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La palestra dell'anima(le)
Tipologia di trasporto: Pullman extraurbano
Orario: 20.30
Affluenza: Media
Protagonisti: Autista, lui, lei 1, lei 2.
Posizionati in prima fila, proprio alle spalle del conducente. Lei 1 e Lei 2 sono delle ragazze sulla ventina, amiche, credo da un bel po'. Lui è un signorotto sui 50 anni. Basso, abbastanza grasso, credo viscido, di una bruttezza comune. L'autista è un quarantenne, abbronzato anche se siamo ad ottobre, faccia scavata. Lui comincia ad attaccar bottone con le amiche della fila accanto, probabilmente si sono visti altre volte sempre su questa tratta.
A proposito di qualcosa che non ho capito bene, inizia la discussione.
Lui - "Sapete com'è, a me la donna piace se va in palestra. Non le voglio certo palestrate, ma neanche flaccide..."
Lei 1 e Lei 2 - (in coro) "Verissimo non riesco a sopportarle le donne che non riescono ad essere magre. (rivolgendosi all'autista) Non è vero?"
L'autista mi sembra strano. Non si gira, sembra quasi fregarsene. Estraneo a quello che stanno dicendo cinquanta centimetri dietro le sue spalle.
Prosegue Lui "Certe volte vedo donne grasse uscire e non vergognarsi neanche un po'. Io non le frequenterei. Tu che dici?" (sempre rivolgendosi all'autista)
E l'autista come prima non risponde, guarda la strada, in silenzio.
Lui continua a dire cose di questo tenore, su quanto siano belle le donne e su quanto eliminerebbe quelle grasse. E mentre continua a ripeterle, suda. E più le dice, più sembra accendersi. E le ragazze sedute accanto a lui continuano a dargli corda, come se lo incitassero ad andare avanti. Sembra diventato un gioco di ruoli più che un discorso.
In tutto questo l'autista, interpellato ogni due minuti, continua nel suo silenzio. Ma pian piano comincia a respirare più a fondo. Respira, respira, mentre gli altri dietro parlano e parlano, e non si fermano, e lo interpellano, e lo disturbano. E lui, ormai lo si capisce, sta lì e li sopporta, faticando per non sbottare difronte a tutte le stronzate che sta sentendo. Sono le 21 ormai, io sono quasi arrivato alla mia fermata, e l'autista è quasi arrivato a fine turno. Mi alzo, cammino fino all'uscita. Mi affianco al quarantenne, gli scorgo il viso. Gli occhi sono accesi, di uno che avrebbe voglia di girarsi e far scendere i tre protagonisti del dialogo dal pullman. A calci in culo, scommetto. Invece i muscoli facciali e la sua espressione mi dicono di una rassegnazione che ormai lo accompagna, e di quanti discorsi del genere probabilmente sente ogni giorno, lavorando. Non so come e nemmeno il perché, ma mentre si apre la porta e mi accingo a scendere, gli do una pacca sulla spalla. Rimango per un secondo immobile. Mi meraviglio e mi vergogno un po'. Scendo i due scalini, esco e mi giro. L'autista mi guarda. Mi rassicura. Mi fa capire che questi deve sopportarli ancora per poco. Poi mi parla. "Buonasera" dice. Mi blocco per due secondi. Giusto il tempo di far chiudere la porta del bus, e rispondere "Buonasera" al me stesso riflesso nel vetro.