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Oggi vi penso nei gesti più semplici, umani
Mia nonna con i suoi occhi tramandati fino a mio figlio, la sua bellezza eterea e nobile, i suoi denti perfetti. Le sue mani sulla mia testa da bambina mentre mi fa una treccia e mi ripete che le ragazze non devono mai nascondere il loro bel viso di femmine. Il suo immenso altruismo, la sua tenacia, e l’atto estremo d’amore di lasciarsi morire di dolore: quando è morto mio padre ha passato anni su quella poltrona a ripetere che era solo colpa sua, che era malata e non poteva prenderlo in braccio da bambino, e passava ore a parlare di come erano i suoi capelli ricci e biondi, di come glieli sistemava da bambino. In pace con il mondo lo è stata quando negli ultimi momenti, quando non più capace di intendere e di volere, diceva che non poteva dormire perché mio padre sarebbe arrivato a trovarla come secondo lei faceva tutte le notti, avrebbero dormito insieme. Ma a volte non viene e mi telefona, diceva
Mentre faccio pace con Dio spero che abbia potuto toccargli gli stessi capelli ricci ancora una volta
Alla nonna bis, e alla sua divertentissima arroganza, i capelli bianchi come il latte, gli occhi azzurri contonarti da una pelle di carta velina, la sua costante domanda: perché non mi hai presentato mai un ragazzo? Guarda che io avevo un amica che faceva la tassista proprio a Milano e le piacevano le femmine, puoi dirmelo. I pomeriggi passati da bambina a leggerle libri, mentre lei fingeva di ascoltarmi e continuava a sorridere e annuire con la testa. Mi ripeteva di ricordarmi che al suo funerale voleva solo rose rosse perché gli ricordavano suo marito, perché gliele regalava sempre, anche quella volta che doveva farsi perdonare da fidanzati perché era stato con una poiana. Ridevo fortissimo ogni volta, non diceva mai parolacce, poiana stava per puttana. Vadavialcù non era da lei considerato parolaccia, poiché ti ci mandava sempre. È morta a 100 anni contornata di rose rosse.
Ai baci di mio padre che ti stritolavano la faccia, dati apposta a tutti quanti solo per farci arrabbiare, le sue idee al limite dell’assurdo, il suo male, il suo profondo bene, il profumo che riesco ancora a sentire, la voce che non voglio ricordare
Quella foto scattata da me bambina con ancora i suoi ricci al vento, l’oceano dietro, mentre ride, gli occhiali da sole, una maglia grigia
Quella volta che mi ha detto: senti se vuoi fumarti le canne fallo, fallo ora davanti a me, veloce dai, facciamolo insieme, se te lo proibisco tu mi prendi per il culo e io mi incazzo. Ma non le sigarette, quelle mai
Allora io fumavo tantissime sigarette
Alla risata fragorosa di mia madre, e dormire sul suo petto caldissimo, il battito del suo cuore e i suoi nomignoli imbarazzanti, la sua pelle quasi nera ogni estate, gli occhi enormi profondi, le mani veloci che dividono me e mia sorella mentre ci scanniamo e ci diceva sempre: se non la smettete subito vi mando al repartoossarotte del Niguarda
L’odore degli impacchi di camomilla per gli occhi troppo delicati di mia sorella, la sua finezza e i suoi lunghissimi silenzi, il modo in cui lentamente si trucca pochissimo, d’azzurro, il male immenso che ho provato quando ho capito che anche lei poteva e stava soffrendo
Alla prima volta che mio fratello è diventato padre, gli occhi spaventati confusi e tremendamente commossi di un 25enne, il “è bellissima” della seconda volta, la consapevolezza della terza, al controsenso che è, la sua timidezza e la sua sfacciataggine, i mille scherzi da bambina, il suo accettare di guardare i cartoni animati incazzato come una bestia insieme a me la mattina di cui tuttora ricorda le sigle
Al vestito della laurea di mia cugina, verde come le foglie che ogni primavera inondano l’albero piantato per te, ad un altro gesto d’amore estremo come quello di suo fratello, al suo essere ligio al dovere e al suo sentirsi sempre meno
Quella volta che lo zio ha capito che a volte basta davvero solo un bacio
All’imbarazzo di mio marito la prima volta che mi ha chiesto di uscire insieme, a quello ancora più nervoso quando mi ha chiesto di diventare sua moglie
