Vagando tra le sabbiose dune del Sahara occidentale, dal sol affranto, scorsi un girotondo d’uomini seduti, dal capo velato. Mi parve quello uno strano rituale, giacché ciascuno tre tazze aveva accanto. Da esse, in ordine, quelli bevvero; non avidamente, ma assaporando, forse riflettendo; di sicuro, gustando.
La cosa mi parve sì strana che rapido mi chiesi qual fosse la convinzione ch’accompagnava i sorsi di quell’usanza arcana.
E lor come leggendomi nel capo:
La prima tazza è amara come la vita. La seconda è dolce come l’amore. La terza soave come la morte.
Ancor prima di meravigliarmi, io pensai ch’erano uomini intelligenti, giacché due tazze sicuramente possedevano tal sapore; ma illusi anche: per certo il mio palato sapeva la tazza di mezzo esser dotata d’una ben più grave connotazione.
Ed io così pensai poiché
Tanto l’amarezza della prima tazza al palato m’è familiare d’avermi condotto spesso a pregustar il sapor dell’ultima
Eppur più volte bevvi dalla seconda la qual però mai di dolcezza mai di sincera dolcezza bagnò la mia bocca sol di violento calor dapprima e d’asprezza poi
Ma tu ora mi dici che quelli dal turbante sono invero uomini saggi ‘che non son lor ad essere in errore ma colpevole è il mio passato d’aver de la seconda tazza il sapor mutato
E oneste mi paiono le parol tue ma altro amor non conosco che quel col sangue in bocca e l’armi in mano.











