La trovai in cucina, discinta ed alla ricerca disperata di un po’ di chiarezza.
“Che stiamo facendo?… al lavoro… io nuova… tu… i colleghi faranno domande … capiranno!” farfugliò, senza filo logico, nascosta nella sua chioma scura.
Ipnotizzato da quel laccetto ancora penzolante dalla coscia, risposi d’istinto
“Chi cazzo se ne frega… Ti voglio!… sia quel che sia”
“Ma…tu sei… tu… diranno che… “
Non le diedi la possibilità di inciampare nei sensi di colpa e liberatole il collo, lo odorai e carezzai con le labbra.
Ascoltai il suo respiro vacillare e furtivo intrufolai le dita sul suo capezzolo da dietro, avvolgendola in una stretta che le protesse dalla vergogna.
Allungai quel carnoso bottone tra i polpastrelli per annodarla a me con un filo di rovente e folle desiderio.
Sillabò un “no” affermativo a cui risposi con una stretta ulteriore dei polpastrelli; un lamento e poi al secondo “no” fu la resa.
Si lasciò deporre prona e docile su quel lapideo talamo improvvisato e facile fu liberarmi del poco che ancora copriva la sua fonte.
Ne bevvi a piacimento mentre le sue mani afferravano il marmoreo supporto.
Tremò ma non per il freddo.
La sovrastai poi da dietro e lei capì; chiuse gli occhi ed attese.
Colsi così il fiore che avevo annusato fin dal giorno che era entrato nel nostro ufficio ed ancora oggi, a distanza di anni, ne apprezzo nella mente l’aroma.
Acerba di clandestinità, fuggì dopo 15 giorni da quella sera, per una carriera oggi florida, ma che al tempo sembrò a tutti un inspiegabile salto nel buio.
Ma io sapevo ogni perché….
Oggi verrà a trovarmi in ufficio per un affare importante da chiudere subito… ed io proverò ad aprirle di nuovo il cuore e le gambe.
Ormai matura, il destino la porterà di nuovo qui ed io farò di tutto perché ci resti.