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Festa dei Ravanit, Pro Loco Revislate, Luglio 2016
Ieri ho rimesso piede, dopo credo una quindicina di anni, su un campo di calcio. Non che in questi anni non ne abbia visti o calpestati. Ma mai per un allenamento “vero”, di una squadra - iscritta ad un regolare campionato di seconda categoria - che conosco bene ma per cui non ho mai giocato, esclusi i Primi Calci con mister Bicelli: il VR Veruno. Veruno è il paese dove sono nato e cresciuto, Revislate è la sua frazione. VR è una sigla, abbastanza inedita nel mondo del calcio, che ne racchiude entrambe le anime. Idea unitaria, credo, del presidente, ovvero mio padre, che di Veruno e Revislate è anche Sindaco ed era già Sindaco nel 1989 quando la Polisportiva nacque. E' proprio a lui, che di questa squadra è ancora Presidente, che ho chiesto di aggregarmi. Per una settimana, non di più. Per ri-vedere com'è il calcio “vero”, giocato su campi spesso sconnessi con spogliatoi piccoli e maleodoranti. Come sono i giocatori “veri”, che poi sono quelli che fanno il grosso delle percentuali alle elezioni, che non passano la vita a commentare i blog degli intellettuali ma piuttosto condividono foto divertenti su Facebook, che staccano alle 6 da lavoro e poi si fiondano all'allenamento e poi - spesso - tornano a casa dalla moglie i figli e tutti i problemi. Come sono io, che ormai da dieci anni tondi abito a Milano, al richiamo del fischietto del Mister, a farmi rispettare – anche se solo per una settimana – come oggetto esterno, se vuoi bonariamente "raccomandato", totalmente avulso rispetto a logiche di squadra e paese, con passato televisivo, con presente non codificato e dunque spiegabile a chi è lontano da certe scene. Cose che mi ero dimenticato: 1) la logica marziale dello spogliatoio, l'unica che può far convivere anime così differenti e poco propense a mostrarsi per davvero le une con le altre; 2) il fatto che nel calcio non sempre chi è più intelligente è più forte, ma non sempre il più forte vince; 3) la riverenza nei confronti dei giocatori con curriculum in categorie superiori; 4) il gusto della sfida, la voglia di fare bene e l'ambizione di meritare il posto; 5) la fatica dei muscoli nelle parti più atletiche dell'allenamento ma la determinazione a non mollare, per nessun motivo. Non so per quale motivo abbia voluto concedermi questa settimana back in the days, in ambienti logiche luoghi attività che ho abbandonato volontariamente nei primissimi anni del liceo, dopo aver 1) scoperto il sabato sera; 2) capito che non avrei mai sfondato come voluto; 3) scelto la musica come ragione di vita, compiendo dunque il primo gesto di indipendenza e cambiamento non appena diventato adolescente pieno. E' una sorta di ritorno all'infanzia che però nasce da uno spirito, molto più vicino al trentennato, di stare bene con il mio corpo, di farlo viaggiare al massimo finchè ce n'è, di ricordagli – e dunque ricordarmi – che per quanto si tenda a dividere la vita in momenti sia in realtà un unico flusso. Forse anche di stare vicino a mio padre. Forse perchè ho sempre coltivato l'idea che, per scrivere, prima bisogna vivere. Forse, più semplicemente, sono affascinato da "questo" calcio, giocato in provincia, fuori dai giri milionari delle tv, degli stadi-salotto. Forse, più banalmente, mi piace giocare. Stasera nuova seduta alle 19:15.
Sotto i sassi di un fiume
Nei boschi e nelle campagne di Veruno, con mio padre, mi sono sentito per un attimo lui. Nei suoi racconti, nel suo storytelling semplice e pragmatico, ho rivisto quello che sono. Cercavamo i termini dei terreni di famiglia, e in quei sassi conficcati nel suolo - quei sassi sono i termini, i confini, posati spesso a metà di stradine ormai riconquistate dalla boscaglia e dalle ortiche – ritracciavo la geografia della mia famiglia. Quali fossero i terreni acquistati dal nonno Pastore, quali fossero quelli della nonna Bicelli, quali invece fossero stati comprati in epoca più recente, quali infine venduti per fare cassa. Mi sono chiesto quale fosse il senso di comprare un terreno, in un posto lontano da altre case, non edificabile, spesso ricoperto da bosco; non so la risposta abbia disarmato più me, o la mia domanda mio padre.
“Per coltivarlo, ovvio. Perchè fino a cinquantanni fa qui era tutta campagna. Io e la nonna camminavamo su questa strada comunale, da Veruno a Santa Cristina, a piedi; portavamo le uova e i pulcini a Borgomanero, ma non li vendevamo: solitamente li barattavamo per qualcos'altro che non avevamo in casa. Era bellissima questa strada, a fianco c'erano solo campi coltivati e la gente si occupava di tenere tutto in ordine. Ora, be', ora l'è ma che gerbi”.
Ci siamo poi diretti verso l'Irone, piccolo corso d'acqua ormai quasi in secca. Come se non fossi mai vissuto qui – perchè la contemporaneità impone di guardare soltanto avanti, di dimenticare in fretta, di non fermarsi mai – mi sono stupito di come i boschi di queste zone siano oggi popolati da caprioli, daini e cinghiali. La Torbiera, lo Zoo, i parchi dei mecenati... alla natura non puoi mettere recinzioni: basta un cacciatore che apra un varco, oppure una fuga inaspettata, e la riproduzione è solo questione di tempo. Soprattutto in natura, così come nella società, non esiste il vuoto. Ogni spazio libero o abbandonato viene occupato da qualcos'altro. Laddove manca l'istruzione vige la legge del più forte. Laddove i nostri boschi, una volta più sfruttati ma al contempo rispettati e curati, vengono lasciati a loro stessi, ecco che animali a loro modo esotici, portati qui per esibizione, ne divengono nuovi padroni.
Arrivando così a quel misero corso d'acqua, ho visto negli occhi una una luce che non avevo mai associato a mio padre. La luce dei bambini, la gioia della scoperta; una nostalgica e potentissima macchina del tempo che, in qualche maniera - oggi non ho più niente da rimproverargli e nessun conflitto generazionale da inscenare - me l'ha riconsegnato com'era, confondendolo con me. Suo figlio. Piegati sulle ginocchia ad alzare i sassi nel fiume, quelli poggiati e non quelli ormai conficcati nel letto, da sollevare con calma e determinazione, cercando qualche gambero grigio prima che potesse fuggire. “Ne prendevamo a secchiate. Li portavamo a casa e li cucinavamo. Com'erano buoni”.
Tornando alla macchina e ricamminando quella strada, oggi così cambiata dal punto di vista visivo, ho sentito ribollire il sangue. Ho visto l'Italia spogliarsi del progresso e tornare alle sue radici. Ho visto un paese ricompattarsi attorno al proprio totem. Come in una ricostruzione 3D, ho sostituito i vestiti, i confini, l'attorno, e ho preso in mano quel cestino pure io. E' stato un attimo di libertà, di indagine della coscienza, di introspezione profonda, tanto che sono prossimo alle lacrime nel descriverlo. Sono io. Siamo noi. Oltre a questo non c'è niente.
Eppure non puoi fermare il corso d'acqua. Non sei come i gamberi che camminano all'indietro. I gamberi sono spariti – forse torneranno? Forse tornerò io. O forse no. Credo nella distruzione come elemento d'energia, non come ideologia. Credo nelle scelte radicali e negli atti di volontà. Credo nella contaminazione. Non credo a chi non ha mai cercato qualcosa sotto i sassi di un fiume.