Io non so se Gian Lorenzo Bernini fosse un maestro della supercazzola o se, semplicemente, avesse capito che non esiste la missione impossibile, tocca solo capire come fare.
Fatto sta che quando Alessandro VII gli commissiona, cinque mesi dopo la sua nomina a pontefice, quella che dovrà poi diventare la sua tomba gli fa anche una richiesta particolare: vuole essere sepolto il più vicino possibile a San Pietro.
Peccato che ci sia, nella pur gigantesca Basilica di San Pietro in Vaticano un solo luogo limitrofo, disponibile e modificabile: un accesso secondario alla chiesa che deve rimanere tale!
Ecco che allora la tomba di Alessandro VII assurge, a mio parere, a vero capolavoro della Basilica per vari motivi: a parte la bellezza della realizzazione è prima di tutto rutto di un fantastico gioco di squadra. Già perché i lavori partirono solo dodici anni dopo la morte del Papa quando il Bernini aveva ormai 74 anni e ben raramente scolpiva in prima persona. Quello che ammiriamo è il frutto di un’ampia collaborazione del maestro con il suo team: egli preferì mantenere per sé solo il complesso progetto ideativo ed il ruolo di supervisore dei lavori. Ma, soprattutto, il monumento funebre è dannatamente teatrale.
Quando si apre la porta la luce naturale che invade il transetto sembra suggerire che la Morte, raffigurata da uno scheletro tridimensionale, quasi reale, si nasconda di corsa sotto un mantello per non vedere quel riverbero che è al tempo stesso apparizione e trionfo della luce/Dio sulle tenebre dell’aldilà.
Ecco, quello che vorrei per questo 2020 è di riuscire a fare come Gian Lorenzo: trasformare quello che a prima vista è un enorme ostacolo ai miei progetti nel punto di forza per realizzare qualcosa di grandioso, possibilmente insieme ad una squadra.










