Fred P. Peel. The vase and the maid 1935. Via nationalmediamuseum
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Fred P. Peel. The vase and the maid 1935. Via nationalmediamuseum

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ahahahahah….
Questa vignetta fa di me Luke Skywalker…

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Guardo nella mia cassetta delle lettere due volte al giorno. Alle undici di mattina e alle cinque di sera. Il postino di solito passa prima, la mattina tra le nove e le undici – è molto irregolare – e il pomeriggio verso le quattro.
Vado sempre a controllare il più tardi possibile, per essere sicuro che sia già passato, altrimenti la cassetta vuota mi darebbe false speranze, mi direi: «Magari non è ancora venuto», e sarei costretto a scendere un’altra volta più tardi.
Avete già aperto una cassetta delle lettere vuota?
Sicuramente. Capita a tutti. Ma voi ve ne infischiate altamente, che sia vuota o che contenga qualcosa, una lettera della suocera, un invito a un’inaugurazione, una cartolina dei vostri amici in
vacanza, per voi non fa differenza.
Io una suocera non ce l’ho, non posso averla, dato che non ho una moglie.
Non ho neppure dei genitori, dei fratelli o delle sorelle.
O quantomeno non posso saperlo.
Sono nato in un orfanotrofio. Naturalmente non sono nato lì, ma lì ho preso coscienza di essere al mondo.
All’inizio mi sembrava normale, credevo che la vita fosse quello, un mucchio di bambini più o meno grandi, più o meno cattivi, e qualche adulto messo l per difenderci dai più grandi. Non sapevo che altrove ci fossero bambini con dei genitori, un padre, una madre, sorelle, fratelli, una famiglia – come la chiamano.
Più tardi li ho incontrati, questi bambini di un altro mondo con genitori, fratelli, sorelle. Allora mi sono messo a immaginare i miei genitori, perché ne avevo avuti, era inevitabile, i bambini non nascono sotto i cavoli, e anche dei fratelli e delle sorelle, o, più semplicemente, un fratello e una sorella.
Ho riposto le mie speranze nella cassetta delle lettere. Aspettavo un miracolo, una lettera del tipo: «Jacques, finalmente ti ritrovo. Sono tuo fratello,
François».
Naturalmente avrei preferito:
«Jacques, finalmente ti ritrovo. Sono tua sorella, Anne-Marie».
Ma né François né Anne-Marie mi ritrovavano.
E io non ritrovavo loro.
Mi accontenterei anche di una lettera di mia madre o mio padre. Li immagino ancora in vita, sono abbastanza giovane. Se, per esempio, l’uno o l’altra mi scrivessero:
Mia madre:
«Caro Jacques, ho saputo che hai una buona posizione. Mi congratulo con te per essere arrivato così lontano. Io vivo nella miseria e nel bisogno, come ai tempi in cui sei nato tu. Ma sono contenta di sapere che finalmente ti sei sistemato. Se non ho potuto tenerti e crescerti come avrei voluto la colpa è di tuo padre, che mi aveva abbandonata quando aspettavo te, malgrado avessi un grande desiderio di stringerti al petto per sempre.
Ora sono vecchia, e magari potresti spedirmi un po’ di soldi, dato che sono tua madre molto bisognosa a causa dell’età, e che più nessuno vuole darmi lavoro. Tua madre che ti vuole bene e pensa spesso a te».
Mio padre:
«Caro figlio. Ho sempre desiderato avere un figlio, e sono fiero di te, perché hai un’ottima posizione. Non so come te la sei fatta, la tua posizione, io non ho concluso niente, eppure ho sgobbato tutta la vita come ai lavori forzati.
Quando tua madre mi ha detto che era in attesa io mi sono imbarcato, ho vissuto nei porti e nelle taverne, ed ero infelice perché pensavo che da qualche parte avevo una donna e un figlio, ma non potevo avervi per via dei pochi soldi che guadagnavo e che spendevo nel bere per annegare il dolore che avevo dentro di me pensando a voi. Oggi sono indebolito dall’alcol e dai dispiaceri,sulle navi non mi vogliono più. Faccio quello che posso nei porti, ma niente di che, sono vecchio.
Quindi, se vista la mia situazione puoi spedirmi un po’ di soldi, saranno sempre i benvenuti. Tuo padre, affettuoso per sempre».
Mi aspettavo una lettera di questo genere, e con che gioia sarei corso in loro aiuto, con che piacere avrei risposto all’appello.
