il modello del momento come perfetto, anche a fronte di un’evidenza di segno opposto.
E proprio qui sta il problema. Nel nostro mondo in cui l’essere umano ha perso la dimensione di individuo per divenire “homo oeconomicus”, tutto ciò che ha a che fare con il denaro e il profitto ha assunto una dimensione primaria. Così l’economia viene spesso confusa con una scienza esatta, quando esatta in realtà non è.
Così, mentre assistiamo alla dimenticanza più totale riservata alla cultura umanistica, l’economia diviene un qualcosa di certamente vero, quasi un dogma. E, forti di questo dogma, gli economisti continuano da anni a giocare sulla nostra pelle, anche quando è ormai evidente che la loro capacità di previsione è pari, senza offesa, a quella di un veggente alle giostre. L’esperienza del bocconiano “salvatore della Patria” Mario Monti è del resto recente.
Tuttavia gli “autorevoli economisti” continuano a essere un club di intoccabili, come nell’antichità classica lo erano i filosofi o i maestri di retorica. E guai a contraddirli.
La dimostrazione palese di questa ipocrisia sociale è il caso di Oscar Giannino. Osannato per anni da molti “autorevoli economisti” come uno di loro e anche uno dei più validi tanto da farne un capo partito, è stato subito abbandonato e scaraventato nella polvere alla luce della scoperta di due lauree e un master fasulli. Eppure ciò che Giannino diceva prima del fattaccio, lo diceva anche dopo. Forse di questo gli economisti non se n’erano accorti?
Cristiano Puglisi
Kaka
Sooo happy he's home
although there was Criska at the airport!!!
Oscar Giannino in "Taci Miserabile"