mi sono messa ad ascoltare gli uccelli che pare abitino da sempre nell'orecchio di dioniso. gli uccelli sono eterni, credo, come i greci. chi ha detto che gli uccelli cantano greco forse immaginava che capissero tutti i versi che gli ateniesi gettati nelle latomie sussurravano ai loro carcerieri. echi eterni di storpiature euripidee. ma in quella circostanza sapere una tragedia a memoria, raccontano, era l'unica salvezza plausibile. fenomeno (fainomai) paradossale (parà+doxa. stavolta non ho voglia di spiegare). nel frattempo però alcibiade aveva lasciato la spedizione in sicilia che aveva voluto a tutti i costi per andare a prostituire la patria a sparta. alcibiade e le sue puttane. alcibiade lo perdonano tutti. "per marina antonieta alcibiade ero io". per il mio alcibiade io sono una timandra, e neanche. una puttana? una delle. mi si stringe il cuore, non so bene perché. io e il greco antico siamo impegnati in un lungo addio, un addio che è cominciato il primo giorno che io ne abbia letta con consapevolezza una sola parola. ho bisogno di anticipare quell'addio, poi di ritardarlo, poi di spezzare le estremità e rinsaldarle con un ago intinto nel sale, col fil di ferro delle moire. siracusa che moira è? una moira dorica, rastremata, altissima. napoli? una sirena ionica, una simposiarca voluttuosa. entrambe ebbre del dio e io una formica schiacciata dal loro piede orchestico. oppure un osso, un osso cavo, un ossicino leggero e fragilissimo. ma non di un uccello greco, no: non potrò mai cantare nella loro lingua. e non potrò mai volare