120 BATTITI AL MINUTO voto 8e1/2 Siamo nei primi anni 90' a Parigi. Gli attivisti di Act Up-Paris aumentano le "spedizioni" pacifiche di protesta e di sensibilizzazione su quello che è un argomento ancora scomodo per l'opinione pubblica: la piaga dell'AIDS. Tra riunioni e azioni politiche, tra serate in discoteca e marce per le strade, nasce un sentimento tra due ragazzi siero discordanti. Robin Campillo, il regista di questo prezioso film, è stato lui pure un attivista di Act Up e buona parte del materiale utilizzato è preso da quella che è stata la sua esperienza diretta e reale all'interno di questo movimento. E forse proprio per questo il suo terzo lungometraggio è la sua opera più personale e riuscita. Grazie alla sua grande esperienza nel montaggio ( ha collaborato per anni con un altro grande regista, Laurent Cantet e non a caso non sono pochi i richiami stilistici al film LA CLASSE) egli sceglie di porre l'attenzione sulla coralità e sulla democrazia delle idee che vanno a scontrarsi e abbracciarsi nelle tante assemblee che vedono coinvolti tanti ragazzi e ragazze di diverse età (tanti giovanissimi) e di differente estrazione sociale e culturale, tutti uniti nella lotta contro le istituzioni politiche e farmaceutiche che non sanno (o non vogliono!) adoperarsi perché venga trovata una cura e perché venga evidenziata la dura realtà di in malattia che sta divorando la società. L'uso di diverse telecamere all'interno dell'aula di questi incontri e la scelta di differenti angolature di ripresa immergono completamente lo spettatore dentro la scena, facendolo sentire parte di quel dibattito e di quella squadra, tra attimi di cameratismo e di dissenso, di rabbia e di euforia. Questo "sentirsi parte della storia" torna in maniera più nervosa e liberatoria durante le incursioni nelle scuole o nelle case farmaceutiche o in quelle in discoteca dove tensioni e feroce desiderio di vita trovano sfogo. I 120 battiti al minuto del titolo fanno riferimento proprio al ritmo delle hit dance di quegli anni, canzoni e musiche che sono emblema di esistenze frenetiche e folli e coraggiose seppur brevi, frammentate e confuse, come le luci stroboscopiche di un locale notturno; sono esistenze di luce che desiderano squarciare il buio che vuole chiamarli a sé troppo presto; sono cuori pulsanti e piedi mai stanchi e mani che si alzano verso il cielo in attesa di appiglio. A questa verità a tratti impietosa ma mai patetica, a questo sguardo quasi documentaristico, il regista Campillo affianca un'anima più intima ed emotiva. E qui il film tocca livelli altissimi. Le scene di sesso - nella scelta delle luci e delle inquadrature - ci restituiscono un realismo e un'umanità difficilmente riscontrabili oggigiorno: i corpi di questi ragazzi, a volte segnati dalle ferite di questa malattia, i loro sguardi, i loro fiati, le loro mani, sono strumento e "voce" e bandiere che onorano la vita, la ricercano, la divorano, la abbracciano con passione senza più volersene staccare. Due scene in particolare sono straboccanti di poesia: l'incontro sessuale in ospedale tra due giovani amanti e la riunione attorno al corpo di un amico-figlio-amante ormai morto. La crudezza e la delicatezza delle immagini restituiscono dignità e onorano il ricordo di questi piccoli e grandi eroi che hanno lottato negli anni '90 contro due nemici altrettanto letali: da una parte la società dormiente e silente che tra ignoranza e indifferenza preferivano pensare che l'AIDS fosse una piaga del mondo degli omosessuali e della prostituzione e delle carceri; dall'altra il proprio corpo, affetto da una malattia ancora per molti aspetti sconosciuta che preannunciava una morte certa. Un opera importante e bellissima che nei volti dei protagonisti trova la sua carta vincente: un cast di attori straordinari con cui è impossibile non entrare in empatia, su cui brillano per sincerità e credibilità i nomi di Nahuel Pérez Biscayart e Arnaud Valois. Un film provocante, aspro, gioioso, toccante, che resta impresso negli occhi e nella mente.













