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Una seconda vita? | Parte 1
Parliamo di vita virtuale.
Con l’arrivo di internet e tutte le meravigliose opportunità che ci offre, numerose sono state le idee e le iniziative che hanno contribuito alla creazione di quelli che mi piace definire “mondi”.
Ci sono i blog, le community, i forum, i social, le chat erotiche e tutto ciò che un individuo possa pensare.Â
Non so voi, ma a me non è ancora capitato di non trovare risultati per qualcosa di digitato su google.
Questo perchè ormai l’essere umano lo ha tanto riempito di informazioni, talvolta inutili o stupide, da renderlo una fonte immensa di dati.
Ci sono dati su qualsiasi persona, luogo, oggetto, evento, e non abbiamo nemmeno idea di tutto quello che nasconde, se consideriamo anche l’esistenza del deep web.Â
Ma parliamo di me, restringiamo il campo. Voglio fare l’egocentrica.
La mia esperienza sul web è nata relativamente presto, un paio di anni dopo l’arrivo di facebook. Il primo profilo, le prime foto da truzzettina incapace di farle (dote strabiliante che conservo tutt’ora) e il primo pezzetto di mondo da scoprire.
Devo ammettere che non mi entusiasmai particolarmente nel trovarmi su quella piattaforma, o meglio, non nella sua parte così reale. Non essendo mai stata una persona che ama particolarmente mettersi in mostra, non trovavo molti stimoli o granchè da fare, e mentre i miei coetanei si divertivano con i post scemi e le foto in bagno, io mi limitavo a giocare a Farmville (brutta storia).
Ho parlato di parte “reale” perchè non molto tempo dopo, scoprii l’altra faccia della medaglia di facebook.
Durante una sessione online su un comunissimo gioco di guerra in multiplayer, conobbi una persona con la quale iniziai a chiacchierare del piĂą e del meno.
Lei mi parlò di certi gruppi su facebook in cui si poteva impersonare chiunque. Mi parlò in particolare di un gruppo dove si impersonavano personaggi del mondo disney.Â
Decisi dunque di provare e mi creai un profilo.
Quello fu l’inizio di una delle esperienze più belle, ma anche frustranti, della mia vita.
Scoprii che c’erano delle regole, un’organizzazione e dei comportamenti da tenere.
Da quel momento in poi, quello che veniva chiamato il “fake”, il “fanta” divenne uno dei miei rifugi più sicuri e appaganti che potessi trovare.
Ero appena un’adolescente con le mie mille insicurezze e le mie turbe sulla sessualità , amavo scrivere ma non riuscivo ad esprimermi, invece lì trovai persone come me.
Da quel gruppo, passai ad un altro di genere fantasy, e dal fantasy al real life.
Creai un sacco di personaggi, ognuno con una storia, un carattere e una vita diversa e scrissi tanto, tanto da togliermi il sonno insieme a quelle altre persone che nel ruolare con me avevano piacere.
Mentre nella mia vita reale ero piuttosto sola, lì avevo un sacco di amici con un sacco di aspetti in comune.Â
Ero una ragazzina insicura, bruttina e piena di dubbi su me stessa. Mi piacevano le donne? Gli uomini? Era giusto?
Dico sempre di non aver mai fatto fatica ad accettarmi ed era così, superficialmente, ma preferivo vivere in quel mondo costruito dalle parole dei giocatori in veste di uomo, piuttosto che affrontare i miei pensieri.
Così giustificavo il mio essere. Non solo potevo scrivere una vita ideale, ma potevo anche vivere la mia sessualità senza andare contro corrente.
Andando avanti negli anni vivevo la mia vera vita con estrema vuotezza, con vani tentativi di riprenderla in mano. Â
Non mi rendevo conto dell’abisso in cui ero o del motivo per cui avessi tanto bisogno di un’altra vita, perchè quei pochi momenti in cui mi interrogavo davvero su come stessi li respingevo e li colmavo con la scrittura.
due post dal contenuto immenso
Ti ringrazio molto!Â
Silenzio e rumore insieme e mentre ascolto ciò che dici smetto di parlarmi.
Sono lesbica.
