L’antiperugino - 0
È difficile guarire di colpo da un lungo amore. - Catullo (n. 178)
Non è difficile guarire se non c’è nessun amore da cui guarire. E in ogni caso, l’amore è sopravvalutato.
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L’antiperugino - 0
È difficile guarire di colpo da un lungo amore. - Catullo (n. 178)
Non è difficile guarire se non c’è nessun amore da cui guarire. E in ogni caso, l’amore è sopravvalutato.

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I dialoghi del ritorno - 0
Guarda. Ho atteso per così tanti anni la mia occasione. Quello che gli altri dicevano essere l’anima gemella. E dicevano molte altre cose. Dicevano che ti arriva quando smetti di cercarla. Che non sai mai cosa aspettarsi. Dicono che l’amore è cieco e che sa sorprenderti. Dicevano che non dipendeva soltanto da me. Dicevano che dovevo avere pazienza. Che dovevo avere fede. Dicevano che sono una brava persona, e che mi meritavo di essere felice.
Ma io non credo di meritarmi un bel niente. E nemmeno tu, se è per questo. Non credo che nemmeno tu meriti un bel niente. Ma ecco che invece tu hai una compagna, ed io no. Ecco che tu appari felice, ed io mi sento triste. Ma qual’è la differenza? La differenza, una delle differenze, è che io sono ignorante. E che per coprire l’ignoranza invento. Immagino.
Immagino gente felice. La vedo tutta attorno a me. Ogni volta che vado a camminare. Ogni volta che esco. Giovani mano nella mano. Vecchi seduti vicini alla panchine. E pensavo: loro hanno capito qualcosa che a me non è ancora capitato di capire.
La vera paura, la vera sofferenza, non giungeva dalla solitudine. Giungeva dalla convinzione che la solitudine fosse qualcosa di imposto ed autoimposto. Dalla convinzione di essermi incastrato da solo. Di non poterne più venirne fuori.
Quando ci pensi, a tutto quello che definiamo felicità e, di convesso, infelicità, quello che mi sorprende è quanto io sia ignorante. E quanto velocemente io cerchi di saltare a conclusioni. Due persone sono insieme, quindi sono felici. Una persona è da sola, quindi è infelice.
Ma una delle prime e vere lezioni è che il mondo non si divide in bianco e nero, e tu non puoi rientrare in una categoria. Sempre. E che esistono categorie, e poi esiste chi decide di appartenervi. Allora possiamo appartenere alla categoria dei soli, degli infelici, degli autoesiliati. Oppure possiamo appartenere alla categoria degli uomini. Di coloro che stanno crescendo e scoprendo se stessi e il mondo. Di coloro che non vogliono sprecare il loro tempo con chi non è in grado di apprezzarlo.
La potenza, sconvolgente, delle parole, delle idee, e delle categorie.
La grande lotta è contro noi stessi, ancora una volta. Insegnarci a non accettare definizioni che noi stesso ci diamo. Significati che noi stessi accomodiamo nella nostra percezione quotidiana della vita stessa.
Felicità è un concetto banale. Infantile. Appartiene ad una età semplice, una età non oberata dal peso della realtà. Chi è adulto sa che non esiste nulla di lontanamento vicino alla felicità. Quello che esiste, al suo posto, non ha un nome e non può essere categorizzato. Questa è la grande crisi della consapevolezza. Come ben si sa, da una crisi si può quindi uscirne più forti. O non uscirne affatto.
Una rubrica perbene (0)
Per molto tempo ho cercato nelle storie che leggevo e guardavo e che inevitabilmente mi permettevano di evadere dal mondo reale la classica storia romantica, che spesso nelle storie di fantasia ed avventura è inserita, per potersi riferire con una presa maggiore anche a quello che è il pubblico femminile e in generale ai giovani nell’età dell’adolescenza.
Sapevo che la mia adolescenza non sarebbe durata in eterno, ma mi aspettavo anche qualcosa di diverso da essa, come una storia, che però non è mai arrivata. Ricordo che quando ero giovane e frequentavo il liceo la maggior parte del mio tempo l’ho passata a studiare. Ho passato probabilmente circa la metà della mia vita dietro la stessa scrivania di casa, cambiando computer, play station, monitor, ma bene o male facendo le stesse cose: studiare, leggere, scrivere. Questo mi ha fatto molte volte temere il fatto di essere una sorta di recluso, uno di quei patetici esseri umani incapaci di relazionarsi con gli altri.
