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M/F
M/M
Cara M.
Cancellare la soglia, già. Saltarla non sarebbe abbastanza utile.
Forse abituarsi alla soglia.
Abituarsi alla soglia come se oltre ad essa proponesse strade differenti, sconosciute, inconoscibili.
Ricordo bene che per abituarmi alla soglia ho innazitutto gettato in un conato il malessere, da intossicazione di dolore, che d’un lampo si presenta con la comparsa della soglia.
Un passo alla volta per smettere di ingerire boccate d’aria create dal vuoto.
L’aria del vento che tira, fortissimo, al confine della soglia.
Fino alla comparsa dell’abitudine come istinto primordiale di sopravvivenza, che pian piano rompe il silenzio.
Nella mia stanza non ho cassetti, per questo motivo i miei pensieri si arrampicano alle pareti. Ai pensieri ho soluzioni solo di natura matematica, aritmetica, così ho combattutto la sottrazione, l’assenza, con l’inversa proprietà dell’addizione.
Metti oggi e aggiungi domani che l’abitudine, al vento fortissimo di confine, prende posto.
Ho cancellato la soglia solo quando non vi era nulla da addizionare, da portare con me e tenere da questo lato del confine.
Ho cancellato come quando sul traghetto ti allontani dalle isole e senza aspettare che il mare le inghiotta così lontano e lontano… ti volti e dai le spalle.
tua Miriam
Lettera #3 (M/M)
Palermo, 26 gennaio 2014 Cara M,
ho aspettato con fiducia la tua risposta. Il mio tempo è stato scandito da continue messe alla prova, con un unico costante obiettivo: in altre donne ritrovare un po’ di me stessa. Mi vien da dirti che la mia di vita è volta alla ricerca ossessionante di un’immagine, che traduca cristallizzi attimi secondi anni e millenni; i loro cambiamenti, successioni di eventi che trasformano: sentimenti, pensieri, stagioni, interessi e valori. Sfuggo alla condanna della vanesia di cui non subisco il “discreto fascino”. L’ansia del qualunquismo spicciolo mi gela, ostacola il flusso dell’unico ricordo iscritto nella memoria somatizzato e bloccato tra i polmoni, l’aorta e lo stomaco. Mi discutono le mani, mi si altera l’equilibrio già impossibile da stabilire. Nell’acqua che si mischia con l’acqua riconosco la meraviglia del creato, quando la pioggia trafigge il mare. Una volta mi convinsero d’essere in grado di respirare sott’acqua, dove i rumori si ammutoliscono e la vista si perde e dopo il blu c’è solo il blu e poi blu... Ma ho solo naufragato, sentito cullare il mare, perdendo la via. In queste poche righe di getto mozzato come un respiro (di chi riesce anche a ventimila leghe sotto i mari che va tra parentesi come tutto ciò a cui vuol darsi attenzione di proposito) avrò certamente tralasciato virgole e puntini su “i” prevalentemente in minuscolo, onomatopeiche parole rimbombanti/bisbigliate/rumorose. Fastidiose come il rimbalzo della gomma quando mi impongo d’essere più elastica. Le mie parole non soffrono mai per pudore, scappano, tagliano, temono, quasi mai offendono che è atto, invece, intenzionale. Le tue parole come un viaggio, mi trascinano, scaldano al calore d’un sole d’oriente. Il calore di un corpo amico parla la lingua della sincerità, dell’unione necessaria, di due occhi cui dedito è lo sguardo. Ma amica, cedi mai al fascino del buio? All’urlo del vento? Non sono anch’esse meraviglie del creato? Il sublime, l’ottenebrante vertigine di abbandonarsi alla dismisura col mondo, non è questo l’asilo del dolore? Miriam
il diario

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(F-M)
Lettera #11 (M-F)
Palermo, 4 dicembre 2013 Cara F, Ho cominciato a fotografare per non parlare. Trovando una compagna silenziosa a cui non dover spiegare perché venivano a mancarmi le parole. Prendendola come un’eredità, continuando il lavoro di chi aveva catalogato tutte le facce e le vicende a cui, ero e sono, più legata. Nonostante questa smaniosa attenzione di conservare mi ossessioni da anni, continuo a pensare che le migliori foto le ho scattate con gli occhi. La fotografia mia aiuta a mantenere i ricordi più precisi, ma quello che ho visto è il testamento più bello che ho. È il mezzo con cui rifuggo dalle parole, senza pretesa di spiegarmi, mi curo. Infondo abbiamo un po’ tutti bisogno di difenderci. Non credi? Questa lettera ha necessitato di un foglio più piccolo, perché le parole scelte erano più importanti, dovevano stare vicine per trasmettere il senso senza fluttuare nel foglio. Le parole vanno scelte con cura, come oggetti preziosi regalate, sono un’arma troppo forte; direi la più importante virtù di un’anima. Che sai dirmi delle tue Fede? P.S. Ti chiedo di lasciare la tua prossima risposta presso la “Madonnina” posta in via Anwar Sadat al civico 146, la cercherò dall’8 in poi. P.S.S. Il mio primo rullino 120 a causa di un bagno sbagliato non venne mai, per nulla sconfitta tornai a casa e vi cucì sopra le foto che non avevo mai avuto. Lo stesso lascio a te, le foto che immagino. Completalo se vuoi. Miriam
Lettera #6 (F-M)
Palermo, 13 novembre 2013
Cara Miriam, non ho consultato alcun dizionario (qui a casa nuova non ne ho ancora) e consultarne uno virtuale mi sembra una sorta di violazione a questo nostro (perdonami il “nostro’’) esperimento di totale ed estrema ricerca di autenticità... ma proprio dopo aver preso un’immediata decisione, ecco che rimbomba nella mia testa questa mia definizione: “Oltre me Stessa!’’
L’ordine e la compostezza delle tue lettere mi riempie di buoni propositi, che puntualmente disattendo. Ma quello è l’autentico tuo, questo è l’autentico mio e mi dico: “che bellezza, è un autentico bianco e nero’’.
Parentesi 1: sabato parto e starò dieci giorni a Berlino. La nostra corrispondenza sarà quanto mai epistolare! Parentesi 2: nell’arco di questi giorni mi preoccuperò di farti sapere di volta in volta l’indirizzo del mio alloggio.
Nel frattempo ti chiedo entro venerdì sera di farmi trovare la tua risposta presso il negozio ormai chiuso negozio di posters in via Sampolo 404.
F.
(M-F)
Palermo 2014
(F-M)
Roma 2013

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Lettera #2 (M-F)
Palermo, 7 novembre 2013 1 kg 15,5 cm di lunghezza 3,2 cm di altezza Cara F, del nostro primo incontro ormai solo un peso (tolto), ad oggi amabile e lustrato fermacarte. La tua incertezza nello scegliere parole mi entusiasma e come calamita mi attrae quell’OLTRE. Oltremare, oltretutto, oltre uomo, oltre me, oltre noi, oltre il muro, oltre a vedere registrare le cose che passano dagli occhi. Indagami l’oltre, te ne lascio una mia idea. P.S. Ti chiedo di lasciare la tua risposta alla biglietteria della metro di via Autonomia Siciliana, entro domenica. Miriam