Sotto i sassi di un fiume
Nei boschi e nelle campagne di Veruno, con mio padre, mi sono sentito per un attimo lui. Nei suoi racconti, nel suo storytelling semplice e pragmatico, ho rivisto quello che sono. Cercavamo i termini dei terreni di famiglia, e in quei sassi conficcati nel suolo - quei sassi sono i termini, i confini, posati spesso a metà di stradine ormai riconquistate dalla boscaglia e dalle ortiche – ritracciavo la geografia della mia famiglia. Quali fossero i terreni acquistati dal nonno Pastore, quali fossero quelli della nonna Bicelli, quali invece fossero stati comprati in epoca più recente, quali infine venduti per fare cassa. Mi sono chiesto quale fosse il senso di comprare un terreno, in un posto lontano da altre case, non edificabile, spesso ricoperto da bosco; non so la risposta abbia disarmato più me, o la mia domanda mio padre.
“Per coltivarlo, ovvio. Perchè fino a cinquantanni fa qui era tutta campagna. Io e la nonna camminavamo su questa strada comunale, da Veruno a Santa Cristina, a piedi; portavamo le uova e i pulcini a Borgomanero, ma non li vendevamo: solitamente li barattavamo per qualcos'altro che non avevamo in casa. Era bellissima questa strada, a fianco c'erano solo campi coltivati e la gente si occupava di tenere tutto in ordine. Ora, be', ora l'è ma che gerbi”.
Ci siamo poi diretti verso l'Irone, piccolo corso d'acqua ormai quasi in secca. Come se non fossi mai vissuto qui – perchè la contemporaneità impone di guardare soltanto avanti, di dimenticare in fretta, di non fermarsi mai – mi sono stupito di come i boschi di queste zone siano oggi popolati da caprioli, daini e cinghiali. La Torbiera, lo Zoo, i parchi dei mecenati... alla natura non puoi mettere recinzioni: basta un cacciatore che apra un varco, oppure una fuga inaspettata, e la riproduzione è solo questione di tempo. Soprattutto in natura, così come nella società, non esiste il vuoto. Ogni spazio libero o abbandonato viene occupato da qualcos'altro. Laddove manca l'istruzione vige la legge del più forte. Laddove i nostri boschi, una volta più sfruttati ma al contempo rispettati e curati, vengono lasciati a loro stessi, ecco che animali a loro modo esotici, portati qui per esibizione, ne divengono nuovi padroni.
Arrivando così a quel misero corso d'acqua, ho visto negli occhi una una luce che non avevo mai associato a mio padre. La luce dei bambini, la gioia della scoperta; una nostalgica e potentissima macchina del tempo che, in qualche maniera - oggi non ho più niente da rimproverargli e nessun conflitto generazionale da inscenare - me l'ha riconsegnato com'era, confondendolo con me. Suo figlio. Piegati sulle ginocchia ad alzare i sassi nel fiume, quelli poggiati e non quelli ormai conficcati nel letto, da sollevare con calma e determinazione, cercando qualche gambero grigio prima che potesse fuggire. “Ne prendevamo a secchiate. Li portavamo a casa e li cucinavamo. Com'erano buoni”.
Tornando alla macchina e ricamminando quella strada, oggi così cambiata dal punto di vista visivo, ho sentito ribollire il sangue. Ho visto l'Italia spogliarsi del progresso e tornare alle sue radici. Ho visto un paese ricompattarsi attorno al proprio totem. Come in una ricostruzione 3D, ho sostituito i vestiti, i confini, l'attorno, e ho preso in mano quel cestino pure io. E' stato un attimo di libertà, di indagine della coscienza, di introspezione profonda, tanto che sono prossimo alle lacrime nel descriverlo. Sono io. Siamo noi. Oltre a questo non c'è niente.
Eppure non puoi fermare il corso d'acqua. Non sei come i gamberi che camminano all'indietro. I gamberi sono spariti – forse torneranno? Forse tornerò io. O forse no. Credo nella distruzione come elemento d'energia, non come ideologia. Credo nelle scelte radicali e negli atti di volontà. Credo nella contaminazione. Non credo a chi non ha mai cercato qualcosa sotto i sassi di un fiume.
