E a tutto ciò che è il mio sangue, è mio figlio, il mio cuore e la mia gola, io
Oggi vi penso nei gesti più semplici, umani
Mia nonna con i suoi occhi tramandati fino a mio figlio, la sua bellezza eterea e nobile, i suoi denti perfetti. Le sue mani sulla mia testa da bambina mentre mi fa una treccia e mi ripete che le ragazze non devono mai nascondere il loro bel viso di femmine. Il suo immenso altruismo, la sua tenacia, e l’atto estremo d’amore di lasciarsi morire di dolore: quando è morto mio padre ha passato anni su quella poltrona a ripetere che era solo colpa sua, che era malata e non poteva prenderlo in braccio da bambino, e passava ore a parlare di come erano i suoi capelli ricci e biondi, di come glieli sistemava da bambino. In pace con il mondo lo è stata quando negli ultimi momenti, quando non più capace di intendere e di volere, diceva che non poteva dormire perché mio padre sarebbe arrivato a trovarla come secondo lei faceva tutte le notti, avrebbero dormito insieme. Ma a volte non viene e mi telefona, diceva
Mentre faccio pace con Dio spero che abbia potuto toccargli gli stessi capelli ricci ancora una volta
Alla nonna bis, e alla sua divertentissima arroganza, i capelli bianchi come il latte, gli occhi azzurri contonarti da una pelle di carta velina, la sua costante domanda: perché non mi hai presentato mai un ragazzo? Guarda che io avevo un amica che faceva la tassista proprio a Milano e le piacevano le femmine, puoi dirmelo. I pomeriggi passati da bambina a leggerle libri, mentre lei fingeva di ascoltarmi e continuava a sorridere e annuire con la testa. Mi ripeteva di ricordarmi che al suo funerale voleva solo rose rosse perché gli ricordavano suo marito, perché gliele regalava sempre, anche quella volta che doveva farsi perdonare da fidanzati perché era stato con una poiana. Ridevo fortissimo ogni volta, non diceva mai parolacce, poiana stava per puttana. Vadavialcù non era da lei considerato parolaccia, poiché ti ci mandava sempre. È morta a 100 anni contornata di rose rosse.
Ai baci di mio padre che ti stritolavano la faccia, dati apposta a tutti quanti solo per farci arrabbiare, le sue idee al limite dell’assurdo, il suo male, il suo profondo bene, il profumo che riesco ancora a sentire, la voce che non voglio ricordare
Quella foto scattata da me bambina con ancora i suoi ricci al vento, l’oceano dietro, mentre ride, gli occhiali da sole, una maglia grigia
Quella volta che mi ha detto: senti se vuoi fumarti le canne fallo, fallo ora davanti a me, veloce dai, facciamolo insieme, se te lo proibisco tu mi prendi per il culo e io mi incazzo. Ma non le sigarette, quelle mai
Allora io fumavo tantissime sigarette
Alla risata fragorosa di mia madre, e dormire sul suo petto caldissimo, il battito del suo cuore e i suoi nomignoli imbarazzanti, la sua pelle quasi nera ogni estate, gli occhi enormi profondi, le mani veloci che dividono me e mia sorella mentre ci scanniamo e ci diceva sempre: se non la smettete subito vi mando al repartoossarotte del Niguarda
L’odore degli impacchi di camomilla per gli occhi troppo delicati di mia sorella, la sua finezza e i suoi lunghissimi silenzi, il modo in cui lentamente si trucca pochissimo, d’azzurro, il male immenso che ho provato quando ho capito che anche lei poteva e stava soffrendo
Alla prima volta che mio fratello è diventato padre, gli occhi spaventati confusi e tremendamente commossi di un 25enne, il “è bellissima” della seconda volta, la consapevolezza della terza, al controsenso che è, la sua timidezza e la sua sfacciataggine, i mille scherzi da bambina, il suo accettare di guardare i cartoni animati incazzato come una bestia insieme a me la mattina di cui tuttora ricorda le sigle
Al vestito della laurea di mia cugina, verde come le foglie che ogni primavera inondano l’albero piantato per te, ad un altro gesto d’amore estremo come quello di suo fratello, al suo essere ligio al dovere e al suo sentirsi sempre meno
Quella volta che lo zio ha capito che a volte basta davvero solo un bacio
All’imbarazzo di mio marito la prima volta che mi ha chiesto di uscire insieme, a quello ancora più nervoso quando mi ha chiesto di diventare sua moglie
E a tutto ciò che è il mio sangue, è mio figlio, il mio cuore e la mia gola, io
