“Forse sono un partigiano troppo convinto di quella segreta lentezza che mi è divenuta sempre più cara nei miei sforzi artistici: è attraverso di lei che comprendo, come attraverso di lei mi consolo…Questa lentezza che preconizzo non è, ne convengo, una condizione dello spirito, ma mi dispero se nei suoi movimenti non trovo il minimo ricordo di esser stato lento.
Arrivederci, mio caro Gide, credetemi sinceramente e sempre vostro.”
È il 28 Aprile 1921, Rilke scrive all'amico Gide di quelle “parole davvero marine” che ha tradotto dalle poesie di Valéry. Questo è il germoglio del rapporto tra i due poeti, su cui sarebbe certo affascinante soffermarsi. Rimandando questa analisi ad un altro momento, è su quest'ultima parte della lettera che si posa l'attenzione, ultima parte quasi mai citata, tralasciata in favore di quell'importante citazione trita e salutata con ammirazione dagli studiosi. Rilke parla di Lentezza, ed è forse proprio sottovalutandola, che pecchiamo e siamo autori della mancanza che presta poca attenzione a quella sua conclusione, nella foga di indagare e scovare tra le sue parole il pathos dell'incontro con un altro grande artista. Un partigiano della lentezza, si dichiara, musa e compagna della produzione artistica, non una lentezza dello spirito, ma forse una lentezza del porsi di fronte alla produzione nell'attiva attesa dell'obiettivo.
Sessant'anni dopo Kundera dedicherà alla stessa musa un suo romanzo, intrecciando storie di seduzioni e incontri fugaci, prendendo spunto da un racconto vecchio duecento anni.
“Perché è scomparso il piacere della lentezza? Dove mai sono finiti i perdigiorno di un tempo? Dove sono quegli eroi sfaccendati delle canzoni popolari, quei vagabondi che vanno a zonzo da un mulino all'altro e dormono sotto le stelle? Sono scomparsi insieme ai sentieri fra i campi, insieme ai prati e alle radure, insieme alla natura? […] Nel nostro mondo, l'ozio è diventato inattività, che è tutt'altra cosa: chi è inattivo è frustrato, si annoia, è costantemente alla ricerca del movimento che gli manca.”
Testimoni di come uno stesso concetto sia sezionabile in molteplici unità, i due autori guardano alla Lentezza in due contesti diversi, con intenzioni e necessità diverse. E in questa nostalgia della lentezza, dell'incapacità di apprezzarla, risuona un canto: “Se tu parlar sapessi, io chiederei: / Dimmi: perchè giacendo / A bell'agio, ozioso, / S'appaga ogni animale; / Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?”
Da sempre sembra esserci un solido nesso tra l'ansia di arrivare e l'incapacità di cogliere la necessità del restare. Ciò che dovrebbe alternarsi in intervalli duali, si agita invece nella sensazione di un tempo che sembra quasi esser lì per esaurirsi.
Niente può mettere radici nella velocità, niente può dirsi stabile se mosso dall'ansia di uno sguardo rivolto sempre in avanti, incurante della direzione. Una malattia, si direbbe, un morbo dilagante che ci costringe in un dualismo movimento/ansia, senza possibilità di trovare nella calma e nel discernimento quel piacere e quel nutrimento di cui si ha bisogno per appagare lo spirito stanco e sovraccarico.
È curioso e faticoso riflettere sulla Lentezza quando Velocità ha da tempo ottenuto il primato, creando fugaci connessioni e annullando il sapore di un'ora spesa ad osservare e ascoltare con attenzione una persona seduta vicino a noi. Tra un caffè ed un treno da prendere, è raro soffermarsi sul movimento di una fila di formiche che trasportano qualche briciola.
Gli oggetti, così come le relazioni, invecchiano ad una velocità devastante che rende difficile l'acquisizione di un affetto. L'insinuarsi della Velocità si rende proporzionale all'età anagrafica, alla storia, al passare delle epoche: così quelli che per Faust era già un “vecchio alambicco” appartenuto al padre, circondato da oggetti già invecchiati, a noi questi sembrano giungere da epoche lontanissime e, quando non li gettiamo disgustati dal loro vecchiume, li osserviamo affascinati dando loro il valore di un reperto proveniente da un'era diversa.