Amir sognava.
Amir ci credeva.
Amir il debole ora aveva gli occhi aperti, poteva distintamente vedere il futuro davanti a lui, chiaro come un bosco attraversato dalla luce del sole.
Amir aveva capito che per raggiungerlo doveva solo compiere pochi semplici passi. Pochi secondi per guardare l'orologio. Era tardi. Pochi secondi per entrare nella sua stanza e con una rapida occhiata cercare il passato da portare con se nel futuro. Pochi secondi per capire che il massimo che poteva portare con se era ridotto alle poche cose che potevano entrargli nelle tasche dei jeans e quelle del piumino celeste sporco che aveva addosso. La scelta fu semplice: capì che non c'era niente da portare. A rotta di collo discese quelle polverose scale, quelle che per giorni e giorni lo avevano tenuto in sospeso tra due realtà schiaccianti. La solitudine del dentro, la guerra del fuori. Una volta in strada, fu prima accecato dal sole e poi investito da una nube polverosa che li corrose i polmoni. Al quarto colpo di tosse aveva già svoltato l'angolo, sicuro di trovarvi ossigeno. Arrivò al magazzino dove trovo Asif, i cui pantaloni tenuti su da un cordino erano sempre più enormi e lui sempre più magro, che come al solito scaricava e caricava sacchi da quel vecchio camion arrugginito.
Gli arrivò alle spalle ma Asif aveva occhi anche dietro.
"Che ci fai qua?"
"Sono passato a salutarti."
"Hai deciso allora?"
"Si. Ho deciso."
Asif caricò il sacco sul cassone, si appoggiò ad esso, mentre la sua schiena nuda si ritraeva e si gonfiava facendo apparire e scomparire la sua spina dorsale che quasi sembrava saltargli fuori da un momento all'altro. Passò una mano sul bordo polveroso del camion rivelandone un colore inesistente in natura e poi lentamente disse:
"Quando?"
"Stanotte."
Asif si voltò.
Ma era cosi Asif? era cosi che doveva ricordarselo?
Guardatelo: cosi distrutto dalla vita e cosi tranquillo e sicuro di se darsi da fare nella sua distruzione. Guardatelo Asif, pronto ad accettare qualsiasi lavoro, pronto a spaccarsi la schiena fino alla notte, pronto a correre fino alla piazza, svoltare lungo il canale per seguire i pastori di ritorno alla campagna con gli acquisti del giorno sino ad uscire dal paese e sempre correndo fermarsi davanti a quell'olmo secco e urlare: "Maisa, Maisa", indistinguibile sorella, tra la moltitudine di bambini soavemente sorridenti. Pronto a prenderla per mano ricambiandola con un sorriso e portarla alla baracca dove vivevano. Pronto a ripeterle ogni sera che lui un giorno sarebbe diventato il mastro del magazzino, che avrebbero potuto dormire li la notte, e che lui avrebbe guadagnato tanti soldi da poterla mandare a scuola. E che lei un giorno sapendo leggere e contare i numeri, avrebbe potuto aiutarlo a segnare le casse e a seguire le spese.
Lei sorrideva e chiedeva se avesse potuto portare anche i suoi amici al magazzino, e Asif, ogni volta le rispondeva che li avrebbe potuti nascondere in delle casse nel magazzino, cosi che i loro genitori una volta venuti a cercarli potessero cadere in terra dallo spavento quando tutti insieme sarebbero saltati fuori dalle casse e dalle ceste di olive. Maisa rideva, rideva di gusto e nei suoi occhi già vedeva le facce sorridenti dei suoi compagni che già scappavano inseguiti dagli stanchi genitori.
Asif e Maisa non avevano mai conosciuto il padre e troppo presto avevano perso la madre. Asif e Maisa non si erano mai divisi, l'uno attaccato all'altra in quell'unione d'amore puro che esiste solo quando l'una è la ragione di vita dell'altro. Ma Asif, Amir lo sapeva, sarebbe andato avanti anche se avesse perso la sorella, avrebbe lottato, sarebbe sopravvissuto, Asif era forte, quella forza che Amir aveva sempre invidiato, ma che ora sentiva di avere nelle sue mani.
"Sarò alla spiaggia per le 9. "
"Lo stai facendo sul serio?"