Sono donne quando si svegliano la mattina e non sanno mai cosa indossare. Sono donne quando il trucco a volte aiuta a migliorare l’umore. Sono donne quando insistono per pagare il conto ma vorrebbero che lo pagasse l’uomo. Sono donne quando piangono al cinema e gli occhi gli si cerchiano di rimmel sbavato. Sono donne quando rinunciano ai figli per la carriera. Sono donne quando rinunciano alla carriera per i figli. Sono donne quando ricevono complimenti osceni per strada. Sono donne quando sono cortesi e questo autorizza qualche stronzo alla molestia. Sono donne quando hanno paura di girare da sole la sera. Sono donne quando altri decidono se è giusto o meno interrompere la loro gravidanza. Sono donne quando invecchiare le terrorizza. Sono donne quando l’uomo vede solo le loro tette e non il loro cervello. Sono donne quando esprimono un’opinione e non sono credibili perché troppo belle. Sono donne quando esprimo un’opinione e deve essere vera perché sono brutte. Sono donne quando perdono il lavoro perché sono incinte. Sono donne quando oltre al loro lavoro fanno anche la casalinga. Sono donne quando denunciare una violenza le lascia sole. Sono donne quando sono a dieta da una vita. Sono donne quando sono troppo fragili. Sono donne quando sono troppo forti. Non hanno bisogno di auguri, l'8 Marzo… Sono donne tutti i giorni
(web)
In Italia, se in ospedale non trovate il defibrillatore, e vostro padre muore, non è colpa di un extracomunitario, ma di italiani che per decenni hanno rubato ogni risorsa, di altri italiani che hanno evaso le tasse, devastando i servizi.
In Italia, se siete incastrati in una burocrazia indecente, da diventarci pazzi, la colpa non è di un extracomunitario, ma delle migliaia di italianissimi che timbrano il cartellino e poi vanno a farsi i cazzi loro senza fare mezzo minuto di lavoro a settimana, delle migliaia di italianissimi parassiti, imboscati, falsi invalidi che affliggono questo paese.
Se in estate fate il bagno in acque piene di colibatteri, se vi mettete a nuotare in un mare che fa sempre più schifo, in un lago che prima era meraviglioso e da cui ora uscite con dermatiti immediate e violente, la colpa non è degli extracomunitari, è degli italianissimi responsabili delle navi dei veleni, degli sversamenti illegali, di livelli di inquinamento sempre più drammatici, combattuti solo a colpi di decreti che alzano di volta in volta i livelli massimi consentiti di inquinanti (dunque il mare è sempre più inquinato ma torna miracolosamente balneabile perché cambiano i parametri di ciò che è tollerabile).
Se in Italia non trovate lavoro, se a 40 anni siete ancora precari, a stipendi da fame, se in gran parte dell'Europa per lavorare ti basta mandare un curriculum e qui devi conoscere l'amico dell'amico dell'amico, se in Italia a 45 anni sei un “giovane giornalista”, un “giovane sceneggiatore”, un “giovane ricercatore”, e quindi ti si può offrire “una grande occasione di visibilità non retribuita”, mentre in Inghilterra a 25 puoi dirigere un giornale o una delle più prestigiose riviste culturali, non è colpa degli extracomunitari, ma di un sistema baronale e clientelare che costringe i nostri giovani più capaci a scappare all’estero e non tornare mai più. E se non siete tra i più capaci, e appena messo piede fuori di qui scoprite che non siete adatti al mercato del lavoro di nessun paese, la colpa non è di un extracomunitario, ma di chi ha distrutto il nostro sistema scolastico, rendendovi mediamente tre volte meno istruiti di un vostro pari età inglese o francese o tedesco.
In Italia, quando mangiate una mozzarella piena di diossina, la colpa non è di un extracomunitario, ma di un camorrista italiano che ha sversato rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi e in altre decine di luoghi, in combutta con altri rispettabilissimi imprenditori italiani che preferiscono smaltire così i loro veleni, perché costa meno. Intanto voi morite di malattie terribili, ma a quanto pare non è importante, nel frattempo avrete sempre modo di prendervela con qualche nigeriano o senegalese o bengalese, aizzati da Feltri o Salvini o qualche sito di fake news.
