“Ciao Amici, mi chiamo Cechino. Sono nato in Egitto e adesso vi racconto la mia storia. Ho quattro anni, avevo anche una sorella gemella, mancata poco prima che la signora Maria nel 2015 si prendesse cura di me.
Avevo una brutta infezione agli occhietti e anche un ascesso, Tata Maria mi ha portato dal dottore che mi ha operato tante volte. Purtroppo ho perso la vista e da allora il mio nome è Cechino. Ero felice con tata Maria, lei era il mio angelo custode, mi trattava come il Re d’Egitto. Purtroppo però le cose belle durano sempre troppo poco. Tata Maria ha raggiunto la mia sorellina e tutte le creature che ha salvato. Adesso vivo in uno stanzino, con tanti gatti. Cerco rifugio nei posti più alti, altrimenti gli altri gatti mi picchiano. Mi piacerebbe essere accarezzato dal sole, sentire il suo calore, assaporare il contatto con l'erba. Purtroppo qui non è possibile, possiamo stare solo nello stanzino. Sono cieco ma autosufficiente, mi piace correre, giocare, adoro le coccole, le volontarie mi dicono che sono un gattino speciale. Tu che stai leggendo, lo vorresti un gattino speciale? Mi aiutate a farmi trovare una Super Mamma? Conto sul vostro aiuto. Con affetto il gatto Cechino”
Quest’annuncio, pubblicato su Facebook il 26 settembre 2018, all’interno della pagina “Gatti Randagi Miao”, rappresenta la mia più intima essenza.
"Gli animali e le persone fragili vanno amate di più", è questo ciò a cui pensavo, mentre Cechino veniva scartato come gatto di serie B, poiché cieco.
Cechino non è un gatto qualunque, oggi si chiama Miele ed è il mio gatto, ed io non sono una donna qualunque. Le nostre storie sono degne di nota, e meritano di essere raccontate.
Non so quando ho iniziato a sentirmi “diversa” da tutti. Più fragile, più bisognosa di attenzioni, quella che in ogni situazione ha sempre bisogno di un occhio di riguardo. Spesso, molto più di uno. Credo di esserci nata, forse le persone come me ci nascono, lo hanno impresso nel DNA.
Posso però parlare dei drammatici eventi che mi hanno stravolto l’esistenza.
Natale è sempre stata una zolletta di zucchero, per addolcire un caffè dal gusto amaro.
La sola nonna che io abbia conosciuto, mi lasciò il 20 dicembre 1998.
Mentre mio padre spirò nell’agosto 2021, ma la notizia che il cancro contro il quale stava combatteva, lo avrebbe condotto, in sei mesi, tra le gelide braccia della morte, arrivò come uno spaventoso regalo di Natale.
Una macabra tradizione, che si ripeté nel 2004, con la mia funesta diagnosi. Ero tormentata da una tosse stizzosa, una tosse che non trovava soluzione. Fino al giorno in cui a quella tosse fu fatta una diagnosi. Fino al giorno in cui a quella tosse fu dato un nome. Un nome che fa paura. Un nome che evoca morte. Linfoma di hodgkin.
Passai il Natale in ospedale, lo stesso ospedale che fu teatro della malattia che portò mio padre alla morte.
Seguirono tempi duri, mesi di devastante chemioterapia e radioterapia.
Posso dire di aver vinto la battaglia contro il cancro, ma quanto altro ho perso?
Sono entrata a far parte delle Categorie cosiddette Protette, per scoprire di non essere protetta da nessuno.
Per dieci anni ho avuto le difese immunitarie devastate come le strade dell’Ucraina, sempre raffreddata, a lottare contro bronchiti e polmoniti.
Fino alla ripresa fisica, e per qualche anno posso dire di essere stata bene.
Fino allo scorso anno, durante il quale ho avuto un crollo.
Ho iniziato a svenire, a soffrire di problemi respiratori, asma e broncospasmi.
Dopo un massiccio iter di esami sono emerse delle insufficienze a livello della valvola mitrale e della valvola aortica, dovute, secondo i medici, alla radioterapia subita ai tempi del cancro, vent’anni prima.
Tutto ciò sullo sfondo di una precaria situazione lavorativa. L’ultimo contratto di lavoro non mi è stato rinnovato allo scadere dei sei mesi, poiché
“non avevo raggiunto la conoscenza dei loro prodotti”.
Ed ero assunta come Categoria cosiddetta Protetta.
La precedente esperienza lavorativa è invece durata più a lungo, 2 anni, durante i quali ho ricevuto feedback positivi. Non mi hanno tenuta poiché dopo 24 mesi di somministrazione, l’azienda avrebbe dovuto assumermi a tempo indeterminato.
Oppure lasciarmi a casa, e per ottemperare all’obbligo di legge, farsi mandare un altro numero da sfruttare per 2 anni.
Ci sono stata dai sindacati, hanno detto che le aziende lo fanno, e che lo stato glielo lascia fare.
Categoria Protetta da chi?
Ho paura del futuro, senza lavoro, senza prospettive, senza dignità.
Stringo forte il mio adorato gattino.
Insieme siamo due cuori spezzati che si completano, due solitudini che si fanno compagnia.