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day 3: npc - mika & carassa

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Don't #run next to #CarasSA ... dogs will bite you there @relivecc (la Resita) https://www.instagram.com/p/CA2JfxagjxG/?igshid=zn4s1iqtblqv
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L’arte del costruire nel Salento. I materiali da costruzione
I materiali da costruzione: i conci (cuzzetti) e la malta (conza)
di Mario Colomba
Il “cavamonti”, detto zuccatore, era l’artigiano che materialmente estraeva i conci dal banco di tufo che, nelle località ove esisteva, consisteva in un ammasso di arenaria (banco) coperto da una coltre di terreno vegetale che veniva preliminarmente rimosso.
Il tufo pugliese fa parte dei calcari teneri di origine sedimentaria marina, di facile lavorazione con mezzi normali come le mannare e sono adatti ad essere cavati e squadrati in conci parallelepipedi regolari con superficie piana.
Il De Giorgi considera i tufi calcari arenacei, costituiti da “sabbie marine mescolate con elementi calcarei di origine organica (perischeletri di foraminiferi) con frammenti di coralli, briozoi, molluschi, echinodermi, legati fra di loro con cemento calcareo siliceo-argilloso”. Sotto l’aspetto litologico essi sono di origine sedimentaria (esogena, acquea, nettunica) contenente detriti (calcarei e cretacei), provenienti dalla terra ferma e spoglie calcaree di organismi (molluschi), il tutto cementato con sostanza calcitica segregata dallo stesso sedimento.
I tufi hanno generalmente caratteristiche variabili: anche nella stessa cava gli strati successivi possono differenziarsi sia nell’aspetto che nella costituzione e nelle caratteristiche meccaniche.
Dopo avere spianato il banco, rimuovendo anche lo strato superficiale di arenaria intrisa di terra rossa e, spesso, friabile, venivano cavati i conci con l’uso di un attrezzo simile ad un piccone ordinario (lu zueccu) ma caratterizzato da una estremità molto sottile e da un’altra molto larga
Con l’estremità sottile detta pìnnulu venivano praticate sulla superficie orizzontale del banco delle fessure longitudinali parallele (carasse), alla distanza, l’una dall’altra, di circa 25 cm (un palmo) o 30 cm (per i pizzotti) e della profondità di circa cm. 20 o 25 cm. (per i pizzotti); successivamente veniva praticata un’altra serie di fessure ortogonali alle prime, distanti fra loro circa 65 cm., corrispondenti alla lunghezza dei conci da cavare (due palmi e mezzo).
In seguito, con l’estremità larga del piccone veniva estratto (scappato) il primo concio e successivamente tutti gli altri componenti della stessa fila e quindi quelli delle altre file, fino all’esaurimento di tutto lo strato (linea) del banco.
Il concio così ottenuto era un parallelepipedo che aveva, dopo la squadratura, le dimensioni di centimetri 63 x 25 x 20 di spessore. Poteva anche ottenersi il cosiddetto palmatico, che aveva uno spessore di centimetri 25, generalmente non usato da noi, oppure il pizzotto, da cm 30 di spessore.
Decisamente, il lavoro dello “zuccatore” era il più duro fra tutti quelli praticati nel settore delle costruzioni, non solo per il sacrificio fisico della costrizione a lavorare sotto il sole d’estate e al freddo e al vento d’inverno ma anche per la precarietà del risultato produttivo. Infatti non era infrequente l’eventualità di dover estrarre i conci da banchi naturalmente fratturati all’interno che non si lasciavano intravedere dall’esterno ma che si scoprivano man mano, quando i conci si fracassavano durante la scappatura, vanificando il lavoro di ore o a volte di giorni, senza alcuna possibilità di produzione,, necessaria per il sostentamento personale e familiare. Per questo e per l’imprevista presenza di catene (strati interclusi di calcare duro e compatto di spessore variabile da qualche millimetro ad alcuni centimetri) alcune cave anche di modesta profondità venivano abbandonate.
Il limite della profondità della cava a cielo aperto era rappresentato dalla disponibilità del suolo necessario per la costruzione di agevoli rampe di accesso la cui pendenza e lunghezza doveva essere necessariamente contenuta nei limiti della capacità di tiro e di resistenza dei cavalli che equipaggiavano i traini (traìni) di trasporto.
Qui le parti precedenti dello stesso Autore:
Libri| L’arte del costruire a Nardò e dintorni
L’arte del costruire nel Salento. Gli arnesi del mestiere
Maestri e maestranze nel cantiere edile a Nardò e nel Salento. La produzione edilizia
L’arte del costruire nel Salento. Strutture murarie di copertura: archi e volte
Maestri e maestranze nel cantiere edile a Nardò e nel Salento
L’arte del costruire. Il cantiere edile a Nardò e nel Salento
Arte del costruire e riutilizzo presso il popolo salentino
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Dialetti salentini: carassa e scarassare
di Armando Polito
Non so voi, ma io in casa sono quasi continuamente, quando ricevo la visita di una delle mie due figlie (non dico auale …) a spegnere interruttori, tv ed altri apparecchi che utilizzano l’energia elettrica; mi debbo precipitare pure, quando si accende il riscaldamento, che porte e finestre siano adeguatamente chiuse, in modo, cioé, che nessuna carassa (apertura) faciliti la dispersione del calore.
