Poi Z mi racconta della tizia che bivacca in casa sua ed è rimasta incinta e sapete com’è, io sono una persona orribile, mi viene in mente quando Bill Hicks diceva che Hitler ha avuto una buona idea ma non ci ha creduto abbastanza. Sul concetto di persona si discute da millenni ed è una di quelle delicate schermaglie filosofiche utili ad aspettare amabilmente il tramonto nella sala del tè. Più antica, e più onesta, la consapevolezza dell’errore che è stare al mondo. C’è dappertutto, dall’inizio dei tempi, la sentenza del Sileno, l’Ecclesiaste, c’è di certo qualcuno che dalla palafitta ha camminato nel lago e sprofondando è diventato una pietra, innocente quieta e senza dolore.
Rimane, credo, un argomento insormontabile: nascere può essere un male, non nascere non lo è mai. Perché l’entità che non nasce non ha desideri rimpianti speranze (che sono, appunto, conseguenza del male di essere vivi). La scelta è ovvia. Ma oltre, capisco la difficoltà a maneggiare il concetto di “vite indegne di essere vissute” - la difficoltà filosofica, non quella dei subumani pro-life. Nessun limite possibile è logico. La tassonomia dei nazisti era assurda. Altre tassonomie dilagano in un oceano di compassione. Francamente, non c’è limite: nessuna vita è degna di essere vissuta.
Direbbero, altri, che c’è la libertà personale, nel senso che non possiamo far esplodere il mondo nonostante sia innegabilmente meglio per tutti. Ma, due problemi: 1) la libertà personale è una delle idiozie dell’illuminismo, il cui unico fine è giustificare traslazioni di potere - siete rivoluzionari, e come tali desiderate un padrone; 2) quanto è giusto che una persona soffra perché lo desidera, o crede di desiderarlo? Di fronte allo splendore del purissimo diamante dell’assenza sembra scomparire tutto il resto. Comunque sia, credo di aver completato il cerchio: imparare ad odiarsi, imparare a perdonarsi, imparare a non esserci.












