Probabilmente diventare grandi vuol dire rendersi conto che alcune cose non torneranno più e che altre non cambieranno mai. Che ogni giorno ci tocca fare una scelta e che per ogni conquista che portiamo a casa c'è una perdita da superare. È tutto un gioco malsano di rinunce e di speranze, di desideri e di limiti. Prima pensavo a quelle sere in cui uscivo di casa senza sapere a che ora sarei rientrata, senza sapere dove sarei andata né con chi. Ero libera, ma tremendamente sola. Pensavo a quando mi sono innamorata per la prima volta, alla mia gelosia, alle mie grida, alle sorprese, alla forza che mettevo in tutto quello che facevo e dicevo. Ero folle, forse, ma incredibilmente viva. Pensavo a tutto quello che ho già fatto e che per questioni di tempo e di abitudini non farò più. Pensavo a com'è facile cadere nella trappola. Iniziare a dire a tutti “avrei voluto, ma poi sai…tra una cosa e l'altra!”. Sarà vero per davvero che è colpa delle cose o sarà forse soltanto colpa nostra? Si poteva fare diversamente? Probabilmente no. Magari, però, si poteva fare con più cuore. E sarà vero che a volte i sogni diventano realtà? Secondo me è anche possibile il contrario, pensavo. Secondo me anche la realtà può assomigliare parecchio a un sogno, delle volte. Mica sempre però. Mi sa che siamo un po’ viziati con questa storia della felicità a tempo indeterminato, con questa storia dell'amore infinito. Che ne vogliamo sapere noi di quanto dura la primavera? Tre mesi, siamo sicuri? E ora che è inverno e ci sono 15 gradi all'ombra allora che è successo?
Accettare che cambia tutto, continuamente, perfino noi. Tranne quelle parti del nostro corpo e del nostro modo di essere che odiamo di più.
Ieri ero sul molo, c'è il mare mossissimo e avevo un po’ di paura. Gli schizzi arrivavano ovunque e le onde erano talmente alte che superavano il muretto. Non so nemmeno perché fossi lì. Avrei potuto essere in giro per negozi o in un cinema o a fare l'amore. Invece no. Ero lì tutta imbacuccata e tutta bagnata. Vicino a me c'era un signore che faceva delle foto. Era completamente fradicio e rideva come un matto. Non so nemmeno se esisteva davvero, in realtà. A un certo punto ho iniziato a chiedermi se lo vedessi solo io. Rideva e ogni tanto mi diceva “guarda che il bello l'è questo, l'è fare queste cazzate qui, lo sai vero?”.
Io annuivo cercando di risultare credibile. Avrei voluto rispondergli che in realtà qual è il bello, di preciso, ancora non l'ho capito tanto bene. Ma lui era così convinto e convincente che non riuscivo nemmeno a pensare o a ribattere.
“Gliel'ho detto anche al mio amico: portacela la tu’ donna qui! Ora io son tutto bagnato, devo tornare a Firenze e mi verrà la polmonite. Alla fine ho sessantaquattro anni, non diciassette! Comunque sai che c'è? M'importa una sega! È troppo ganzo!”
Io, onestamente, non mi sento di aggiungere altro.
- Susanna Casciani





















