[...] estetizzazione kitsch, sensazionalismo riduttivo, naturalizzazione vittimaria di intere popolazioni. [...] significativo è [...] ciò che questo inquadramento opera sulle vittime stesse, stigmatizzandole in un’identità “che le spoglia del tutto o in parte”, scrive [...] Mesnard, “della loro biografia e dei loro riferimenti culturali, oppure ve le rinchiude”, privandole di soggettività nonché di ogni diritto che non sia quello al soccorso (con quali esiti pratici bisognerebbe poi vedere). Rimpicciolite a ciò che gli è stato fatto, hanno lacrime ma non hanno ragioni. La loro voce, come quella degli animali, serve soltanto a esprimere piacere e soprattutto dolore, non a deliberare in comune sul giusto e sull’ingiusto, prerogativa che secondo Aristotele distingue la specie umana dalle altre in quanto dotata di logos e di società. La loro verità è nello sguardo dell’altro, il clemente, il misericordioso. Medici e reporter senza frontiere, ONG, rockstar chi in auge e chi in disarmo, spesso in ambigua e nella migliore delle ipotesi ingenua collaborazione con potentati locali o con eserciti invasori, sono i soli davvero accreditati a parlare, gli unici [...] “testimoni legittimi che parlano in nome di chi ha fatto esperienza di eventi traumatici”: “La prolissità del racconto umanitario aumenta parallelamente al silenzio dei sopravvissuti.
In apparenza fraterno, il credo umanitario è un sentire sovrano che rende suddito tutto ciò che tocca: un campo di rifugiati, afferma candidamente il manager di un’organizzazione umanitaria, “non ha bisogno di democrazia per sopravvivere”. Sovranità senza politica, che inizierebbe invece laddove, piuttosto che con le vittime, si solidarizzasse per esempio con gli sfruttati, gli oppressi, gli esclusi con cui potremmo avere degli interessi (un logos, una praxis) in comune: tutti enunciati che implicano un giudizio, giusto o sbagliato non importa, e non una semplice scarica emotiva. Commozione a comando, sovrapposizione adialettica tra sentimento e interesse, il credo umanitario mantiene inermi i disarmati (che cos’latro è successo a Srebrenica?) e lascia intatti gli arsenali dei forti, in perfetta armonia tra risultati e intenzioni - quelle profonde, se non quelle vere.
Daniele Giglioli, Critica della vittima, Nottetempo, 2014