Tanti auguri a tutti coloro che portano il nome di San Gennaro, santo plurimartoriato come la città con cui si identifica.
La tradizione agiografica narra che, prima della decapitazione, lo trucidarono e tentarono di farlo fuori in ogni modo: gli torsero il corpo, lo gettarono nella fossa dei leoni e lo rinchiusero in una fornace come in un Lager ante litteram…
Ma isso se n’asceva da dint’o fuoco, come possiamo vedere nella sublime scena rappresentata in questo dipinto dello Spagnoletto (nome d’arte di José de Ribera detto Jusepe, il più napoletano dei pittori spagnoli, vissuto in Italia dal 1611 al 1652).
Il quadro, conservato nel Duomo di Napoli (e dove, se no?), rappresenta proprio il miracoloso momento in cui il Vescovo Gennaro esce illeso dalle caverne ardenti di Pozzuoli tra lo stupore e la paura degli astanti. I soldati e i lazzari lo guardano a bocca aperta mentre lui volge il suo sguardo ai putti che svolazzano confusamente in cielo.
Un capolavoro nel capolavoro, la faccia incredula e sconvolta dello scugnizzo vestito di rosso alla nostra destra.
Il futuro patrono di Napoli è scalzo e impedito nei movimenti dalle corde, ma conserva i suoi fastosi abiti episcopali e cammina tra la folla e le lance dei soldati come se il fatto non fosse suo. Una metafora di questa terra fulgida, degradata e distratta che tira avanti tra vessazioni e sconfitte.
Napoli, tra miracoli e dissolvimento
Dove dico anche altro su Napoli, il suo santo e i suoi fuochi.