L’ultimo battito del silenzio
Nel ghetto non hai un nome. Hai un soprannome. Un marchio. Una cicatrice. Io ero solo Rami, e per molti significava “quello che corre”, “quello che ruba”, “quello che sa sparire”. Le strade strette erano vene di fango e immondizia, l’aria sapeva di muffa e fumo rancido, e le case si stringevano una sull’altra come se avessero paura di crollare. Nel ghetto si cresce imparando due cose: non…