Un modo per allentare la tensione, per non pensare a tutto ciò, era cercare pazientemente nelle storie il momento in cui due giovani, un ragazzo ed una ragazza (senza offesa alcuna a nessuno, sono semplicemente eterosessuale) si incontravano e magari un po’ alla volta si piacevano. Mi piaceva osservare come, nella mente dell’autore e nella realtà che io stesso mi realizzavo mentre leggevo o guardavo, si andava a creare una sorta di puzzle nel quale ogni pezzo trovava facilmente e felicemente la sua collocazione, in maniera quasi armonica.
Ovviamente, era effettivamente armonico, o quantomeno governato dall’intelligenza dello scrittore, che modellava la sua storia per trasmettere quelle emozioni, quel sentimento.
In Harry Potter, giusto per citare l’opera che mi ha fatto crescere da ragazzino, c’era questa atmosfera di casa, di affetto, in cui il personaggio bene o male, meritevole o meno che fosse era circondato. Si vede tutto subito: si vede bene come Ginny sia innamorata di lui, e resti innamorata. Si vede come le relazioni siano genuine. Pensate bene, insomma. Osservando la trama dell’ottavo libro uscito qualche mese fa, che mi sono rifiutato di leggere, si mette in dubbio che coloro che lo abbiano scritto siano mai stati veramente fan del mago, o semplicemente desiderosi di portare controversia e dibattito all’interno del mondo dello spettacolo. In esso è assente questo amore di fondo, questo senso di famiglia, intesa non solo tramite il sangue, bensì anche tramite i legami di amicizia ed affetto generati dalle avventure e dalle avversità. La differenza in Harry Potter, che secondo la mia umile opinione ha contribuito al suo successo insieme ad altre cose, era il fatto che il destino del mago era condivisibile, ognuno di noi avrebbe voluto trovarsi lì, con quelle persone, con quegli amici. E, tutto sommato, con quei nemici. Con quelle storie, quelle beghe personali tipiche degli adolescenti. I suoi coetanei come io all’epoca (ebbi il privilegio di crescere parallelamente all’uscita dei libri in edizione italiana, che mi accompagnarono fedelmente fino a quando compii 18 anni, ed uscì l’ultimo, che per me ha posto degnamente fine a tutto).
Harry in sé e per sé non aveva fatto nulla di straordinario, non aveva realizzato alcunché di eccezionale. Ma era circondato da un mondo in cui il suo posto era quello di una persona desiderosa di attenzione. Di attenzione, si badi bene, non sempre di affetto, ma anche alle volte di disprezzo, dubbio, invidia. In tutti questi casi la nostra anima era con lui, apprezzava i momenti di calore ed odiava i momenti di freddezza e lontananza.
In sé e per sé non venne mai scritto con una caratterizzazione psicologica poi così straordinaria, tanto che nella maggior parte delle situazione reagisce a quello che gli accade o si muove dietro spinta dei personaggi attorno a lui. Questo ovviamente rende molto più semplice la nostra immedesimazione in lui, e crea un rapporto di sintonia più immediato. Viene da credere che anche questo tratto sia stato studiato appositamente.
Forse solo nel quinto libro prende un’aria un po’ incazzosa con tutto e tutti. Forse è per questo che è sempre stato il mio preferito della serie, ma sono solo opinioni.
L'ultimo commento ad un brano del Vangelo che mi sta particolarmente a cuore
L'ultimo dei miei testi sdolcinati e pieni di antichi ricordi su quello che successe alla GMG, perché finalmente sono riuscito a prendermi una pausa nel lavoro per preparare la tesi

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L'ultima notte sulla terra #1 - latino
Ricordo ancora bene il mio primo giorno di liceo, come immagino tutti. Ritengo di essere stato fortunato, allora, in quanto a venire a prendere me ed il resto della mia classe per le prime ore di lezione di quella assolata mattinata di settembre non fu un vecchio professore canuto e corpulento, bensì una giovane ragazza di diciotto anni, laureata in lettere moderne, con lunghi capelli neri ed un gran bel sorriso.
A distanza di anni da allora posso dire di essere stato davvero fortunato. Molti potrebbero pensare che in una classe una giovane professoressa avrebbe avuto tutti i giovani virgulti quattordicenni ai suoi piedi ma, signori, questo è un cliché bello e buono.