Ma non c’era niente, niente di simile nella mia cassetta delle lettere, niente, fino a stamattina.
Stamattina ho ricevuto una lettera. Arrivava da uno dei più grandi imprenditori della città. Un nome molto conosciuto. Ho pensato che si trattasse di una lettera ufficiale, di un’offerta di lavoro.
Faccio lo scenografo. Ma la lettera cominciava così:
«Figlio mio, tu non sei stato altro che un errore di gioventù. Tuttavia mi sono assunto le mie responsabilità. Ho messo tua madre nelle migliori condizioni, avrebbe potuto crescerti senza
lavorare, invece si è limitata a godersi i miei soldi, abbandonandoti in un orfanotrofio per poter continuare a condurre un’esistenza sregolata. (Ho saputo che è morta una decina di anni fa).
Quanto a me, sono una persona molto in vista, e non ho potuto occuparmi di te direttamente, poiché avevo già una famiglia legittima.
Tuttavia voglio che tu sappia che non ti ho mai dimenticato e che, per vie traverse, mi sono sempre occupato di te.
Da parte tua, devo riconoscere che te la sei cavata bene, e me ne congratulo. Devi aver preso da me, perché anch’io sono partito dal niente.
Sfortunatamente non ho avuto altri figli. Solo delle figlie, e i miei generi sono degli inetti. Ora che la mia vita volge al termine mi importa assai poco delle convenienze. Ho deciso di affidarti le redini dei miei affari, perché sono stanco e ambisco al riposo.
Ti prego dunque di venire a trovarmi in ufficio, all’indirizzo indicato sulla lettera, il due maggio prossimo alle tre.
Tuo padre».
Segue la firma.
È la lettera che ho ricevuto da mio padre dopo trent’anni di attesa.
E lui è convinto che il due maggio prossimo, alle tre, mi presenterò nel suo ufficio colmo di gioia.
Il due maggio è tra dieci giorni.
Stasera, seduto in un aeroporto, aspetto un aereo per l’India.
Perché l’India?
Potrebbe essere qualunque posto, purché mio «padre» non possa ritrovarmi.
La grande ruota
Se ti seguo è perchè amo il ritmo dei tuoi passi. Vacilli. Mi piace. Si direbbe quasi che zoppichi. E che sei gobbo. In realtà non lo sei. Ogni tanto ti raddrizzi, e cammini dritto. Ma io ti amo a notte fonda, quando sei debole, inciampi, ti pieghi. Ti seguo, tremi. Di freddo o di paura. Eppure fa caldo. Mai, quasi mai, nella nostra città forse non aveva mai fatto così caldo. E di che cosa potresti avere paura? Di me? Non sono tuo nemico. Ti amo. E non c'è nessun altro che possa farti del male. Non temere. Sono qui. Ti proteggo. Eppure soffro anch'io. Le lacrime - grosse gocce di pioggia - mi scorrono sul viso. La notte mi offusca. La luna mi rischiara. Le nubi mi coprono. Il vento mi squarcia. Ho per te una specie di tenerezza. Ogni tanto mi succede. Molto raramente. Perchè per te? Non ne ho idea. Voglio seguirti da lontano, dovunque, a lungo. Voglio vederti soffrire ancora di più. Voglio che tu ne abbia abbastanza del resto. Voglio che tu venga ad implorarmi di prenderti. Voglio che mi desideri. Che tu abbia voglia di me, che mi ami, che mi chiami. Allora ti prenderò tra le braccia, ti stringerò forte al petto, sarai il mio bambino, il mio amante, il mio amore. Ti porterò via. Avevi paura di nascere, e ora hai paura di morire. Hai paura di tutto. Non bisogna avere paura. C'è semplicemente una grande ruota che gira. Si chiama Eternità. Sono io che faccio girare la grande ruota. L'unica cosa che può fare paura, che può fare male è la vita, e quella la conosci già.
Kurdish woman speaking about why she is fighting with YPJ for an autonomous Kurdish state + against ISIS.
Source (x)
I honestly had no idea Kurds were so progressive when it comes to gender equality.
I haven’t heard a single thing I didn’t like about the Kurds/YPG, re: their resistance, that I haven’t liked. Respect.
vintage spanking postcard (www.summertime75.wordpress.com)

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this is why events unnerve me
"non dormo.
É che faccio fatica a credere a questa giornata, aquesto tempo che sembrava dovesse finire ed invece ora sarà infinito senza di te.