"Si Asif, ho deciso"
"Sai che puoi non arrivarci vivo? Sai cosa significa morire di sete? Sai che impazzirai? Che potrebbero ucciderti per un sorso d'acqua? Potrebbero sventrarti per bere da i tuoi organi. Sai la storia di Haifa? Era sposata da pochi mesi e..."
"Sono esagerazioni Asif, lo sai che molti ce la fanno, perchè nessuno parla di loro?"
"Ne parlano, ma ne parlano come un miraggio, come un sogno. Nessuno crede veramente di potercela fare."
"Tutti quelli che ce l'hanno fatta, l'hanno creduto possibile."
"Ci hai parlato?"
"No, ma so che se sono arrivati è perchè ci hanno creduto, altrimenti adesso sarebbero a caricare sacchi di granoturco. proprio come te"
"Sai che non posso farlo... sai che non posso venire."
"Potresti portare anche lei non credi?"
"E' troppo pericoloso Amir, troppo. E non me la sento di rischiare anche con la sua di vita, preferisco rimanere nella povertà ma con una maggiore sicurezza di sopravvivere che cercare un futuro migliore con il rischio di ucciderla. Non posso scegliere questo per la sua vita"
"Stai scegliendo comunque altro per la sua vita, le stai privando la possibilità di essere veramente viva."
"Noi siamo veramente vivi. Questa è la nostra vita. Questo è ciò che abbiamo ed è da qui che dobbiamo iniziare, è questa la nostra terra, è qui dove i nostri genitori hanno vissuto e lottato e di certo non sono scappati."
"Dove sono i tuoi genitori Asif? Non ci sono, uno per scelta, forse, l'altra perchè uccisa da una malattia che in occidente non esiste neanche. Vuoi questo per tua sorella? Che dia alla luce un figlio che forse non potrà crescere?"
Asif si avvicinò ad Amir in un lampo. Si fermò davanti a lui guardandolo dritto negli occhi, cercandovi dentro qualcosa.
"Dove hai trovato tutto questo coraggio Amir, eh? Dimmelo! Dove l'hai trovato se fino a pochi giorni fa, te la facevi addosso la notte?"
"Sei stato tu."
"Io? cosa diamine c'entro io?"
"Tu, tu come sei, il tuo modo di essere."
"Ma come posso essere io a spingerti verso questa follia, se sono il primo a dirti di non farlo? E' assurdo!"
"Tu, il modo in cui tu affronti questa vita, il tuo coraggio, la tua continua dedizione a crederci a credere che tu, in questo posto, tu possa veramente combinare qualche cosa e divenire quell'uno tra i tanti. Ecco, mi ha fatto capire che anche io desidero ardentemente essere uno tra i tanti. E' ho deciso di essere uno tra i tanti che ce la farà. Uno che esattamente come tu fai da anni, ha deciso, oggi di seguire i suoi sogni"
Asif rimase come pietrificato. Non era solo attività fisica Asif, aveva anche un bel cervello, e fu per questo che capì a fondo il ragionamento di Amir, che lo trafisse come una lancia"
"Io non so che dirti."
"Salutami Asif."
Asif continuò a guardarlo dritto negli occhi mentre lentamente potese la sua mano verso Amir, ma poi in un gesto fulmineo lo prese a se stringendolo forte."
"Trova un modo per farmi sapere se sei arrivato, qualsiasi, ma fallo. Altrimenti vengo la e ti prendo a calci."
"Lo farò Asif. Lo prometto"
Una rapida occhiata all'orologio e poi un'ultimo sguardo ad Asif.
Ma era veramente cosi Asif? Era cosi che doveva ricordarselo? La polvere a tingere di un grigio cenere i suoi scurissimi riccioli neri, la faccia smunta e quelle sporche mani enormi con le dita lunghissime.
Si, era cosi il grande Asif. Era proprio lui ed era sempre stato cosi.
E Asif non entrava ne nelle tasche dei suoi jeans ne in quelle del suo lezzo giubbotto celeste.
Amir si voltò e iniziò ad allontanarsi attraverso il magazzino, attraverso le scatole di legno marcio e i cesti sfondati di olive che non c'erano da mesi.
Prima di gettarsi di nuovo nella nube di polvere, si voltò: era ancora li Asif, in piedi, esattamente dove l'aveva lasciato, e senti di nuovo il suo sguardo nei sui occhi. Gli fece un cenno con la mano e si volto.
Con la coda dell'occhio vide Asif alzare la sua.
Amir sorrise e si gettò nel futuro che ti saluta con manciate di polvere nella bocca.