La nostra professoressa di latino ed italiano era tremendamente brava. Brava a spiegare, e brava ad interrogare. Si preparava le interrogazioni a casa, domanda per domanda, aveva una specie di cartelletta dove teneva i fogli e quando doveva interrogare qualcuno li tirava fuori e seguiva scrupolosamente il programma che aveva preparato per lui. Una macchina da battaglia. Mi ricordo che quando un giorno mi offrii in latino mi rispose che avrei dovuto aspettare, non poteva interrogarmi subito perché le mie domande non erano compatibili con quelle del mio compagno andato prima di me. Che cosa volesse dire compatibili, non lo so proprio nemmeno oggi, ma chissà perché mi fa sorridere questa cosa.
Erano gli anni in cui io, che venivo da un paesino sperduto di campagna e lì avevo frequentato le medie, andavo ad affrontare per la prima volta un mondo molto più grande e variegato e, si presupponeva, molto più istruito. Riuscire a raggiungere i miei primi, piccoli successi rappresentati da quei voti sulla pagella, che non importavano a nessuno se non a me, mia madre e mio padre, erano qualcosa che accresceva in me un po' di fiducia nelle mie capacità e un po' di orgoglio, qualità che in seguito ritengo di aver avuto fin troppo, ma nelle quali all'epoca scarseggiavo parecchio.
Fummo fortunati, oggi lo so, perché quella professoressa era innamorata del suo lavoro, voleva fare proprio quello. Aveva frequentato quello stesso liceo, abitava a circa duecento metri di distanza dalla scuola, la mattina arrivava a piedi.
Ricordo ancora certe mattine in cui arrivava e noi vedevamo subito che era stata dal parrucchiere, e le mie compagne non potevano fare a meno di commentare il suo aspetto durante le pause tra una lezione e l'altra.
Era una faticaccia superare le sue interrogazioni, soprattutto di latino, soprattutto per me, che volevo sempre raggiungere il massimo dopo aver preso coscienza di quello che ero in grado di fare. Erano delle belle interrogazioni, più nessuno poi mi ha messo alla prova, credo, come fece lei.
Per questo a chi oggi dice che il latino non serve a nulla dico che, per quel che mi riguarda, il latino è stato per me come il boss finale di un videogioco. Se volevi avere quel bonus di fine livello dovevi abbatterlo, e per farlo dovevi allentarti duramente prima, dovevi avere disciplina, dovevi essere preparato, non potevi andartene là allo sbaraglio. E quando tutto era finito e la polvere si depositava ed io avevo il mio 9 in tasca, il mondo, almeno per quel giorno, per quelle ore, per quei pochi minuti, il cielo, il sle e le nuvole parevano più limpidi, più chiari e, in un certo senso, più meritati da me, che pure non meritavo nulla, e che avevo tutto. Il latino per me è stato come quei fiori che raccogli quando stai camminando in una stradina di campagna, sotto il sole e nel silenzio. Non ti servono, non ti sono utili a nulla, anzi, ti ingombrano un po', ma chissà che tu un giorno non possa regalarli a qualcuno, o anche solo metterli alla finestra, affinché abbelliscano il tuo soggiorno.
La disciplina e la passione mi è stata insegnata attraverso il latino, ma questo, chi non lo ha fatto o lo ha fatto odiandolo, non lo possono capire ed io non posso spiegarglielo. Tuttavia, un giorno, quando lessi questa frase: ex abundantia enim cordis os loquitur, pensai che fosse proprio vera, e lo pensai mentre la leggevo, non dopo essere andato in internet a vederne la traduzione. E questo, credo, deve contare qualcosa.
Ci invitò al suo matrimonio, il primo anno, e ricordo ancora quella chiesa, non eccessivamente piena, quel sabato mattina. Ed il prete, che disse ad un certo punto : "Professoressa, guarda i tuoi allievi: sono qui per te!". E lei scoppiò a piangere. Poi lanciò il bouquet, quando fu tutto finito, e una mia compagna di classe quasi ne ammazzò altre due per poterlo prendere in mano. Ricordo ancora le sue grida di festa ma io, in verità, mi vergognai un po' anche per lei. Ma forse ero solo un po' troppo giovane per capirlo.
Il suo marito non me lo ricordo, non me lo ricordo proprio, ma penso mi perdonerà, perché d'altronde le nostre strade, ahimè, non si sono incrociate. Posso solo dirgli che oggi, dopo alcuni anni, nella mia gioventù penso che sia stato molto fortunato pure lui, come tutti noi che l'abbiamo conosciuta.