Tutt’al più sarà opportuno scarassare (socchiudere) una porta o finestra per qualche manciata di secondi al fine di consentire il ricambio dell’aria in un ambiente. In estate la stessa azione prolungata nel tempo avrà il fine di alleviare l’afa facendo circolare l’aria o, se limitata all’imposta, di far entrare più luce.
Carassa è anche la lesione, la crepa dell’intonaco o di un muro e, nel caso in cui quest’ultimo sia a secco, lo spazio che rimane tra pietra e pietra, rifugio per lucertole o uccellini per sfuggire ad un gatto o ad un nostro simile.
Per quanto riguarda l’etimo comincio proprio da scarassare, che ha origine da un inusitato *carassare con prostesi di s- intensiva; se quest’ultima è ciò che resta della preposizione latina ex; *carassare è dal latino charaxare che ha i significati di grattare, intagliare, solcare, incidere, graffiare.
Charaxare, a sua volta, è dal greco χαρἀσσω (leggi charasso), che ha i significati, parzialmente o totalmente sovrapponibili anche in assenza di fantasia sfrenata …, di affilare, aguzzare, fornire di denti, lacerare, solcare, incidere, iscrivere, cancellare.
Nessuna meraviglia, dunque, se nel latino medioevale charaxare assume il significato di scrivere ma anche quello contrario di cancellare (in fondo si tratta di due raschiature con finalità diverse), Lo stesso latino medioevale, poi, registra charaxatura (o caraxatura) e charaxia (o caraxia) col significato di scrittura o cancellatura. Ancora meno meraviglia suscita il fatto che il nostro carattere è dal latino charactere(m), a sua volta dal greco χαρακτήρ (leggi caractèr), che, manco a dirlo, è da χαρἀσσω.
Dubbio è, invece, che una radice ridotta di χαρἀσσω (χαρ-) abbia dato vita a χάρρτης (leggi chartes), dal quale il latino charta ha dato l’italiano carta. A questo punto, comunque, non appare certo casuale la metafora agricola dell’indovinello veronese (vedi nota 1 in http://www.fondazioneterradotranto.it/2013/08/15/indovinelli-leccesi-sotto-lombrellone-13/).
In conclusione: carassa è deverbale da *carassare. Il suo asterisco (che in filologia indica voce non attestata) non vale per Spongano in cui sarebbe, stando a quanto riporta Giuseppe Presicce nella scheda che segue tratta da http://www.dialettosalentino.it/carassare.html.
Debbo ora fare qualche precisazione su quanto relativamente all’etimo ha scritto chi se ne è occupato prima di me1. Ecco come la voce risulta trattata dal Rohlfs.
bene, meno, apparentemente, quel χαράξαι (leggi charàxai) che potrebbe appare incongruente in quanto l’infinito aoristo di χαρἀσσω. Credo che sia stato tirato in ballo per giustificare il passaggio –ξ->-x- in charaxare, salvo, poi, il passaggio –x->-ss– in carassa.
Incomprensibile, invece, risulta, per quanto riguarda questo dettaglio, quanto si legge nel Garrisi.
Si tratta di una maldestra (altro non dico …) evidente citazione del Rohlfs, il cui χαράξαι (caràxai) è diventato, in seguito ad un doppio terremoto fonetico, carazài!
Per completezza e a conferma che il mondo è piccolo, aggiungo una nota che rende meno distante il nord e il sud, nella fattispecie il Salento e il Piemonte, e non solo. Mi riferisco ad un tipo di coltura della vite un tempo praticato nel Monferrato, quello italianizzato in a tre carasse (l’illustrazione è tratta da http://www.viten.net/files/9a1/9a13df24f760fe9b3ae8224263ce3546.pdf).
Innumerevoli sono le varianti di carasse (tutte nel significato di paletto) e l’elenco che segue, senz’altro parziale dà l’dea della diffusione della voce. Derivano da un intermediario latino *caratium, trascrizione del greco χαρἀκιον (leggi charàkion) che significa sostegno, appoggio, diminutivo di χάραξ (leggi charax), che significa palo di sostegno (specificamente per viti in Aristofane, Tucidide e Luciano), palizzata, trincea, pianta spinosa. La voce ha la stessa radice (χαρακ-) di χαρἀσσω con passaggio dall’idea di fendere, spaccare a quella della separazione dello spazio, che è il fine del palo e ancor più di una palizzara.
Pignola (Potenza) carraccë
Avigliano (Potenza) carrazze
Rivello (Potenza) karráttsë
Trecchina (Potenza) karráttsu
Potenza carraccia
Albano Laziale (Roma) e Trivigno (Potenza) karrátts
Triora (Imperia) caratsa
milanese carasc
genovese carassa
Bronte (Catania), Frazzanò (Messina) carrazzu
bresciano caràs
francese echalas (molto probabilmente secondo intermediario,. dopo il latino *caratium, delle varianti settentrionali.
___________
1 Gerard Rohlfs, Vocabolario dei sdialetti salentini (Terra d0Otranto), C ongeo, Galatina, 1976
Antonio Garrisi, Dizionario leccese-italiano, Capone, Cavallino, 1990

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