Se in Italia un politico può farvi le stesse promesse per 23 anni consecutivi, senza mai mantenerle, e voi siete pronti a votarlo di nuovo, la colpa non è di un extracomunitario.
La colpa è solo vostra e delle smisurate teste di cazzo che tenete sopra il collo.
(web)

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In Italia, se in ospedale non trovate il defibrillatore, e vostro padre muore, non è colpa di un extracomunitario, ma di italiani che per decenni hanno rubato ogni risorsa, di altri italiani che hanno evaso le tasse, devastando i servizi.
In Italia, se siete incastrati in una burocrazia indecente, da diventarci pazzi, la colpa non è di un extracomunitario, ma delle migliaia di italianissimi che timbrano il cartellino e poi vanno a farsi i cazzi loro senza fare mezzo minuto di lavoro a settimana, delle migliaia di italianissimi parassiti, imboscati, falsi invalidi che affliggono questo paese.
Se in estate fate il bagno in acque piene di colibatteri, se vi mettete a nuotare in un mare che fa sempre più schifo, in un lago che prima era meraviglioso e da cui ora uscite con dermatiti immediate e violente, la colpa non è degli extracomunitari, è degli italianissimi responsabili delle navi dei veleni, degli sversamenti illegali, di livelli di inquinamento sempre più drammatici, combattuti solo a colpi di decreti che alzano di volta in volta i livelli massimi consentiti di inquinanti (dunque il mare è sempre più inquinato ma torna miracolosamente balneabile perché cambiano i parametri di ciò che è tollerabile).
Se in Italia non trovate lavoro, se a 40 anni siete ancora precari, a stipendi da fame, se in gran parte dell'Europa per lavorare ti basta mandare un curriculum e qui devi conoscere l'amico dell'amico dell'amico, se in Italia a 45 anni sei un “giovane giornalista”, un “giovane sceneggiatore”, un “giovane ricercatore”, e quindi ti si può offrire “una grande occasione di visibilità non retribuita”, mentre in Inghilterra a 25 puoi dirigere un giornale o una delle più prestigiose riviste culturali, non è colpa degli extracomunitari, ma di un sistema baronale e clientelare che costringe i nostri giovani più capaci a scappare all’estero e non tornare mai più. E se non siete tra i più capaci, e appena messo piede fuori di qui scoprite che non siete adatti al mercato del lavoro di nessun paese, la colpa non è di un extracomunitario, ma di chi ha distrutto il nostro sistema scolastico, rendendovi mediamente tre volte meno istruiti di un vostro pari età inglese o francese o tedesco.
In Italia, quando mangiate una mozzarella piena di diossina, la colpa non è di un extracomunitario, ma di un camorrista italiano che ha sversato rifiuti tossici nella Terra dei Fuochi e in altre decine di luoghi, in combutta con altri rispettabilissimi imprenditori italiani che preferiscono smaltire così i loro veleni, perché costa meno. Intanto voi morite di malattie terribili, ma a quanto pare non è importante, nel frattempo avrete sempre modo di prendervela con qualche nigeriano o senegalese o bengalese, aizzati da Feltri o Salvini o qualche sito di fake news.
Se in Italia un politico può farvi le stesse promesse per 23 anni consecutivi, senza mai mantenerle, e voi siete pronti a votarlo di nuovo, la colpa non è di un extracomunitario.
La colpa è solo vostra e delle smisurate teste di cazzo che tenete sopra il collo.
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“Le cose più belle della vita sono curve.. i sorrisi, i ponti, le onde, gli arcobaleni..”
(web)
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(web)
Clever Illustrations by Nacho Diaz
Totò Riina.. Altro che riposa in pace!! io ti avrei fatto morire sciolto nella merda!!
Per non dimenticare Che la mafia è una montagna di merda!!
E non cliccate su “mi piace” Condividete!!

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KON-ICE: fast&noxious
Informatevi per tempo se dove vivete ci sia da chiamare il 118 o il 112 (numero unico delle emergenze).
Se siete allergici a qualcosa, avete particolari patologie o usate farmaci speciali stampate un biglietto coinciso ma preciso con tutte le indicazioni e tenetelo nella carta d’identità.
Tenete sempre un frangivetro con tagliacintura nella tasca dello sportello del guidatore.
In caso di incidente d’auto, aspettate a scendere dalla macchina fino a che chi vi sta dietro non si sia accorto di voi e sia sia fermato.
