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…..noi siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano E gli occhiali li tolgono e con l’acceleratore fino in fondo le vite che sfrecciano …e vai…e vai….
Cat…. blurredlines2016
Quante parole
.
Abbiamo parole per vendere
parole per comprare
parole per fare parole.
Andiamo a cercare insieme
le parole per pensare.
Abbiamo parole per fingere
parole per ferire,
parole per fare il solletico
Andiamo a cercare insieme
le parole per amare…“
( G.Rodari )
“È il vissuto che fa l'età, non i compleanni.”🎂🎉💖 https://www.instagram.com/p/BojvhR0CClaJlxKA4uLJQ7dPM6foe0fiOsPA440/?utm_source=ig_tumblr_share&igshid=9204lti0gai9
Quando Albert Einstein incontrò per la prima volta Charlie Chaplin gli disse:
«Quello che ammiro in lei è la capacità di farsi capire senza aver mai detto una parola».
«E’ vero – rispose Chaplin – ma lei è più bravo di me perché il mondo la stima pur non capendo niente di tutto quello che ha detto».

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Contraddire l’altro a priori non è sinonimo né di intelligenza né di cultura ma solo di maleducazione e mania di protagonismo
Chi non rispetta la montagna non può capire il mondo (e cosa sta succedendo).
Faccio molta fatica a scrivere queste parole, sono molto colpita dalle perdite umane e paesaggistiche di settimana scorsa. Gli alberi caduti non erano SOLO degli alberi, erano/ sono molto di più. Ammiro e stimo la dignità assoluta con cui le persone di quelle zone stanno affrontando l'emergenza (ben consci che pagheranno, per moltissimi anni, le conseguenze dei danni subiti).
Piccola premessa: sono nata in montagna (più precisamente in un paesotto industrioso di una valle che è posta all'interno delle prealpi bresciane) e sono sposata con una persona che non solo ci è nata ma che la montagna ce l'ha dentro. La rispetta e ne assorbe la forza. Ah, badate che la forza in montagna non significa la conquista delle vette a scopo di poter, narcisisticamente, fare sfoggio dell'elenco dei picchi raggiunti. Forza, in quei posti, significa sapere quando fare un passo indietro. Io non ho sempre amato essere figlia (anche) di questi luoghi, ci sono stati periodi della mia vita dove tutto mi andava troppo stretto e bisognava scappare lontano. Ora non è più così.
Provo un amore smodato per i monti del Veneto e del Trentino Alto Adige (soprattutto la zona attorno all'altipiano di Asiago: l'area della Folgaria e di passo Vezzena hanno rapito il mio cuore). Dallo scorso Luglio ero elettrizzata all'idea che io e Dario avremmo speso il ponte del primo Novembre nei luoghi dei Cimbri. Ovviamente non è andata così, abbiamo fatto un passo indietro.
Dato che alloggiavamo a Lusiana (uno dei sette comuni della reggenza dell'altipiano) che non era in pericolo e non ha riportato particolari danni, ci siamo informati seriamente per decidere se andare, quali strade fare e come muoverci per non creare nessun intralcio/pericolo per i soccorritori.
Delle persone che soggiornavano nel nostro b&b erano curiose di vedere i danni, di provare a salire “tanto al massimo torniamo indietro”.
Noi rispettiamo troppo la montagna e la sua gente per fare una cosa così. Ci torneremo quando i soccorritori avranno fatto tutto quello che c'è da fare ma ora non hanno bisogno di doversi preoccupare anche di/per noi.
Una cosa possiamo farla. Non lasciare sole quelle persone, non smettere di essere solidali, aiutare economicamente (ognuno secondo le proprie possibilità) i produttori locali e capire che il “climate change” è già una realtà.
Col cuore. Grazie.
Grazie, davvero.
Nel giorno della commemorazione dei defunti, proponiamo questo capolavoro del pittore fiammingo Pieter Bruegel il Vecchio (1525 ca. - 1569) con un visionario “Trionfo della morte” che, come si evince, si abbatte su tutto, persino sulla natura.
Nell'immagine: PIeter Bruegel il Vecchio, “Trionfo della morte”, Madrid, Museo del Prado.
