Certe storie ti consumano come il fuoco.
Altre, ti scorrono dentro come acqua.
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@libellulaspensierata
Certe storie ti consumano come il fuoco.
Altre, ti scorrono dentro come acqua.

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La luce dei fari della macchina si riverbera sull’asfalto bagnato,
pensieri vuoti nei miei occhi lucidi,
dalla stanchezza, dai ricordi
dell’immensità del verde della tenuta di campagna,
che fino a pochi giorni fa mi toglieva il fiato per lo spazio mentale che mi liberava dentro.
Tra le macchine scariche io, non mi ci riconosco più.
“Non cercarmi con la mano, cerco io te quando hai bisogno”
Mai frase mi tocco più a fondo in questo momento della mia vita.
Mentre cercavo di tenermi in equilibrio per la prima volta sulla slackline, e con caparbietà risalivo a ogni cedimento, ma con esitazione lasciavo la mano che mi accompagnava…
La gioia di muovere due passi in equilibrio da sola, lo stato di ubriachezza che vi seguiva, guardandoti negli occhi, con le endorfine appena in circolo.
Degli occhi verde d’acqua, misto tra montagna e mare.
Mi porto su solo saltando, mi sorreggo a malapena da sola, ma se cado, mi rialzo sempre.
Mi genuinamente ossessiono sull’essere indipendente, sul saper destreggiarmi elegantemente sulla corda, ma è la prima in cui salgo, e non ci riesco subito. Ma dopo il tramonto ci riesco sempre di più.
La mia vita è come quella corda, costantemente tesa, soggetta a vibrazioni dovute al movimento delle mie gambe, e io sono come un equilibrista matta, che ci riprova, che vuole lasciare la tua mano, che vorrebbe non averne bisogno, ma che la cerca di continuo. E vi fa proprio affidamento per il suo equilibrio. Nel lato dove non c’è, riesco a stare su da sola, ma non mi credo, e mi affido alla tua premura.
E in un contesto come questo tu, senza nulla sapere, mi hai detto “Non cercare la mia mano, cerco io te”. E in quella frase ha riecheggiato tutta la libertà del mio essere, ha riecheggiato la prova di fiducia più grande che io potessi affrontare, quella verso me stessa. La fiducia nella mia percezione, nelle mie gambe, nei miei muscoli e nel mio respiro.
Con il vento si muovono i capelli, e si muovono anche i pensieri, sempre più convinti che ci sia una via d’uscita, che ci sia un modo migliore per prendere questa vita. E fare gli equilibristi fino al mattino, e il giorno, e la notte. E non cercare la tua mano, cercare il mio cuore, le mie chiavi, il gradino che mi elevi da terra e mi faccia fluttuare nei miei pensieri, spensierata.
Non ha mai riguardato te, ma la protagonista di questa strana gita sono io, che ho due mani, due gambe, e uno spirito, capace di amarmi ogni giorno un po’ di più rispetto a ieri.
D’altronde, sulla corda, si va avanti a piccoli passi, e se si perde l’equilibrio, si solo sta nella tensione che si crea, si affronta il momentaneo buio. Perché poi l’equilibrio, se ci si centra correttamente, torna sempre, in modo naturale.
Ti rendi conto di quanto ti odio? Di quanto mi odio a cercare le chiavi del mio cuore, che ho consegnato a te.
A sentire questo dolore irradiarsi dallo stomaco e , come radici, si innalza nella parte superiore del corpo e invade la mia testa, mi lascia nel buio.
Come un albero senza foglie il mio vissuto interno è spoglio a te, e tu libero e codardo, ti prendi gioco dei miei sentimenti, e danzi con altre mani.
Quante donne hai fatto dannare aspettando l’alba? Quante ti hanno infranto il cuore?
Ma non sono d’accordo nel giustificare il macigno che mi lasci dentro.
Io ti odio come il sale al posto dello zucchero nella torta della domenica,
come il cielo grigio e la pioggia che batte piano sui giacigli delle strade,
come l’ingiustizia nel mondo, come un dittatore,
come un corpo il cui cuore si è fermato di battere, perché, come te, non vuole sentire più nulla.
LA CONCHIGLIA CON IL MAL DI MARE.
Sei come un’onda, che mi travolge di getto.
E io, una piccola conchiglia
sulla riva del mare
che viene risucchiata da questo vortice.
E si trascina su e giù nell’insacca,
fino a che non giunge la bassa marea,
l’onda si ritira,
e io resto sola a riva, ad aspettare l’ennesima altalena emotiva,
che mi porterà su e giù,
non lasciandomi mai libera di restarmene dove il mare è un po’ più calmo,
e il sole mi scalda (il guscio).