Spaccate il finestrino, tagliate le cinture ed estraete un ferito SOLO se la macchina è in fiamme o vedete perdite di benzina (annusatela ché potrebbe essere liquido del radiatore), altrimenti aspettate i soccorsi.
L’asfalto è freddo e duro ma il posto più sicuro dove tenere una persona ferita, quindi niente imbottiture improvvisate e al massimo una giacca/una coperta addosso o un ombrello per parare il sole.
Le ferite vanno tamponate con vigore solo se il sangue fluisce abbondante, rosso vivo e a schizzi, altrimenti nessuno muore per mezzo litro di sangue in meno.
NON date da bere a una persona sdraiata o in stato di incoscienza/semi-incoscienza, sennò poi i soccorritori gli devono pure aspirare liquido dai bronchi.
NON togliete MAI il casco a un motociclista, a meno che non stia soffocando nel suo sangue o sia in arresto respiratorio e in quel caso TRAZIONE LINEARE del casco senza flessione o torsione del collo sorreggendo subito la testa.
A meno che non siate quelli da soccorrere o non abbiate da fornire preziose informazioni, appena arrivano i soccorsi TOGLIETEVI DI MEZZO.
E un ultima cosa: ALLACCIATE LE CINTURE per voi e per i vostri bambini, pure se stanno sui sedili posteriori. E se sono nel seggiolino di sicurezza e frignano NON PRENDETELI IN BRACCIO.
Siate sana circolante maggioranza.
Le donne provano la temperatura del ferro da stiro toccandolo. Brucia ma non si bruciano. Respirano forte quando l’ostetrica dice “non urli, non è mica la prima”. Imparano a cantare piangendo, a sciare con le ossa rotte. Portano i figli in braccio per giorni in certe traversate del deserto, dei mari sui barconi, della città a piedi su e giù per gli autobus. Le donne hanno più confidenza col dolore. È un compagno di vita, è un nemico tanto familiare da esser quasi amico. Ci si vive, è normale. Strillare disperde le energie, lamentarsi non serve. Trasformarlo, invece: ecco cosa serve. Trasformare il dolore in forza. È una lezione antica, una sapienza muta e segreta: ciascuna lo sa. Concita De Gregorio
(Contro la disinformazione)
Attenzione spoiler got
7 stagioni per far scopare due partiti partiti dai poli estremi del globo.
Grazie ai draghi, improvvisamente per andare da nord a sud ci vogliono meno ore che da Roma a Milano con il freccia rossa.
Le sorelle quelle namo, famo, l'apro come ‘na cozza, la squarto, la stupro ecc., alla prima pizza che è volata in aria se la so presa loro in faccia.
L'ammiraglio donna col fratello senza cazzo so stati presi a calci per l'ennesima volta. E co questi ce dovevano vince ‘na guerra.
Avere 3 draghi e decidere di non usarli. Bravi!
I dialoghi episodio 6 tra la banda di sfigati maschi alpha pieni di testosterone, in cerca dei morti viventi, sono stati scritti dai Monty Python.
Cersei, 3 giorni dopo un rapporto sessuale, sa già di essere incinta. L'altro, sapendo bene che fine abbiano fatto tutti i suoi precedenti figli, anziché correre al primo bar a bersi vomito di drago per dimenticare, è felice come una pasqua. E tralasciamo il rischio dei problemi legati alla genetica, tipo la pazzia, come se non sapessero di cosa stia parlando.
Mentre Jon Snow è via in missione speciale - a dimostrazione che vivere nel nord gli sta sui coglioni perché ogni scusa è buona per andarsene - dicevo, mentre lui è via, le due sorelle Stark iniziano a tirarsi merda come in una puntata della De Filippi.
Bran Stark, che nel mentre è diventato autistico e può vedere passato, presente e futuro, anziché andare dalla sorella a dirle “aho guarda che Jon Snow sta bene e quando torna ve prende a calci in culo a tutti quanti a partire da dito corto”, passa il tempo a guardare un albero intagliato pure male.
L'inverno è arrivato ma il global warming deve farsi sentire pure da quelle parti dato che dopo la barriera c'erano bei pezzi interi senza neve e il ghiaccio sottile che si rompe con il peso degli zombie.
Infine: per tirare su un drago morto pesamte come un torre gemella, hanno usato catene di ferro ancora più pesanti. Saranno pure l'esercito dei morti ma non brillano certo in arguzia.

