Scorrono, in meno di un minuto di attesa alla fermata del bus, diciassette macchine, monopasseggero. Ne vedo altre in coda al semaforo. Forse le abitudini inquinano, forse anche le solitudini.
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Scorrono, in meno di un minuto di attesa alla fermata del bus, diciassette macchine, monopasseggero. Ne vedo altre in coda al semaforo. Forse le abitudini inquinano, forse anche le solitudini.
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Io ricordo che percorrevo le strade di questa città in autobus con la musica alle orecchie, non ascoltavo però le canzoni del momento, di solito mi accompagnava una sinfonia, ora mi chiedo come facessi ad ascoltare in mezzo a tutto quel chiasso ed a movimenti inconsulti di autisti bruschi che muovevano lo sciame studentesco sincrono ad ogni curva, tali pezzi densi e complessi compressi tra l'altro in cuffiette di dubbia qualità. Ho smesso poi di ascoltare quei pezzi che sognavo di suonare perché ho cominciato davvero a suonarli, io, in persona, seduto in mezzo ad un'orchestra, e via via ho avuto necessità di silenzio, sempre più silenzio, ed ora che ripercorro quelle stesse strade, di quella stessa città, ascolto i commenti della popolazione che si trasporta pubblicamente per la città. Come tale anche i discorsi sono pubblici, non si lascia spazio alla sfera privata, quella che era la funzione del foro e della piazza, stabile porticata e pietrosa vengono sostituiti da equilibrio instabile, finestrato su sedili di plastica, deteriorati e vandalizzati. Si consuma la vita pubblica e le questioni private, quando salgono sul n. 6 uomini carichi di buste di pesce fresco appena usciti dal mercato, quando sul n.1 che percorre tutta la città si assiste alla salita dei giovani, sempre più giovani, che parlano di conquiste, ragazzi, truccate all'inverso simile per nascondere visi quattordicenni che avrebbero solo bisogno d'aria. Quanti cuori spezzati, minacce, racconti osceni, catcalling, svisate a culi e tette da parte dei ragazzi a forme intraviste dietro pareo, tornando dal mare. La politica poi, l'ultima volta si parlava di Andreotti ed ora mi sembra tutto piu serio e silenzioso, visi nascosti dietro maschere ingombranti, ci si parla comunque con gli occhi, ma i discorsi si perdono e sembra tutto più discreto per questa Cagliari che un tempo, ad ogni salita sul bus, mi regalava spettacolo, ed insomma un po' di vita.
Erano tre settimane che non vedevo E, mi aspettavo di trovarla completamente rigida, con la schiena carica di lavoro, decisioni da prendere e di numerosi viaggi. il contatto invece mi riferisce una schiena più rilassata del solito. Durante il trattamento mi parla un po' di sé, la sento meglio, meno stressata e più consapevole. Poggio le mani sulla pancia e per la prima volta sento il suo ombelico venirmi incontro, un timido tentativo, rispetto alla totale immobilità dei mesi precedenti. Mi legge nel pensiero dicendomi che dall'ultima volta ha seguito il mio consiglio di portare la respirazione più bassa e ci dedica qualche minuti al giorno.
Quando un atto semplice possa cambiare una mente-corpo è incredibile, quanto il fatto che abbia trovato cinque minuti per se.
Mia mamma ha preso trent'anni fa il suo ultimo aereo. Una vacanza, l'ultima con la famiglia completa in cui ero solo un mucchio di cellule in via di sviluppo nella sua pancia. Una settimana fa, sradicata dalla sua routine di casa, figli, chiesa, sudoku, spesa, tv, amiche, zie e settimana enigmistica ha volato di nuovo, non certo per una vacanza, ma per esaudire il desiderio espresso dalla sorella in fin di vita: rivederla. Mamma non ha viaggiato sola, l'abbiamo dovuta avcompagnare nella giungla della modernità, di treni che lei ricordava con i sedili in legno, di stazioni immense, gate e nuove città. Chissà che viaggio interiore, nel riscoprire la dimensione del non essere, a contatto con un mondo totalmente cambiato e diverso dall'isola che non c'è, dove il sole splende, il maestrale tira e tutto va bene; non so se avesse voglia di questo, forse nemmeno di rivedere la sorella, distante chilometri di arterie dal cuore, eppure oggi dopo averla riaccompagnata mi sembrava triste di ritornare a casa, di abbandonare quel caos che l'ha accompagnata nell'ultima settimana. Nella tristezza di un viaggio senza lieto fine il guscio di dolore ed abitudine forse si è scalfito facendo entrare un raggio di sole. A.
Bella. Bellissima.

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