“Sono lesbica”, che frase difficile. Lo sono sempre stata, ma molto tardi sono arrivata a dirlo ad alta voce. Non è mai stato un problema di accettazione, ma più di insicurezza. Chi mi poteva dare la garanzia che fosse la cosa giusta da dire? Che fossi davvero io a riconoscermi in quest’etichetta? Non mi sono mai piaciute loro, le etichette. Ho sempre odiato ordinare le persone in categorie, come sui siti porno, e riordinarle in scompartimenti. Tuttavia, parlando con un amico che sostiene fortemente le categorie, sono effettivamente arrivata ad una conclusione: ci servono delle etichette. Ci servono per sentirci parte di un gruppo, per definirci, per non sentirci completamente disciolti nella società . E’ bene però ricordare che, come tutto, le nostre etichette non sono assolute: se io mi definisco amante dei fiori, non vuol dire che tutti i fiori mi piacciano. Se amo il colore blu, vuole forse dire che tutti gli altri colori non mi piacciono? Se sostengo che le camicie siano l’indumento più bello del mondo, cosa mi vieta di cambiare idea in futuro? Questo è un ragionamento a cui sono arrivata da un paio di anni a questa parte ed è quello che mi ha portata finalmente a non avere rimorsi o problemi nel dire che sono lesbica.
Fino a poco tempo fa mi definivo bisessuale perchè temevo che avrei cambiato idea. Lo temevo perchè le persone insistono a pensare costantemente che essere lesbica sia una fase, che sia perchè ancora non è arrivato l’uomo giusto, che sia per moda. Le persone bisessuali più delle altre vivono questo stigma: vengono prese di mira, anche dalla stessa comunità alla quale appartengono, perchè vengono considerate indecise, promiscue o addirittura traditrici.  Tutti questi pregiudizi e la discriminazione che ne scaturisce mi ha influenzato pesantemente: credevo che mi avrebbero dato dell’incoerente se mi fossi definita lesbica e poi magari mi fossi innamorata di un uomo. Avevo paura di risultare poco credibile agli occhi delle donne e degli uomini e che sarei rimasta da sola tutta la vita, perchè nessuno sarebbe andato oltre quello che per me è sempre stato un dettaglio irrilevante.
Tutta colpa delle dannate etichette, ma ora me ne frego di queste stronzate.
Adesso mi sono riappropriata della mia libertà di innamorarmi: in fondo non devo giustificazioni a nessuno, e poi perchè mai a qualcuno dovrebbe importare di chi mi innamoro? E’ sempre stata l’insicurezza a parlare, la paura di non essere accettata, così come non mi accetta la mia famiglia; ma sapete, sto lavorando su me stessa con grande successo. Sto imparando a convivere con me e con gli altri senza paura, che è quella sensazione che purtroppo accompagna molti individui della società LGBTQIA+ per l’intero corso della vita a volte. E’ una paura che ha davvero tante, tante forme: la paura di mostrarsi agli altri, quella di essere picchiati, di non essere accettati, di venire discriminati, la paura di non riuscire ad affrontare la società , di essere sbagliati, e molte altre. Purtroppo, sebbene i progressi compiuti siano numerosi e importanti, non è ancora arrivato il momento di adagiarsi. L’omofobia, l’ignoranza, la chiusura mentale sono troppo presenti e dobbiamo continuare a impegnarci per contrastarle: dobbiamo farlo per noi, per il nostro futuro e i nostri figli, dobbiamo farlo anche in onore di chi si è battuto e sacrificato per quello che abbiamo adesso. Non abbiate paura. Parlate, spiegate, lottate, perchè è meraviglioso poter finalmente esprimere se stessi, è bella tutta questa varietà tra le persone e sono belle le esperienze che ognuno di noi vive perchè ci insegnano qualcosa, anche se a volte sono terribilmente dolorose. Con affetto pongo fine ai miei deliri, sperando che possano ispirare, consolare, o anche solo infastidire qualcuno. Ps: Col cavolo che cambierò idea, le camicie sono favolose.