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Maria Teresa Novara: rapita a 13 anni da due balordi, violentata da uomini facoltosi, additata da giornali e politici come una prostituta
Ci sono fatti di cronaca nera che sono lo specchio di una fase storica, di una certa morale malata, della bruttezza di alcuni luoghi e di alcune persone che li abitano. Nella storia italiana se ne possono trovare diversi, ma nessuno probabilmente dovrebbe meritare l’attenzione del caso di Maria Teresa Novara.
Questa storia inizia una notte di dicembre del 1968, in una casa di Villafranca d’Asti. Due balordi, Bartolomeo Calleri e Luciano Rosso, entrati per rubare, trovano una bambina di 13 anni che dorme in una delle camere. Pensano che sia la figlia del proprietario, Pasquale Borgnino, un signore che in paese tutti considerano benestante. Decidono così di rapirla per chiedere un riscatto.
Ma si sbagliano. La ragazzina viene da Cantarana e i suoi genitori sono due poveri contadini. Si trova in quella casa, perché gli zii la ospitano durante il periodo scolastico, visto che casa sua è molto lontana dall’istituto che frequenta.
Calleri e Rosso scoprono di avere preso un granchio quando ormai hanno portato la bambina in una cascina di Barbisa, una frazione di Canale d’Alba. Qui comincia il dramma di Maria Teresa.
Difficile dire se le vicende squallide e terribili che seguirono furono ordite dai due balordi o suggeriti da qualche benestante signore del luogo senza scrupoli, fatto sta che, per rifarsi del mancato riscatto, i rapitori decisero di vendere il corpo della piccola ad una serie di personaggi facoltosi che a suon di quattrini si comprarono l’innocenza, la libertà e infine la vita della ragazzina.
Per più di sette mesi Maria Teresa venne violentata a più riprese da numerosi uomini di Canale, impossibile stabilire quanti, ma probabilmente decine. Calleri e Rosso, eccitati dai guadagni, organizzarono anche piccoli festini facendo venire apposta delle prostitute per allietare la clientela.
Lo scempio avvenne sotto gli occhi dell’intero paese. Moltissimi a Canale sapevano quello che stava succedendo ma nessuno si azzardò a denunciare l’accaduto. Anzi nel frattempo la persona di Maria Teresa veniva a più riprese infangata, anche a mezzo stampa. Dopo una lettera scritta sotto la minaccia dei rapitori, in cui la piccola diceva di essere fuggita volontariamente e che sarebbe tornata ricca, le malelingue sputarono tutto il veleno che avevano in corpo.
Una ragazzina di tredici anni fu bollata pubblicamente come una prostituta. La vicenda finì in tragedia ad agosto. Dopo un colpo fallito, Calleri e Rosso per sfuggire alla polizia si gettarono nel Po. Il primo annegò, il secondo fu catturato ma non parlò. Intanto qualcuno tra coloro che aveva abusato della piccola, preoccupato dalla piega degli eventi, decise di bloccare la presa d’aria del cunicolo in cui Maria Teresa era rinchiusa. Morì asfissiata, forse era ancora viva quando le forze dell’ordine perquisirono la cascina una prima volta senza trovare il nascondiglio.
Fatto strano, come furono strane le pressioni che il procuratore di Asti subì per chiudere in fretta la vicenda. Vicenda che ovviamente finì sulle pagine dei giornali. Famiglia Cristiana parlò del “degrado della fanciulla”, mentre in parlamento l’onorevole missino Beppe Niccolai sosteneva che la giovane fosse stata uccisa “dal vizio prima che dalla morte”.
Alla fine, dal punto di vista legale la storia si concluse con la condanna di Rosso a 14 anni di galera. Nessuno degli stupratori e degli assassini di Maria Teresa venne neppure coinvolto nella cronaca giudiziaria.
Sono passati quasi cinquant’anni da questo tragico evento, eppure non uno degli abitanti di Casale d’Asti ha deciso di raccontare una verità che ancora oggi presumibilmente sanno in molti. Una verità che oltre a fare chiarezza sui fatti, sarebbe un risarcimento postumo, seppur infimo e totalmente insufficiente, per Maria Teresa, la cui immagine, ieri come oggi, non può essere lesa da quella parte d’Italia moralista di facciata e immorale dietro le quinte.
(Le foto che hanno segnato un'epoca)