La stregoneria a Roma
Anche nel diritto romano come nella Bibbia esiste la sovrapposizione tra maleficio e veneficio. Inoltre nel mondo romano esisteva una forte preoccupazione per le conseguenze di tali pratiche proibite nella società. Dobbiamo dire che in un primo momento nel mondo romano la scelta delle attività da proibire era piuttosto semplice: faceva testo a tale riguardo l’intenzione dal momento che se l’attività era nociva si andava incontro alla condanna. Nell’età repubblicana il confine tra lecito e illecito passava nella distinzione tra i comportamenti che danneggiavano l’integrità delle persone o delle loro proprietà mediante riti e l’insieme delle altre pratiche prive di invenzioni malvagie anche se all’apparenza del tutto simili. Un tipico esempio a tale riguardo è costituito dalle leggi delle Dodici Tavole. Le Dodici Tavole che ci sono giunte in maniera incompleta attraverso testimonianze posteriori condannano tutti quelli che utilizzavano la magia per danneggiare le altre persone o per danneggiare i raccolti degli altri. Nel tempo tuttavia questo equilibrio si andò modificando. Nella tarda epoca repubblicana l’irrompere della magia ellenistica e l’uso delle erbe in particolare diedero luogo a una forma di psicosi diffusa. Per dirla in altro modo aumentava la preoccupazione della possibilità di nuocere a distanza: è in tale contesto che aumenta l’importanza del crimine di veneficium. Proprio riguardo tale crimine dobbiamo citare la “Lex Cornelia de sicarriis et veneficis” emanata da Silla nel 81 a.C. La legge in questione si propone di condannare coloro che provocano morti ingiuste ed in particolare gli assassini effettuati per mezzo di coltello e gli omicidi che si servivano di mezzi occulti. Ma si trattava di una novità assoluta? A cavallo tra la fine del I secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C. Tito Livio ci parla di un episodio che si sarebbe verificato nel 331 a C. anno in cui molti personaggi situati in alto nella scala sociale morirono misteriosamente. Nessuno riusciva a capire i motivi di tali morti misteriose che preoccupavano molto i romani. La vicenda rimase misteriosa fino a quando una schiava cominciò a parlare. Tale schiava denunciò alcune matrone nelle cui case in effetti furono ritrovati dei veleni. Alcune di tali donne cercarono di discolparsi dichiarando che si trattava di medicamenti ma costrette a berli morirono. In ogni caso a Roma scoppiò un grande scandalo e il processo che ne derivò portò alla condanna a morte di 170 donne. Tuttavia non sappiamo se la vicenda narrata da Tito Livio rispecchi un fatto realmente avvenuto. D’altra parte lo stesso Tito Livio non sembra esserne certo. È anche possibile che questo racconto riportato dal grande storico romano rispecchi la preoccupazione tipica di quel periodo storico per questo tipo di comportamenti. Comunque sia a Roma i confini tra la magia positiva e quella negativa non erano sempre ben definiti e chiari. Nell’ambito della magia negativa a Roma rivestivano grande importanza le cosiddette “tabellae defixionum” greche e romane. Si trattava di lamine di piombo considerato un metallo negativo su cui si tracciava il nome della persona cui si voleva nuocere accanto a parole segni e figure di maledizione. Quindi si piantavano le lamine per mezzo di chiodi all’interno di sepolcri in modo da farle giungere alle divinità infernali. Dobbiamo dire che si trattava tecnicamente di un sacrificio agli dei dell’oltretomba cui si dedicava la vittima del rito. Sembra che anche personaggi molto importanti siano rimaste vittime di questi riti magici altamente negativi. A tale riguardo riteniamo utile citare la testimonianza del grande storico latino Tacito. Egli narra che la malattia e poi la morte del grande condottiero Germanico vennero attribuite a un malefizio. A riprova di ciò Tacito narra che nella stanza del grande condottiero romano furono ritrovate delle tabelle di piombo con scritture inquietanti insieme a ossa semi bruciate, grumi di sangue e altri malefici che si credevano in grado di far giungere l’anima agli inferi. In ogni caso la morte di Germanico resta inspiegata e misteriosa. Ma torniamo ad occuparci del veneficio. A tale riguardo riteniamo opportuno riportare le parole di Graff: ”c’è innanzitutto il problema nell’ambito coperto dal termine veneficium ossia la violazione di una persona mediante i mezzi occulti ……. prima non è sicuro che si tratti davvero di magia e Tacito parla costantemente di veneficium senza mai impiegare una terminologia più moderna. Più tardi i giuristi decisero di includere nel delitto di venefici la magia nel suo aspetto non romano di tecnica con tanto di specialisti e trattati. Al principio del III secolo il giurista Paolo ci informa che la legge puniva anche