COLD WAR
 Bastano due o tre squenze per capire che davanti a Pawel Pawlikowski e al suo “Cold War”, ci si deve togliere il cappello come davanti ad un capolavoro. La struggente e inquieta storia d’amore, ancora più intensa proprio per questa inquietudine che separa i due amanti, mostra che ogni allontanamento è prodromo di un nuovo avvicinamento e trova la cornice migliore nelle regia, a tratti tarkovskiana, di Pawlikowski. La storia si dipana tra la Polonia stalinista del dopoguerra, Berlino, porta dell’Occidente e Parigi dove Wiktor, musicista e direttore di coro, decide di fuggire sperando che Zula, cantante e danzatrice in un gruppo folkloristico di Stato, decida di raggiungerlo. Pawlikowski oltre ad aver scelto un nitido bianco/nero, opta per un formato quadrato dell’immagine che, anche se con un pizzico di compiacimento e una strizzata d’occhio alla grande fotografia, ci restituisce una eleganza formale e una efficacia della narrazione rare a vedersi nel cinema contemporaneo. Eccezionale il racconto visivo della campagna polacca del dopoguerra, degli oscuri anni staliniani e delle rarefatte atmosfere “blu-jazz” dell’Eclipse di Parigi. Pluripremiato e candidato a numerosi premi Oscar, è sicuramente il miglior film dell’anno, anzi di quello appena trascorso.