Si incontrarono, mi raccontarono, in patronato. Io mi sono sempre chiesto perché a me non è mai successa una cosa del genere, e spesso ci ho scherzato su ma, seriamente, perché a me non è mai successo?
Oggi penso che una ragazza come lei sarebbe l'unica cosa veramente importante nella vita di una persona come me. Una ragazza bella, non eccessivamente bella, non uno schianto, ma bella, normalmente bella, non so come dirlo, una che ami la letteratura, che ami la cultura, che ami la bellezza nel mondo, che la sappia cercare, che la sappia curare, che la sappia possedere e proteggere, che la sappia trasmettere con passione, una persona che sappia prendersi a cuore il suo lavoro, perché, signori miei, è il nostro lavoro che concorre a definire il significato delle nostre esistenze, una persona che sappia rispettare tutti quelli che la circondano, che sappia amarli ed accoglierli, una persona del genere sarebbe tutto quello che potrei chiedere al mio buon Dio, pur sapendo di chiedere molto, forse troppo. Certo, sarebbe quello per cui una vita potrebbe essere vissuta nella speranza di diventarne degni.
La ringrazio, dovunque lei sia oggi, qualunque cosa stia facendo. Sarà invecchiata, non sarà più come me la ricordo. Ma con me, nella mia mente, quella sua immagine vivrà per sempre. E comunque, sarà sicuramente sempre bellissima.
E forse tutto ciò è stato troppo sdolcinato, ma all'epoca ero sdolcinato, avevo solo quattordici anni, e forse oggi lo sono troppo poco.
...e delle persone che non sopporto #2
Sarò onesto: non sopporto coloro che hanno successo. Non li sopporto. Sono forse una persona meschina? Può darsi, penso dipenda.
Dipende da come hanno avuto successo. Intanto dovrei definire successo, e non è che sia proprio facile. Insomma, che hanno raggiunto cose che avrei voluto aver fatto anche io. Come ad esempio postare video su YouTube, fare un sacco di like su Facebook, avere blog interessanti e pieni di spunti, essere già apparsi in qualche spettacolo teatrale, sebbene in parti secondarie, avere una romantica storia d'amore degna del più tenero ed inverosimile telefilm americano.
In effetti, se ben ci penso, nulla di tutto ciò è realmente qualcosa che voglio veramente. Almeno, lo vorrei alle mie condizioni, le quali sono piuttosto restrittive, lo ammetto.
Non sopporto coloro che hanno afferrato un pezzetto del loro sogno, e se lo tengono stretto. Probabilmente sono anche belle persone, piene di sogni, creatività, ambizioni, speranze, cultura. Probabilmente renderanno migliore il mondo. Ma io non le sopporto. Le invidio troppo. E finisco per pensare che poi, tutto sommato, non devono essere poi state così brave, che deve esserci qualcosa sotto, oppure che è la gente che è sciocca, che dà successo a persone che non se lo meritano davvero, che si complimenta con loro, li porta sul palmo della mano, li magnifica ed ignora altri che invece... Invece cosa? Cosa conta quello che avremmo potuto fare? Cosa conta quello che avremmo potuto essere? Si tratta di un gioco abbastanza spietato il nostro. Il merito è qualcosa che bisogna scegliere di apprezzare, e non sempre è la scelta che ripaga
Ad un certo punto, bisogna decidere se davvero conta. Se davvero conta il successo che abbiamo di fronte a noi, se davvero lo vogliamo anche per noi, o se non è semplicemente un rimasuglio quello che proviamo di quell'antico istinto fanciullesco che ci porta a desiderare il gioco del bambino nella carrozzina affianco alla nostra, perché ci pare più bello.
Dobbiamo decidere cos'è veramente vivere, e cos'è veramente desiderare.
L'erba del vicino non è più verde, semplicemente non è mia. Ed è questo che non sopporto.

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...e delle persone che non sopporto #1
Sono innamorato delle storie di Corto Maltese. Ed anche delle frasi, di alcune frasi, buttate lì, quasi per caso, e che invece devono essere perfettamente calcolate, per forza.
Per questo, anche citando una sua frase, dico che non mi piacciono i redentori. Ma forse redentore, sebbene altisonante, non è la parola più adatta. Certo fa la sua figura, come una bella cornice su una mensola piena di ammennicoli altrimenti inutili se non per la gioia che danno alla vista. No, la parola giusta è padreterni.