il possesso di libri magici e i complici delle pratiche magiche“. La pena capitale secondo Paolo era infamante: colpevoli venivano gettati alle bestie crocifissi o bruciati vivi. Tali condanne sostituivano quella antica che consisteva probabilmente nella flagellazione a morte. Nella Roma imperiale in definitiva era ancora la ilarità malvagia a qualificare l’azione magica ma le paure si erano allargate ed amplificate. Danneggiare qualcuno utilizzando formule magiche o veleni era considerato la stessa cosa. Inoltre si diffondeva la convinzione che maleficia e veneficia rappresentasse una minaccia grave all’interno della società a maggior ragione perché agendo da lontano era possibile colpire anche le persone situate in alto nella scala sociale anche se ben difesi. Nell’ VIII a.C. Augusto aveva fatto approvare una legge nella quale si parlava di lesa maestà non solo come reato nei riguardi dello stato ma specificamente contro l’imperatore stesso. Dobbiamo dire che tale reato era perseguito con pene durissime a cavallo tra il II e III secolo, il giurista Ulpiano lo discuterà a lungo individuando con maggior precisione il reato di lesa maestà. Per riflessione di Ulpiano vennero recepite e sviluppate nel Medio Evo. Si tratta di un presupposto molto importante per il giudizio su maleficia e veneficia in quanto esprimeva il timore che la figura stessa dell’imperatore fosse colpita a distanza e senza possibilità di difesa. Per i colpevoli del crimine di lesa maestà era previsto il rogo, rogo che sarebbe stato previsto in un secondo momento anche per i colpevoli di eresia e poi anche di stregoneria quando le streghe a loro volta furono equiparate agli eretici. Forse nessuno meglio di Orazio riesce a descrivere la minaccia insita nelle pratiche magiche. In una delle satire Calidia e Sagana si aggirano sull’Esquilino alla ricerca di ossa nell’antico cimitero in cui in tempi passati gli schiavi portavano i loro morti. Nel V Epodo sempre di Orazio un infanticidio rituale permette alle streghe di prelevare il midollo e il fegato dalla giovanissima vittima. Anche Virgilio fa riferimento nelle sue opere ai riti magici. Nell VIII epoca di Virgilio la confezione di un filtro d’amore richiede la presenza di una immagine dell’amante di colei che celebra il rito. In altri casi non si tratta soltanto di veleni nel senso stretto del termine bensì di sostanze magiche con le quali si dice fosse possibile trasformarsi in lupi ed evocare le anime dei morti. In altri casi poi i veleni non uccidono ma perdono gli animi degli uomini ossia li rendono folli. Anche Seneca ci parla di riti magici nella Medea. Riteniamo opportuno riportare alcune frasi presenti in questa opera di Seneca: ”Medea sceglie le erbe mortali spreme e mescola veleno di serpente e ripugnanti ugelli. Questa maestra di delitti dispone le varie sostanze. Ai veleni aggiunge parole non meno tremende. Eccola che fa sentire il suo passo di folle ecco che canta gli incantesimi. Al suo primo accento il mondo ha un tremito.” Questi che abbiamo citato non sono gli unici esempi presenti nella letteratura latina. Gli esempi potrebbero continuare a lungo dal momento che il veleno e la magia erano indissolubilmente legati. Oltre alle erbe venefiche la letteratura dell’antica Roma faceva un chiaro riferimento alla stregoneria con il suo bagaglio di infanticidio, rituali di vampirismo, di metamorfosi in animali, di voli al seguito di divinità notturne come ecade. Ancora una volta Orazio descrive tali sinistri rituali. Per fare un esempio riportiamo di nuovo la Caridia e la Sagana di Orazio che sacrificano un bambino seppellendolo vivo ed inoltre per richiamare gli spiriti infernali sulle Esquilino sbranano a morsi un agnella versandone il sangue in una fossa. Anche nelle opere di Ovidio non mancano i riferimenti a riti abominevoli. Ad esempio il personaggio delle ”Metamorfosi” di Ovidio è coinvolto in tali riti magici: “egli sparge veleni di morte e succhi malefici dall’Erebo e dal caos chiama a raccolta la Notte e gli dei della Notte. Infine è in voga Ecade con lunga grida selvagge”. Sempre Ovidio in un'altra opera intitolata i “Fasti” scrive: ”esistono famelici uccelli che di notte volano e cercano bambini senza nutrici violano quei corpi strappati alle loro culle. Il nome di tali uccelli è “Striges”. Si sa che nascono come uccelli o lo diventino con un incantesimo. Ad esempio la vecchia Marsia si trasforma in un uccello e si avvicina alla culla della sua vittima.” Infine dobbiamo citare le streghe di Plinio e di Petronio che rubano i corpi dei neonati li divorano li dissanguano ne sostituiscono i corpi con fantocci. Detto ciò riteniamo concluso il nostro discorso della magia e della stregoneria a Roma. Prof. Giovanni Pellegrino Read the full article













