Spazio ARAZ mi chiede di essere seria e di essere me stessa. Non puoi fare qualcosa che non ti piace per passione. Chi te lo fa fare…
E così questo luogo nasce dalla mia esperienza e contiene dentro di sé molto del mio dolore passato, ma anche il desiderio di condividere oggi le sue ceneri e prendere il volo.
Ho viaggiato tantissimo in questi ultimi anni; l’ho fatto per vedere se da sola sarei sopravvissuta.
Mi sono sottoposta a prove faticose. Eppure sono felice di dove sono arrivata e di tutto quello che ho visto, perché durante questa parte del mio cammino ho anche trovato gli amici più sinceri, i paesaggi più belli, le persone più strane, e ho nutrito la mia anima di emozioni.
È da qui che nasce ARAZ; e non l’avrei mai detto.
In questi anni non ho avuto una casa e forse non l’ho voluta, poco importa, ma dio solo sa quanto lo spazio urbano abbia nutrito la mia immaginazione. Le città, le periferie, i condomini, le villette, la campagna, i fiumi, le montagne, il paesaggio… Insieme alle mode, al dolore, alle guerre. La solitudine. Mi sono sempre immersa in questi temi con l’attitudine dell’antropologo: irrefrenabile, seguendo l’istinto, oltrepassando la giusta distanza che si tiene per tutte le altre cose della vita.
A Zurigo ho vissuto in condomini comunitari, ho visto squat, per certi versi ne ho fatto parte. Ho vissuto in un condominio di soli lavoratori portoghesi, con i corridoi lunghi e i bagni dai ripiani vuoti, come in campeggio. Ero l’unica donna, ma mi hanno dimostrato una gentilezza fuori dal comune: «I want you to remember one day, when you have a family, to tell your sons that once you used to live with Portoguese that were kind people». Non avevano niente rispetto agli standard svizzeri, eppure mi hanno offerto tutto.
Prima ancora, a Louvain la Neuve, un campus per soli universitari, mi ero spinta fino alle prime campagne per scoprire una comune che si era rifugiata ai bordi della città universitaria. Avevo iniziato un progetto fotografico, poi le forze e la malinconia non me l’hanno concesso. In Olanda più tardi li ho battuti un po’ tutti gli squat tra l’Aia e Amsterdam, ripercorrendone gli ultimi anni di storia; da lì il lavoro “De Grote Pyr". Dolce rivincita su me stessa.
Tutte queste esperienze non possono non nutrire la mia anima oggi e orientare il mio cammino. Spero di avere la volontà per continuare le mie ricerche, l’intuito per seguire il mio istinto e un pizzico di fortuna…
Ora non rinuncerei a un “rifugio”, non dico a una casa, come ho fatto in passato. Senza un porto sicuro non si va da nessuna parte… Spazio ARAZ è questo: è un luogo di ricerca ed esposizione ancora nebuloso, ma attento e in fluido divenire; con il fiuto teso a sentire quello che succede in città e tutto attorno. Tra la gente.
Non poteva non c’entrare l’architettura, intesa come forma d’arte, intesa come disciplina che dà forma alla nostra arte di vivere, e mai cosa fu più importante. Pensiamo alle piramidi, alle torri gemelle, ai quartieri parigini di Haussmann, a quelli olandesi disegnati da Berlage. Alle città immaginate da George Orwell in 1984 o Ray Bradbury in Fahrenheit 451, — la letteratura — e poi McCarthy con La strada. Questo solo per citarne alcuni, i più noti.
Me lo chiedo tutti i giorni cos’è “casa” per me. Ed è una risposta a cui non sono ancora pronta, perché casa è anche confine, vicinanza, distanza, radici… Non è la mera distinzione tra restare fermi o essere in movimento che fa la differenza (…benedette le yurte delle popolazioni nomadi, i caravan dei rom, da lì infondo partirono le mie ricerche). Casa è identità e forse, appunto, non sono ancora del tutto pronta. Casa è anche intimità, o gelido distacco; antipodi che in realtà si assomigliano — entrambi presuppongono una certa consapevolezza di sé.
Di questi tempi dove possedere una casa è un lusso, ma arredarne una è una moda, io procedo a piccoli passi e ripenso quando a Zurigo avevo messo solo un enorme letto in mezzo alla stanza. Incredibile a dirsi, per me quel letto era tutto. Ero stanca, e lui parlava molto più di me.
> Bar RAKETA è stato l’inizio della risalita. Era un’opera olandese, mi ha fatto sorridere per come era buffa; mi ha ricordato tempi passati, com’ero: «You don’t have to be worthy». In Olanda per la prima volta avevo incontrato persone che mi avevano voluto bene semplicemente per quello che ero. Bar RAKETA, per me, nel mezzo del casino con la sua ironia, è stata un’illuminazione: alta 7 metri, imponente e gentile, ma al tempo stesso trasportabile… Mi ha dato l’idea che anche senza una casa, un rifugio l’avrei pur sempre trovato.
> Bar RAKETA l’ho portata fin qui: avrei voluto metterla in giardino, proprio laggiù nell’angolo. Già mi vedevo i vicini sconvolti… Avrei iniziato a sentire la vita del quartiere.
Spazio ARAZ vorrebbe essere questo: movimento, porte che si aprono o restano socchiuse, che non si chiudono. In un modo o nell’altro, Bar RAKETA l’ho portata fin qui.
Vorrei essere artista e curatore, come una casalinga con il ferro da stiro della Rowenta: «Per chi non si accontenta».
Vorrei conoscere tante altre persone curiose, che hanno qualcosa da dire, che riflettono e si confrontano con rispetto. Anche loro con elettrodomestici Rowenta.
SE SIETE ARRIVATI FIN QUI vi ringrazio per aver letto i miei pensieri, per esservi interessati, per aver mosso i vostri passi fino alla sede 1 di Spazio ARAZ.
Ringrazio in modo particolare: Sandino, gran curatore, mente brillante, che ha sempre detto che avrei dovuto sviluppare i miei di progetti, dopo aver aiutato lui a realizzare uno dei suoi (‘Don’t Talk to Strangers’, Réunion gallery, Zurich 2015); capricorno come me, innamoratissima io di lui (a sui insaputa) e proprio perché capricorno anche lui, non ci incontreremo mai.
Ringrazio tutti quegli “strangers” che ho incontrato in questi ultimi mesi e che mi hanno donato amore sincero, incoraggiandomi lungo il mio cammino. Non vi elenco per nome perché per me siete tutti alla pari e un elenco presupporrebbe una certa gerarchia; vi sono grata di esistere.
Ringrazio quelle poche persone che ci sono da sempre e che nella loro stranezza non mi hanno mai fatto mancare il loro “support”; segno d’amore che l’invidia non scalfisce.
Ringrazio MARK E INGE, che hanno scelto di partecipare a questa avventura, di darle avvio, e di aprirmi casa loro ad Amsterdam; una mattina di inizio settembre, era domenica, pioveva - l’autunno, l’inverno, la primavera e l’estate olandesi. Meraviglia. Che la vita possa donarvi gioia e meraviglia, anche nei momenti di dolore.
Non so perché siete qui, probabilmente perché mi volete bene. Grazie.
> BAR RAKETA exhibition is open by appointment, runs till October, 27th