Il mio dio minore contro il vostro Sanremo.
Elon Musk è uno che ti fa sentire inadeguato da molti punti di vista, diretto e conto terzi. Perché le uniche due volte che ho tentato di parlarne con amici o colleghi, la risposta più soddisfacente non è mai stata troppo lontana da un “Elon chi!?”.
Lui ingegnere sudafricano, programmatore autodidatta, bullizzato fino a 19 anni. Lui della casa autonoma di Tesla, della prima auto sportiva totalmente elettrica, lui di Semi e dei trasporti su camion elettrici che si guidano da soli, lui di Hyperloop, lui di PayPal.
“Ah PayPal! Lo uso su Zalando, ho capito chi è Musk”
Ieri sera questo certo Musk ha presentato il suo progetto più grande: il primo razzo al mondo riutilizzabile. Il primo razzo al mondo capace di rifornirsi nello spazio, prevedere allunaggi, colonizzazioni marziane e di atterrare. Sì, atterrare. Come le astronavi nei film. Nel frattempo Sanremo era trending topics mondiale su tutti i social network.
Nella presentazione fatta prima del lancio, si vede questo balbuziente impacciato, senza verve che mentre ci racconta di come avrebbe pensato di cambiarci la vita, si carezza la coscia perché non sa dove mettere le mani e parlando a una platea che tenta di non guardare troppo, alla fine si abbraccia mettendosi conserte come a cercare di contenere tutto lo spazio che ha dentro e che vorrebbe darci.
Non c’è sincronia nella sua presentazione. Quella sincronia jobsiana finissima e artistica alla quale ormai ci hanno abituati. Si ferma, fa pause, guarda lo schermo, chiede la prossima, non gliela danno. Risata isterica. Arriva la slide. Pensa a cosa dovrebbe dire. Balbetta.
Ha creato un oggetto che non sa come chiamare perché non gli ha dato un nome. “Lo chiamerò con la sigla che utilizziamo a lavoro - dice - BFR”. Ve lo immaginate Jobs che arriva al Keynote senza aver deciso il nome di un prodotto? Musk invece ci presenta il futuro con la stessa paura che lo profondeva da giovane adolescente bullizzato dicendo: “non ha proprio un nome, chiamiamolo BFR”. Non è bello, non c’è marketing, niente Apple, niente Jobs, non gli interessa. Non vuole vendere niente.
Perché se anche un giorno viaggeremo nello spazio e colonizzeremo Marte come descritto nel suo progetto originale, sarà già tutto finito per quando toccherà a lui, a noi. Niente budget annuale da rispettare, niente crescita costante del 25% annuo. Non è un iPhone che deve vendere più di quello precedente. Non ci sono prospettive di guadagno a breve termine in progetti di quel genere, niente su cui valga la pena di investire denaro se non la prospettiva di qualcosa che al momento è utile e redditizia quanto può esserlo un sogno.
Tutte le nazioni hanno abbandonato i progetti spaziali perché se ai tempi della guerra fredda poteva essere una gara tecnologia a chi ce l’aveva più lungo, piantata la bandiera non c’è mai stato più nessun interesse a spendere tutti i soldi che ci vogliono per mettere in piedi una missione spaziale. Hanno mollato i governi, che prospettive poteva avere un privato. Chi di voi gli avrebbe dato un euro a fondo perduto. Eppure tentando un collage di sogni fatto di auto a impatto zero in via di fallimento, di sostenibilità, di monete virtuali e modalità di trasporto ottimizzate, si è costruito quell’impero necessario ad avvicinare l’uomo a quanto di più lontano ci sia mai stato da lui. Lo spazio.
Parla di mesi su Marte, di come utilizzare l’energia solare per produrre ossigeno e carburante per il ritorno, di cabine ospitanti esploratori neomarziani e il tutto mentre Favino fa gag sul cornuto dell’ex marito cantante della Hunziker.
Guardate, davvero, non critico il mainstream, lo spettacolo, il divertimento, la leggerezza e sapete quanto io sia lontano dalle valutazioni sterili e l’odio di bassa lega, ma la sovrapposizione di qualcosa di così meraviglioso e indimenticabile come il landing in diretta streaming del Falcon Heavy schiacciato dagli hashtags brandizzati Tim di Sanremo di ieri sera è stato quanto di più tristemente descrittivo io sia stato in grado di percepire del periodo storico che stiamo vivendo.
Fatto di Geni sconosciuti che regalano sogni balbettando, cannibalizzati da geni a furor di popolo che i sogni di plastica te li vendono.
Di quel 10% che ha avuto la pazienza di arrivare fino alla fine di questo post, spero che almeno l’1% abbia maturato la voglia di investire 45 minuti della propria vita per godere dell’emozionante test flight and landing del Falcon.
E magari poter dire un giorno: quando tutto è iniziato io c’ero e avevo messo in mute Sanremo.
https://youtu.be/wbSwFU6tY1c