Il grande poeta greco Pindaro scrisse in una sua ode, la Pitica II: “γένοιο οἷος εἷ”.
“Γένοιο οἷος εἷ” ovvero “diventa ciò che sei”, in un invito a conoscere e liberare i propri istinti, in stretta connessione con il motto delfico “γνῶθι σεαυτόν”, ovvero “conosci te stesso”.
Nietzsche riprese questo invito e ne fece il perno della sua filosofia. Tanto che uno dei suoi saggi più famosi si chiama appunto “Ecce homo - Wie man wird, was man ist“ ovvero “Ecce homo - come si diventa ciò che si è”.
Ma che vuol dire “diventare ciò che si è”? Come si può “diventare” se stessi? Se io sono io, sono già me, che senso ha diventare me stesso? Beh sì ovviamente io sono io, ma il fatto che io sia fisicamente me non implica che io sia spiritualmente e completamente me stesso.
Questo perché ognuno nasce se stesso, ma dopo vive e cresce nel mondo dove, per esserne parte, è costretto a sposarne determinate credenze, siano esse morali, religiose o sociali. Si cresce imparando e si impara per imitazione. In questo modo l’ambiente intorno a noi determina chi siamo. Tutti noi siamo cresciuti “imitando” qualcosa o qualcuno al di fuori di noi e assimilando nozioni e giudizi dall’esterno. Abbiamo imparato a rapportarci con il mondo “imitando” altri e altro al di fuori di noi e abbiamo elaborato i nostri giudizi di valore in base all’ambiente entro cui siamo appunto cresciuti.
L’invito “diventa te stesso” è un invito a tornare al sé più primordiale e autentico. A chiudere il cerchio. Dopo essere nati puramente e autenticamente se stessi, ma senza alcuna nozione del sé, ed essere cresciuti imitando l’altro, con le conoscenze apprese dall’altro è necessario ascoltare l’io dentro di sé e conoscersi per quello che realmente si è. Così una volta conosciutisi, liberarsi dell’altro e ritornare a sé, fino a diventare finalmente se stessi.
Ma al di là dell’operazione di trasvalutazione dei valori predicata da Nietzsche, una volta rovesciata la trama che mi ha avvolto fin dalla nascita e scoperchiato finalmente il vaso di Pandora, cosa mi resta di me? “Tutto. Ovvero te stesso” direbbe Nietzsche. Ma se dopo aver vissuto una vita intera in quel mondo artificioso e superficiale quel “me stesso” non mi piacesse più e quel tutto fosse in realtà un niente?
Chi lo ha detto che essere se stessi sia la cosa migliore? E se questo “me stesso” fosse un essere mediocre allo stato puro? Lo sbaglio di Nietzsche era quello di presumere che l’uomo oltre l’uomo sarebbe stato un oltre-uomo. Un uomo che con la sua volontà di potenza si sarebbe elevato al di sopra dell’uomo. Ma se invece fosse solo un uomo che scopre di essere meno dell’uomo stesso? Qui il vero problema è che finché c’è il “dubbio”, in potenza posso essere tutto e niente, ma una volta conosciuta la realtà, io non posso più ignorare la mia essenza.
Il velo di Maya che ci separa dalla conoscenza è posto lì per un motivo. La nostra natura curiosa e prepotente ci porta a pensare di dover sapere sempre di più, il nostro egocentrismo a meritare di conoscere di più, la nostra vanagloria e il nostro orgoglio a credere di essere di più.
Ma quando il dubbio si dilegua e l’aspettativa si fa realtà, non c’è più alcun salvagente che ti tiene a galla quando il peso della tua mediocrità ti spinge a fondo e ti annega nella tua nullità. Non ti resta più alcuna speranza o credenza. Solo la più cruda e nuda realtà; un’attualità assoluta che non lascia spazio a nessuna potenza o immaginazione creativa, e quindi nessun margine per risollevarti quando il mondo fuori ti prende a schiaffi e guardandoti allo specchio l’unico valore che riesci ad attribuirti è quello zero che anni di sconfitte e insuccessi ti hanno affibbiato.
Questa è una filosofia per “vincenti”; o magari solo per ottusi ignoranti che non sanno vedere altro e si rifiutano di “vedere al di là”. Ma per chi, come me, dalla vita ha saputo raccogliere solo fallimenti e mediocrità, cosa resta a motivarti per andare “oltre”?
Non è un caso che Nietzsche sia morto solo, catatonico e pazzo, fondamentalmente disprezzato da tutti. Quando scriveva “alla fine, preferirei di gran lunga essere un professore a Basilea piuttosto che Dio” si pensava che fosse la sua pazzia a parlare, ma nella sua totale integrità mentale era invece la sua filosofia a parlare lucidamente per lui. Il peso della conoscenza di sé è un macigno fin troppo greve e quello della Verità che dietro di essa si cela è spesso un peso insormontabile per ogni essere umano.
È per questo che esistono la fede, la religione, la morale e via discorrendo. Per celare il dubbio, per preservarlo da quei folli tracotanti che come me e Nietzsche hanno provato a dissiparlo e spingersi oltre, e quindi per concederci l’illusione di essere migliori di ciò che siamo.
Ma la dissoluzione del dubbio è un’operazione irreversibile ed una volta rimossa quella pellicola protettiva che ci garantiva l’incertezza, resta solo la desolazione della nostra nullità, la solitudine dell’umanità. Perché la Verità è un segreto inviolabile, e noi che lo abbiamo disvelato “non siamo che uomini. Né dei, né giganti. Solo uomini”.