Buonasera Kon,
Le scrivo perché per anni sono stata lettrice delle Sue risposte argute e piene di sensibilità e soprattutto perché sento che potrebbe aiutarmi in qualche modo. Sono divorata dai sensi di colpa: un paio d'anni fa ho chiuso una relazione quasi decennale con un ragazzo (X) che soffre di una depressione invalidante e che non ha mai avuto la costanza e la forza di iniziare un percorso terapeutico e farmacologico. Sono stati anni difficili, vedere X in certi stati mi annientava ogni giorno di più e sono arrivata a pensare che, se non riuscivo ad aiutarlo e nemmeno a lasciarlo, tanto valeva togliermi la vita. Come dicevo poc'anzi, due anni fa ci siamo lasciati di comune accordo e abbiamo iniziato a sentirci come amici (il sentimento si era ormai tramutato in affetto, anche se ci sono stati due episodi in cui siamo finiti a letto insieme ma senza coinvolgimento). Qualche mese fa ho iniziato a frequentare Y, che poi è diventato il mio attuale ragazzo; sono stata fin da subito sincera con Y, raccontando il mio passato come si fa di solito all'inizio di una relazione. Y non ha mai visto di buon occhio questo legame con X, ho provato a spiegargli la natura della situazione ma non c'è stato verso: per Y un ex è un ex e non può tramutarsi in un amico se fino a poco prima c'erano stati dei tira e molla; per non mettere a repentaglio la nuova relazione e per non creare disagi a Y, dico a X che è meglio se non ci sentiamo come prima e lui ovviamente se ne risente parecchio. Lo chiamo ogni tanto, più per sapere come sta che per altro, infatti le telefonate sono sempre relative al suo stato di depresso cronico e mi lasciano sfiancata. Mi sento anche molto in colpa nei confronti di Y, con cui sono tornata a essere serena e positiva e che di certo non si merita bugie et similia. La scorsa settimana X mi chiede se possiamo vederci, rispondo inizialmente di sì ma dopo poco mi rendo conto che non sono fatta per queste cose, che a parte il pericolo di essere scoperta (a fare nulla se non prendere un caffè, ma sempre ‘tradimento di una promessa’ è, a mio avviso) sono proprio incapace di reggere una situazione del genere. Chiamo X, gli spiego come mi sento, lo ascolto piangere e dirmi che non ha nessuno, che allora tanto vale non sentirci mai più, che è meglio se si ammazza, che vede il suo futuro da solo, che sta prendendo medicinali da una dottoressa che nemmeno gli fa terapia e quindi i dosaggi sono sballati. Cerco di ripetermi che ho fatto la mamma-fidanzata-sorella-amica-crocerossina per quasi dieci anni e che non sono in grado di salvarlo, che l'ultima volta che ci ho provato mi stavo buttando giù da un dirupo. I sensi di colpa però sono forti, finisco per chiedergli scusa e per congedarmi con la promessa di avere sue notizie appena starà meglio. Ho una brutta sensazione e inoltre l'essere felice con Y mi rende tutto ancora più pesante da digerire perché abbandonare così X mi sembra da vigliacchi. Cosa sto sbagliando?
Scusi il papiro, La ringrazio se vorrà spendere qualche minuto per leggere queste righe ma non si senta in obbligo di rispondermi se non è nelle Sue corde. Un abbraccio, grazie per quello che fa!
Premettendo che t’invidio ma manco per il cazzo (è dalle 5 di questa mattina che penso come risponderti), partiamo con una premessa.
Sei una buona persona.
E sebbene non so quanto questo possa valere detto da uno sconosciuto o, in generale, come valore assoluto nell’anno domini 2017 (scherzavo… io resisto solo grazie alle persone come te), ti dico che queste tue remore e queste tue preoccupazioni ti fanno molto onore
…ma devi andare avanti.
Oramai mi sono fatto venire un nodulo alle corde vocali e una tendinite falangea a dire e scrivere che l’unico modo in cui un rapporto di coppia può funzionare sta nell’equilibrio tra quello che si è disposti a dare all’altro e quello che si è disposti a lasciare di sé senza percepirlo come un sacrificio o una perdita.
Intuisco come il rapporto precedente sia stato un dare estremo a una persona in grande bisogno emotivo, la quale però non è affatto riuscita a risollevarsi e anzi ha avuto l’esigenza costante di un tuo supporto, prima come amante e poi come amica.
Questi sono rapporti che vanno bene solo per una brutta sceneggiatura cinematografica da tre ore (e che lascia certa gente a piangere sui titoli di coda) o per una quindicenne con la sindrome della crocerossina, non per un adulto che può ben intuire il rischio di una fruizione emotiva a senso unico.
Non so se il tuo nuovo compagno sia mosso dal nobile intento di riportarti ad essere libera da questi vincoli emotivi oramai basati solo sul senso di colpa oppure sia infastidito da una logorante gelosia (peraltro, entro certi limiti, abbastanza comprensibile), fatto sta che eventualmente questo sarà tra voi due motivo di confronto DOPO… dopo che avrai accettato che non tutti possono essere salvati, anzi, che alcuni proprio non vogliono esserlo e preferiscono tenerti in un ostaggio emotivo che è solo un pallido e malato succedaneo del vero amore.