Se penso a noi, penso a lunghe conversazioni quotidiane, ad un cielo stellato in una antichissima torre, al tapping, agli uomini mai giusti, alle cene a base di pesce e vino bianco gelato da Onofrio, al tuo esserci sempre, al tuo essere asburgica,alle tristezze e alle amarezze condivise, alle tue troppe sigarette, alla tua recente felicità e al mio farmi da parte...forse stupidamente.
Di questi ultimi giorni non voglio ricordi, anche se so che le poche parole affannate non le scorderò mai.
Ti ho persa
ma resti qui
negli occhi di chi ti ha conosciuta e riconosciuta.
Ti salutiamo gran donna e anima bella
Che il cammino ti sia lieve
la gemellina piccola, lla piccola M., la principessa dalle ciglia bionde, il piccolo anubi,mimì e maria, onofrio, susi e il mare
tap tap ci accettiamo e finalmente perdoniamo, e vogliamo bene a chi ce ne vuole!"

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C’è ancora si ostina a dire che l’amore è vero solo se dura per sempre.“Se finisse allora non è mai iniziato”.Che enorme stronzata. Se per caso un fiore muore, non era un fiore?Oppure ha avuto il suo tempo per crescere e sbocciare, e poi è appassito?Solo perchè è appassito, non si può dire che non fosse un fiore.E, per assurdo, solo i fiori finti durano per sempre.
Francesco Roversi (via chicazzomelhafattofare)
QUANDO LA FALLACI VOLEVA FAR SALTARE IN ARIA UNA MOSCHEA (E COSA E' INVECE ACCADUTO)
Io non mi scandalizzo con chi tira in ballo la Fallaci per perorare lo scontro di civiltà, perché è quello che la Fallaci ha sostenuto nei suoi ultimi anni di vita; anche se trovo avvilente buttare nel cesso una vita dedicata all'informazione, ottima informazione, per finire con la bava alla bocca a scrivere editoriali per Il Foglio di Giuliano Ferrara; ma questo è un altro discorso e già ne parlavo qui: http://www.fanpage.it/perche-oriana-fallaci-aveva-torto-ma…/.
Quello che vorrei sottolineare, mestamente, è l'apice (al contrario) di Oriana Fallaci durante un'intervista al New Yorker: "Se costruiscono una Moschea a Colle Val d’Elsa prima della mia morte vado a prendere l’esplosivo e la faccio saltare in aria io personalmente”. La storia è questa: Oriana Fallaci morì il 15 settembre del 2006 e dopo sei anni di lavori, una grigliata di salsicce nel cantiere organizzata da Mario Borghezio e una testa di maiale fatta ritrovare da anonimi, il 24 ottobre 2013 la Moschea di Colle val D'Elsa venne effettivamente inaugurata. Bene, ieri è uscito il comunicato della stessa Moschea che condanna (con durezza, ovviamente) l'attentato a Charlie Hedbo. Leggetelo, perché confrontato con le parole di Oriana Fallaci fa un certo effetto: "L'attacco terroristico di Parigi è una vergogna, è un basso livello di vile attacco. L'attacco danneggia, deforma e sfigura l'Islam e i musulmani specialmente in occidente. I primi che subiscono un danno enorme di questo attacco terroristico siamo noi, i musulmani che viviamo in europa, dove abbiamo lavorato e stiamo lavorando per l'integrazione e il rispetto reciproco tra le culture e le religioni e per la linea della moderazione. Il nostro amato profeta Muhammad ha subito torture e offese gravi e insopportabili da parte dei pagani di quraish, ma li ha perdonati tutti. Disse loro: "andate siate liberi". Non fu vendicatore né giustiziere, ma Misericordia per tutti. Purtroppo siamo impotenti e privi di ogni mezzo che possa fermare questi atti osceni e orrende violenze. Condanniamo fortemente senza limite di parole questa strage. Le nostre condoglianze al popolo francese e ai famigliari delle vittime. Dott.Abdel Qader Abu Sumaya Imam di Perugia e Colle Val d'Elsa"
PS. nonostante l'impegno di Gasparri, e la tenacia di Salvini, io preferisco ricordarmi la Fallaci in salute, amica di Pier Paolo Pasolini e autrice di "Lettera a un bambino mai nato". Quella Fallaci che di una strada intitolata a lei grazie alle pressioni di qualche politico annoiato, probabilmente, ne avrebbe fatto volentieri a meno.
Saverio Tommasi