Non penso sia una parola del vocabolario, non quello ufficiale, almeno. Però, insomma, se dico che uno si crede un padreterno, credo che mi si capisca, no? E ce ne sono, eh, ce ne sono parecchi. Sono, praticamente, coloro che non rispettano il primo comandamento. Non avrai altro dio al di fuori di me. Sembra una stupidaggine, e in realtà, credo, deve essere il primo dei comandamenti che non viene rispettato.
Mettiamo al primo posto la nostra sorte, la nostra fortuna, i soldi, le macchine, le case, gli altri, quello che hanno e che non hanno, la fortuna che supponiamo essi possiedano, e varie altre cose. Tra queste, noi stessi.
Orgoglio, superbia, narcisismo. Tante cose concorrono. Alla fine, siamo noi, al centro del nostro mondo. E tutto gira intorno a noi. Dico noi perché penso che tutti noi, almeno qualche volta nella vita, ci comportiamo come dei padreterni. Penso sia una cosa un po' normale, alle volte. Quando magari abbiamo fatto qualcosa di importante, quando l'attenzione degli altri è concentrata su di noi, quando finalmente il nostro apporto può contare qualcosa.
Non sono momenti così scontati nella vita di un uomo, quelli in cui si può sentire al centro. In quei momenti, atteggiarsi a padreterno, un po' ci sta. Così come ci sta venire canzonati appunto per questo.
No, non sono i padreterni occasionali che mi infastidiscono. Sono quelli che pongono se stessi in cima ogni giorno, per tutto il giorno. Quelli che devono avere l'ultima parola su tutto, quelli che devono aver per forza fatto qualcosa, per forza, che tu non hai fatto, e che probabilmente non farai mai, perché non ne hai le capacità, o non hai la stessa fortuna, o la stessa apertura mentale, o non abiti in quel posto, o non hai abbastanza soldi... La liste delle cose che non hai, per loro, potrebbe essere infinita.
Sono coloro che quando aprono la bocca devono dire per forza qualcosa di altisonante, che risuona maestoso tra le mura della loro cameretta. Magari dicono delle ovvietà, ma sono dette da loro, e quindi assurgono a verità incontrovertibile. Sono fortunati, comunque, finché troveranno gente disposta ad ascoltarli e sopportarli. Perché ci sono anche quelli dalla parte opposta, che non tengono a sé stessi nemmeno un po', ed hanno bisogno di qualcun altro che riempia la loro vita. Nemmeno quelli li sopporto molto, ma mi fanno più che altro tenerezza. Vorrei vederli esultare, qualche volta, sollevare la testa e scardinare le catene di una personalità che confonde la pesantezza con la forza, e la superbia con lo spessore d'animo.
Ecco, forse ci sono anche io un po' padreterno, come tutti, ed alle volte forse è per questo che non mi sopporto, e che altri non mi sopportano. Ma va bene, finché sappiamo superare e difficoltà e guardare al di là degli errori contingenti. Quelli che non ci riescono, quelli che sono solo loro, che senza di loro il mondo sarebbe perduto, che se non parlassero loro allora nulla avrebbe davvero il pregio di poter essere detto, tutti quelli non li sopporto proprio.
... e delle persone che non sopporto #0
Tempo fa vidi su youtube una idea che ritenni meravigliosa: in una serie di video, croix89 descriveva le persone che non sopportava. In realtà usata un'espressione molto più forte, ma non mi serve utilizzarla qui. Mi è piaciuto tantissimo, perché, in effetti, ogni tanto c'è bisogno di dire anche quello che non ci piace. Ricordo il fantastico mondo di Amelie, in alcune sue scene, dove venivano presentati i personaggi e veniva descritto che cosa piaceva loro fare. Tutto molto bello, davvero. Sono quelle piccole cose che definiscono un personaggio, che lo caratterizzano e lo fanno sembrare più verosimile, più appartenente alla realtà che alla mente di un autore cinematografico.
Tuttavia penso che, per definire una persona, ci voglia anche quello che non le piace. Dopotutto, immagino sia umano non andare d'accordo con qualcuno, e magari farsi un'opinione di quello che sono e significano per noi certi atteggiamenti e nature altrui.
Forse tutto ciò è un po' superficiale, ed anche un po' scorretto, considerando che non siamo nessuno per giudicare. Ma qui non si vuole giudicare nessuno in particolare. Solo quello che abbiamo tutti. E allora forse la cosa potrebbe andare un po' meglio. E poi, comunque, mi va.