Vai avanti e lascialo andare, perché se veramente vuoi essere d’aiuto per qualcuno, la prima persona da salvare sei tu.
Un abbraccio.
Buongiorno! La mia domanda esula da questioni di salute, si riferisce perlopiù ad un consiglio spassionato. Secondo lei un ragazzo con ottime capacità sia umanistiche che scientifiche e che si trova fortemente indeciso fra iniziare studi di Medicina o di Lettere come può decidersi? Non specifico il tipo di risposta perché è indifferente, sia pubblica, privata che anonima. Grazie della disponibilità e degli eventuali consigli. 🌸
Interessante, la domanda.
E per interessante mi riferisco al nascente quesito sull’intervallo di tempo tra la pubblicazione di questo ask e il momento in cui dovrò tirare su i piedi perché non si bagnino coi fiume di sangue della battaglia epocale per decidere se sia migliore la setta degli Umanisti o quella degli Scienziati.
Personalmente io sono nato umanista e ho fatto carriera da scienziato con forte inclinazioni umaniste e, a essere pragmatici, forse medicina ti può dare più possibilità di sbocchi lavorativi. A questo aggiungo, parte mea, la grande soddisfazione di conoscere la natura dell’essere umano, l’unico motivo che mi sta facendo continuare dritto per la strada che ho scelto.
Se controllerai le note, sono sicuro che molti ti sapranno dare altrettanti, se non più validi, buoni consigli.

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Il Meme
Il termine meme è stato coniato dal biologo evoluzionista Richard Dawkins, nel suo libro del 1976, “Il gene egoista”.
Il termine meme (modeled on gene) viene dal greco mimeme = imitare e venne coniato per spiegare il diffondersi delle idee e dei fenomeni culturali.
Secondo Dawkins, l’evoluzione dipende solamente da unità auto-replicanti in grado di veicolare informazioni, nel caso biologico, dai geni e non - semplificando - dai suoi singoli componenti. Per questo, il meme diventa anch’esso un’unità auto-replicante in grado di veicolare informazioni sul comportamento umano e l’evoluzione culturale.
Il meme di Dawkins è allora soggetto a mutazioni durante il corso del tempo e quindi ad evoluzione.
Il meccanismo di replicazione del meme avviene tramite l’uomo che lo copia-incolla e lo diffonde agli altri, ma tale meccanismo è soggetto, come tutti i meccanismi di copia-incolla, ad errore, incluso l’accorpamento tra diversi meme per crearne di nuovi. Questo fa si che i meme possano cambiare nel corso del tempo, sopravvivendo e/o mutando attraverso l’evoluzione culturale, un po’ come la natura fa con i geni.
Da qua la definizione di meme come “unit of cultural transmission” (unità della trasmissione culturale), ovvero un’idea, un credo, un atteggiamento culturale ecc. Ovviamente, la trasmissione del meme richiede, sempre secondo Dawkins, l’uso delle percezioni sensoriali con la conseguenza che, a differenza dei geni, il meme può tramandarsi attarverso i secoli senza mai perdersi.
Ovviamente le critiche alla teoria del meme di Dawkins non mancano. I meme, a differenza del DNA, non hanno un codice di base e poi sono soggetti ad una forte instabilità del meccanismo di mutazione. Passare da una mente all’altra, in così poco tempo, implica una bassa efficenza di replicazione per un alto livello di mutazione e conseguente caos evolutivo.
A suo tempo lo spiegai con questo post: ogni x numero di reblog, una citazione, un’idea, perde completamente la sua veridicdità perché viene copia-incollata male. In pratica si parte da una citazione dell’inferno di Dante e nel giro di n reblog se ne ottiene una di Fabio Volo presa dal suo ultimo libro. E viceversa.
Indipendentemente dalle critiche se sia da considerare il meme simile o no ad un gene, resta la sua peculiarità di vettore libero di propagazione dove vale la regola di Salingarso: “più semplici sono, più velocemente si propagheranno”.
Infine, arriviamo al meme d’Internet, un concetto che si trasmette rapidamente proprio grazie alla rete e che spinse lo stesso Dawkins ha cambiare definizione sul meme. Da un originale vettore di propagazione soggetto a mutazioni casuali - come il gene - con Interne il meme diventa un vettore di propagazione d’informazioni soggetto a mutazioni volontarie da parte dell’uomo, scostandosi definitivamente dal concetto di teoria evolutiva darwiniana.
