C'erano due cose che volevo dire. La prima l'ho dimenticata. La seconda era questa. Arriviamo, tenendoci per mano, in un luogo che potrebbe essere quello della foto. Il cielo plumbeo che incombe su un mondo fatto di ghiaccio. Portando poche cose, come se il viaggio fosse breve. Breve come una vita. Quasi niente, come se non ne avessimo bisogno. Ti lascio la mano, e mi tuffo nell'acqua gelida. Ho freddo, ma non mi importa. Non sento nulla, come se quello che stessi facendo fosse necessario e vitale. Come se fosse la sopravvivenza stessa. Ti tuffi anche tu, dietro di me. Mi aggrappo ad una lastra di ghiaccio staccatasi da quella sorta di banchisa polare. Mi aiuti faticosamente a salire, e una volta lì sopra, ti aiuto a sollevarti.
Che diavolo ci facciamo qui? Dove stiamo andando?
Nessuna domanda, nessun dubbio. Come se facesse tutto parte di un piano preesistente, di un progetto più grande. Inesorabile,come le cose che devono essere.
Ti abbraccio, come a dire “Ce l'abbiamo fatta!” e capisco che, anche nel luogo più freddo e inospitale della Terra mi sentirei realizzata come essere umano, dentro alle tue braccia. Sono fradicia, l'aria è gelida, ma non ho freddo; non ho portato nulla, e mi sembra di non aver mai avuto di più in tutta una vita. Mi sento invincibile, mentre non ho neppure idea di dove stia andando. E la ragione di tutto questo, si sdraia accanto a me, sulla lastra di ghiaccio, e si addormenta.
Io rimango a guardare te che dormi, le nostre cose finire in acqua e l'orizzonte, grigio e nebbioso.
“Non farle cadere”, mi dici in dormiveglia.
Ed è allora che ho ricordato quella cosa che volevo dire, e che avevo dimenticato.
Che la trottola gira sempre più lentamente e, uscendo di traiettoria, si accascia su lato.
E dovrei essere triste di svegliarmi solo tra le mie lenzuola.
Ma sai cosa?
Almeno stavolta sei rimasto fino alla fine.
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