(…) Il cinema si era spinto molto avanti nell’arte del fuori campo, dell’off. Molti effetti di paura, di estasi o di frustrazione, nascevano dal fatto che alcune cose erano filmate al posto di altre che restavano fuori campo. L’erotizzazione dei bordi dell’inquadratura, l’inquadratura considerata come zona erogena, tutti i giochi di entrata e di uscita dall’inquadratura, le non-inquadrature, il rapporto tra ciò che era visto e ciò che era immaginato, sono - direi - quasi un’arte in sé. Tutto un cinema.
Che è successo in seguito? Da quando la televisione trasmette dei film rifilati, senza bordi, film in né-scope e in né-color, quell’arte è diventata caduca. Boorman ha detto una volta (con sincero disprezzo) che collocava tutta l’azione dei suoi film al centro dell’immagine perché, in caso di passaggio in televisione, nulla andasse perduto. Non molto tempo fa, si è visto uno dei numeri musicali di Beau fixe sur New York, amputato di un ballerino (su tre).
Il disprezzo della televisione per il taglio dell’inquadratura non ha limiti. Perché in televisione non c’è fuori campo. L’immagine è troppo piccola. È il regno del campo unico. D’altra parte, l’inserimento di altre immagini in un riquadro permette di rispettare quest’unico campo frammentandolo. Prospettive inaudite.
Serge Daney, Come tutte le vecchie coppie, cinema e televisione hanno finito per somigliarsi