L’uomo crea il meme, lo muta e allo stesso tempo lo seleziona con conseguente caos evolutivo e selettivo. Le fake news ne sono un esempio strabiliante in quanto, come la notizia vera, hanno gli stessi effetti sul comportamento dei singoli e di conseguenza sulla società.
il famoso “lo ha detto la televisione” o il più attuale “l’ho letto su internet” va allora preso molto più seriamente di quello che si possa pensare.
Non ho stima e ho anche smesso di provare affetto per le persone inflessibili. Non provo più tenerezza per i “punti d'onore”, le “questioni di principio”, i “fatti di coerenza”. Non riesco nemmeno a rintracciare alcun sentimento reale in chi non fluisce e non lascia fluire, in chi non tenta di capire le infinite variabili della differenza e le accetta come un dono o, almeno, uno stimolo ad aprirsi a una bellezza che non ha solo la forma che vogliamo noi. I nostri sentimenti hanno senso solo se smettono di essere la misura di tutto ciò che avviene e cominciano ad essere lo spazio entro cui tutto avviene.
E quindi un ovvio ciao a razzisti e fascisti di ogni ordine e grado, consapevoli e inconsapevoli, ma anche un ciao di cuore ai semplici pesantoni. Senza rancore.
[Ora la attribuisco a Meryl Streep o, anche meglio, a quel sant'omo de Keanu Reeves, così nessuno me dice niente]
Quando qualcuno ti vuole bene e si vede, da come ti guarda, tocca, da come si colloca nello spazio rispetto a te. Da come intesse una rete di energia protettiva nell'aria senza accorgersene.
The Reading Light - Georg Pauli
1884
Copiare da altri
La tecnologia di oggi, specialmente con internet, ha ampliato enormemente la possibilità di comunicare e, quindi, anche di realizzare la propria personalità per come si vorrebbe essere. Chi ha dimestichezza e pratica dei vari Blog, Forum e Chat, si è reso conto di quanti inganni, sotterfugi e salti mortali vengono fatti pur di apparire meglio di quello che si è; qualche volta anche cadendo nel ridicolo di una personalità inventata che non può reggere più di cinque minuti al confronto e al dialogo.
Internet è un mezzo meraviglioso che ci può illuminare come bruciare. Ma davvero si può ritenere importante sembrare invece di essere? Copiare a destra e a manca spacciando certe riflessioni o intere trattazioni come proprie? Credo che l'inganno, prima di tutto, è verso se stessi. Ma a molti non importa; quello che conta è essere presi in considerazione, per quello che si può mostrare, anche con l'inganno e gratificarsi con l'effimero momento di quell'approvazione. Ma poi?
Ritengo profondamente ingiusto ingannare i propri lettori facendo supporre proprio un pensiero di altri. Se questo può aiutare per quello che contiene, lo potrebbe fare ancora di più se gli altri ne conoscessero la fonte, in modo da poter approfondire ulteriormente. Inoltre facendo propria una riflessione, si è sicuri di averla compresa per lo spirito che le voleva dare l'autore, e poterne discutere il contenuto? E’ un rischio e una responsabilità che non può finire con un semplice “grazie” in risposta ai complimenti avuti.
Umberto Eco una volta ha detto che i libri sono scritti con i libri. Aveva ragione. Ogni nostro pensiero, in fondo, deriva da un'istruzione e dalle varie letture che hanno formato la nostra cultura e indirizzato la nostra mente a elaborare un'esperienza così da renderla adatta e fattiva per la nostra personalità. Però una cosa è condividere e prendere degli spunti dal pensiero altrui, per renderlo nostro e, così, poter esprimere il senso di quello che si è capito in una propria elaborazione; altra cosa è copiare e incollare l'elaborato di altri, spacciandolo come proprio e gratificandosi dei complimenti che vengono rivolti da chi legge. In quest'ultima situazione vedo una disonestà intellettuale che mi delude e che non mi sento di condividere.
“….. Però una cosa è condividere e prendere degli spunti dal pensiero altrui, per renderlo nostro e, così, poter esprimere il senso di quello che si è capito in una propria elaborazione; altra cosa è copiare e incollare l'elaborato di altri, spacciandolo come proprio e gratificandosi dei complimenti che vengono rivolti da chi legge. …..”
Buongiorno ai poeti 3.0
;)

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Noi uomini siamo poveri schiavi dei pregiudizi – le aveva detto una volta.
Invece, quando una donna decide di andare a letto con un uomo, non esiste ostacolo che non superì, nè fortezza che non abbatta, nè considerazione morale che non sia disposta a mettere da parte: non c’è Dio che valga.”
Gabriel García Márquez
- L’amore ai tempi del colera -
Paolo Fresu Quintet - Pour une Femme