Ma in realtĂ , bastava che i piccoli tumuli male ricoperti della mia infanzia venissero un poco rimossi, e sĂąbito ne prorompevano raggi di colori meravigliosi, che tornavano a trafiggermi con le loro terribili punte.
Elsa Morante, Aracoeli

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Ma in realtĂ , bastava che i piccoli tumuli male ricoperti della mia infanzia venissero un poco rimossi, e sĂąbito ne prorompevano raggi di colori meravigliosi, che tornavano a trafiggermi con le loro terribili punte.
Elsa Morante, Aracoeli

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Dovunque, ho peccato. Nelle intenzioni e nei fini e negli atti ma peggio di tutto nell’intelligenza. L’intelligenza si dà per capire. E a me si è data, ma io non capisco niente. E non ho mai capito e non capirò mai niente.
Elsa Morante, Aracoeli
“Mi sembrò che il pomeriggio non avesse più a finire”
Santa Maria in Aracoeli
Dark Field Monotype
Ink on Paper, 16 x 22
2017
~Age
E così, tutto elegante in camicina e cravatta, io salpai verso quella lunga villeggiatura, in cui per la prima volta ho sperimentato la più nera infelicità terrestre: di esistere vivi dove non c’è nessuno che ci ama.
Elsa Morante, Aracoeli

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Io, da ragazzo, certe notti, ero in dubbio sulla reale esistenza delle tante miriadi di stelle che ci appaiono in cielo. Secondo me, forse esisteva solo un’unica stella creata in principio; e moltiplicata all’infinito, per i nostri sguardi terrestri, da un gioco di specchi illusorio. Di quella mia cosmogonia infantile, mi si dà , oggi, una variante autobiografica: dove questa esistenza mia presente in realtà non sarebbe che l’ultimo di una serie infinita di riflessi ingannevoli. L’unica vera mia esistenza starebbe alla sorgente, di là dagli innumerevoli specchi deformanti che me ne contraffanno la figura, come succede nelle fiere suburbane. Può capitarmi, infatti – nel sonno o nella veglia – di avvertirne un segnale impercettibile – quasi un ammicchio di passaggio fra gli incroci dei novemila cieli. Forse, fissando la mia attenzione totale verso i poli invisibili della sorte, io potrei, di riflesso in riflesso, discernere almeno un barlume del mio vero corpo. O insomma intravvedere se a questa macchia informe della mia esistenza attuale, corrisponda, in un punto del cosmo, un qualche segno decifrabile.
Elsa Morante, Aracoeli
Mio padre le rispondeva solo: «Amore mio!», già alterato nella voce, e bruciante, e faticoso nei respiri. E insieme si avviavano alla loro camera, allacciati in un dialogo affannoso di cui non distinguevo altre parole se non quelle due solite di mio padre: «Amore mio!» Sempre, nel corso della nostra ultima estate, lui ridiceva a mia madre queste due parole. Era la sola risposta che sapeva darle, e si sa, infatti, quanto il suo vocabolario fosse scarso. Ma, dette da lui a lei, le due comuni scadute parole riprendevano integro il loro valore primigenio. Amore significava proprio AMORE, e così mio voleva dire MIO. Nel secolo della degradazione, che noi viviamo, le parole sono ridotte a spoglie esanimi: restituire una parola alla sua vita primigenia si avvicina quasi, per l’atto miracoloso, alla resurrezione dei corpi.
Elsa Morante, Aracoeli
Per me che cos’era? Forse solo un riflesso di qualcos’altro, un vapore luminoso che io rincorrevo senza, in realtà , volerlo raggiungere. Se si fosse lasciato abbracciare da me, anche una volta sola, forse mi sarei accorto di non stringere, fra le mie braccia, niente; o un corpo di vecchio. Aveva ragione lui, certo, a dire che non era, lui nemmeno, un «corpo miracoloso». Era un cucciolo di scarto, di quelli da eliminare nel numero. Uno dei nostri comuni ragazzetti di oggi, ai quali il domani terrestre si annuncia come uno stupro innominabile. E dunque la loro adolescenza è un dormiveglia agitato, fra brutte ombre inspiegabili, con la paura del babau.
Elsa Morante, Aracoeli