Questo niente di cui parlo sempre
C'è una scena che conoscete sicuramente anche se non siete mai usciti di casa per andare al cinema, anche se non siete mai andati oltre Natale in India come film per passare le vostre serate, e sto parlando dell'iconico momento in cui Elliot con la sua bici vola sovrapponendo la sua immagine a quella della luna grazie all'aiuto di ET. Prendo in prestito questa scena perché descrivere BEL89N non è per nulla facile, perché stiamo parlando di un disco rap che tende a riscrivere degli standard e che conferma Soulcè e Teddy Nuvolari, al quinto lavoro ufficiale insieme, come una delle coppie che ha più da dire in questo paese.
Succede che la metafora funziona bene perché il volo del duo arriva, sì, grazie a un innegabile talento naturale nei rispettivi ambiti, ma il continuo crescendo qualitativo dal debutto di Sinfobie a oggi è simbolo delle pedalate fatte per ritagliarsi uno spazio probabilmente troppo di nicchia, ma pienamente meritato in una scena spesso troppo simile a sé stessa per comprendere quanto fatto dai due ragusani. BEL89N non rispecchia canoni prestabiliti, ma punta a scriverne altri nuovi, già dall'attacco di Eindhoven che punta a fare selezione con quel "se non ti squarcio con le prime quattro rime stacca": non è attitudine gangsta, è 'solo' una presa di posizione di chi sta scrivendo un disco con una consapevolezza importante, quella di saperlo fare, ed è per questo che è libero di togliere via "metafore, fiabe e leggende".
Per certi versi BEL89N rappresenta un importante punto di arrivo, quello di una partenza delineata in Sinfobie con quella rima su Chet Baker e My funny valentine, però qui non si va a Manhattan ma ad Amsterdam a omaggiare proprio quel CHET che ispira tutto il disco. E le atmosfere dipinte su tela da Teddy Nuvolari aiutano a entrare nell'umore piovano di una metropoli che influenza i testi di un Soulcè mai così pieno di sicurezza nei propri mezzi, una sicurezza ribadita bene in Cougar in cui, oltre che con il testo, sono metriche e flow a determinare lo standard alto che l'artista ragusano si è imposto di superare. E per farlo ha usato un'astronave, anch'essa diretta discendente di quella che chiudeva Sinfobie, quell'astronave giocattolo del video di Lasciami andare (in cui veniva tra le altre cose citata Blue in green di Miles Davis, giusto per capire che Baker e il cool jazz non sono concetti nati a posteriori per darsi un tono—è semplicemente cultura, un qualcosa per cui oggi sembra quasi ci si debba giustificare); il volo di ET si consuma con traiettorie magiche, con l'arroganza di Montgmomery e l'intimità di Prayer, ma a rapire più di ogni altro brano è la chiusura, Chesney H. Jr.
Chesney H. Jr è il vero nome di Chet Baker, la firma finale su un lavoro alto, il concetto del cool jazz applicato al rap con una semplicità apparente inaudita. La bicicletta di Soulcè, con l'aiuto della magia di Teddy al beat, prende il volo per raggiungere un apice da palati fini. Quello che mi spingo a definire senza mezzi termini il miglior brano mai scritto da Soulcè & Teddy Nuvolari è una canzone che non ha niente a che fare con il rap in Italia, è un affresco di una scena che non esiste, avanguardista per quanto non presenti praticamente nulla di nuovo di per sé; una sequenza di immagini a fare da sfondo a confessioni personali, all'autopsia dell'anima, supportata musicalmente da un suono meravigliosamente citazionista ma che mantiene una propria forte identità.
Il viaggio, di base, finisce lì, senza risposte che non possono arrivare da un disco, perché un disco risposte non ne può dare. Può dare solo consigli, avvisi, conforto. Può mostrare una parte colta della musica che in questo paese tarda a essere riscontrata e riconosciuta, perché ogni folata di novità è più facile estremizzarla e portarla al ridicolo, e si finisce per valorizzare il sole e non la luce che si vede, come diceva un tale qualche anno fa. Il lavoro di Soulcè e Teddy va controcorrente, in quella direzione ostinata e contraria che anche con questo disco sarà probabilmente e tristemente riconosciuta da pochi, perché il coraggio di osare, di essere ciò che si vuole essere, non è da tutti. Perché quella bici non è una semplice bici, è un'astronave, una navicella spaziale che ha terminato il suo viaggio sulla luna. Se ti piace resta, sennò fa lo stesso, perché a chi questo viaggio l'ha capito e condiviso, davvero, non cambia niente.
