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Stanotte ho sognato un mare privo di colore,
sogno probabilmente dovuto alla mia recente decisione di impostare il filtro telefono grigio-nero.
Le app sono prive di vitalità, lo sfondo è scuro.
Fermamente opposto al mio sguardo ricco sul mondo,
realtà colorata, fuggita e mascherata a me troppe volte.
Lo sfondo nero del telefono mi suscita lo sguardo disperato di chi si aggrappa alla vita, perché l’alternativa è l’oscurità.
Improvvisamente mi sento ingannata,
persa in una alienazione di colori, di immagini, di video AI,
che ipnotizzandomi,
mi ha dato l’illusione di vivere per sempre,
e non vedere mai i capelli che timidamente nascono bianchi,
i baci che restano in superficie, dati per scontanti,
le amicizie che fuggono,
rimpiazzate istantaneamente dall’intelligenza artificiale,
che diventa precisa e paradossalmente più empatica,
di chi, come me, passeggia in un universo fittizio.
Fatto di tempo che scorre veloce,
e promesse mai realizzate,
volate via con la bora di Gennaio.
Sei la lama attraverso la quale frugo dentro me stessa.
Accendi fantasmi invisibili dentro le mie viscere
e riversi dentro me tutto il malessere che fino ad oggi mi ha accompagnata.
Ogni lacrima versata è stata solo sciolta
dalla forza interiore che poi ho trovato a dirti addio.
Ho la carne talmente morbida
che puoi puntarci una lama dentro e non temere resistenza da parte del corpo,
delle difese nervose,
che si sono sciolte sotto il tetto della casa familiare
che mi ha custodita, protetta,
dal mondo freddo e imprevedibile
che ci attende fuori.
Il rientro dalle vacanze di Natale ha un sapore diverso, sa di malinconia mista ad affetto.
E allontanandomi con il treno ne resta il ricordo,
motore delle mie azioni
e pulsazione per il mio cuore,
per un nuovo inizio.
Urli, gridi, ti ribelli.
Fuoco che bolle, opprime la mia vita.
Corro, fuggo, rompo il vetro.
Fuori il gelo collide con il bruciore
della perdita di pelle, di dita, di amici.
Fuoco che bolle, che mi ardeva dentro per la gioia, prima del disastro.
Fuoco che sospira, che tradisce,
mi porti dentro la scatola di morte,
bruci velocemente
tu, non perdoni.
Dove eri in tutto questo?
Mentre la fronte brucia, e il respiro di una giovane vita si spegne?
Ha un nome la fuliggine del vento?
Ha un nome la cenere che ricopre i miei vestiti? .
C’è un qualcosa di nobile nella tristezza di chi soffre per l’assenza,
di una persona,
di un’occasione.
Ma nelle cose semplici e pure io voglio esistere,
lontano dalla stranezza con cui vivi,
e che mi lasci addosso.
E non fingo, piuttosto vado dalla mia corrente
di respiro arioso,
macchiato di iodio e di un sole luminoso,
che riflettendosi sul mare
guarisce anche l’occhio che rivolgo dentro me stessa.

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Io volevo un cuore d’acciaio,
per evitare che il freddo mi attanagli il pensiero e il respiro,
per lasciare scorrere in modo più fluido
l’ossigeno che entra dentro la mia pelle.
Ma il mio cuore è troppo debole per amare senza soffrire,
e resto imprigionata
tra la notte che mi stringe la gola,
e il nuovo giorno che verrà.
Albeggiando scopro una nuova me,
e mi lascio dondolare
nell’eco che mi resta di te.
Sono qua sul letto, tornata a casa, e sento un grandissimo senso di vuoto…perché il colore dei tuoi occhi è l’unico che mi fa battere il cuore, tu sei l’unica persona che mi attrae profondamente.
Qualsiasi cosa succeda io non rinuncerò mai a volerti, perché le tue parole mi calmano, mi sento come con nessun altro.
e io desidero te come nessuno, non è solo sesso, sei un qualcosa a cui non posso rinunciare, come fumare dopo il caffè (anche se non fumo ormai da tempo) come il profumo di fiori in giardino, come il sole di mezzogiorno che ti scalda,
come il mare d’inverno e la nebbia che ti brucia le ossa per quanto è fredda.