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Non credo che un nome del genere attiri molta attenzione. Non credo nemmeno che sia particolarmente originale ma ehi, lasciate che spieghi il motivo di questa scelta. Ho pensato per mesi e mesi a come strutturare il blog, i contenuti che vorrei portare, il tipo di approccio da utilizzare e il nome. Per quest’ultimo sono uscita di testa e ho quasi rinunciato a mettermi in gioco tanto ero frustrata e insoddisfatta. Sono una persona estremamente caotica e disordinata, ma sui miei progetti sono pignola e terribilmente perfezionista. Non sono in grado di portare a termine qualcosa se non mi soddisfi. Non riesco proprio ad accontentarmi, così pensavo, pensavo e mi arrovellavo il cervello per un titolo che mi piacesse almeno un po’, che mi convincesse. Poi un giorno, mentre ascoltavo la musica, è partita una canzone che non avevo in playlist e che non conoscevo. “In our bedroom after the war” è probabilmente la canzone più bella e dolorosa che io abbia mai sentito. Mi uccide, davvero. Mi è difficile descrivere ciò che mi suscita perchè è un insieme di emozioni troppo intenso che raramente ho provato. Sapete, io amo la musica. Amo le melodie, gli accostamenti di suoni e i giochi armonici. E’ l’aspetto che amo di più della musica. I testi si, possono essere belli, profondi o poetici, ma raramente mi colpiscono più della melodia. Non vi è mai capitato di ascoltare canzoni dal testo orribile, solo perchè la melodia è fottutamente irrestistibile? Ecco, questo spiega bene la mia prospettiva. Il punto però qui è un altro: questo singolo mi ha scombussolata. Ad una prima analisi, molto superficiale, ho associato il testo alle immagini che questo mi trasmetteva: un letto vuoto, una camera fredda e la guerra. Dalla guerra mi sono spostata su un’interpretazione più romantica: una storia d’amore che finisce ma la vita che va avanti nonostante il dolore, come nella più classica delle canzoni. Poi, però, riascoltandola ancora e ancora, sentivo che quella spiegazione non era abbastanza. Ho percepito qualcosa di più profondo e importante per me in quel testo. La tristezza che mi trasmetteva mi era molto familiare e ci ho pensato, ripensato e ripensato ancora, fin quando una sera l’ho ritrovata. Ho ritrovato quella pesantezza, quell’angoscia e quella malinconia nella depressione. Eccola. Così mi faceva sentire, per oltre due minuti di quelle parole così vere e così vive per me. Poi, andando avanti, qualcos’altro è emerso. Una sensazione di ottimismo e di leggerezza, qualcosa che mi ha liberato il petto da quel peso: la speranza. I primi passi in avanti, il momento in cui si comincia a riemergere dall’abisso in cui si è caduti, quella boccata di aria fresca la sera d’estate dopo un pomeriggio rovente. In quei 6 minuti e mezzo di pura emozione ho rivissuto tutte le mie esperienze più oscure e dolorose, sono ricaduta nel baratro e ho visto tutto nero di nuovo. Mi sono disperata, ho pianto e ho di nuovo accolto quei pensieri che tanto ho combattuto e che volevano portarmi via la vita. Mi sono maledetta per averci dato tanto peso, ma poi sono andata avanti e ho cominciato a vedere i miei progressi. Quello che ho affrontato, come ne sono uscita e i miei cambiamenti. Davvero, non esagero, questa canzone mi ha sconvolta, ma una volta terminata ho pensato che niente potesse rappresentarmi meglio. Questa canzone mi ricorda tutto quello che sono e che dal baratro ci sono uscita più di una volta, perciò ho la forza di farlo ancora e ancora. Questo vuol forse dire che sono, infondo, invincibile? Credo che come me, tante persone cerchino conforto o confronto nella musica e nelle canzoni e che tutti, in qualche modo, ci sentiamo rappresentati. Io, nel mio, spero di aver trasmesso almeno un po’ delle mie emozioni, così da poter dire a tutti che succedono cose orribili alle persone e che ognuno è portatore e protettore del proprio dolore, ma si può affrontare, si può superare. Potranno scoppiare tantissime guerre, brevi, lunghe, ma tutte finiscono prima o poi. Credeteci. Crediamoci.