la fine di une festa, gli ultimi molleggiamenti stanchi, riappropriarsi lentamente della luce e dei movimenti dimenticati per ore. quando è chiaro che quella sarà l’ultima traccia, inizio subito a rendere conto di ciò che ho appena vissuto, cerco nelle facce impietose delle persone intorno a me il segno di quanto che è appena accaduto. vorrei che le feste lasciassero dei segni più evidenti, dei solchi, dei marchi.
è successo a tutti noi, indistintamente le vibrazioni ci hanno attraversato provocando un effetto netto, chiaro, palpabile. corde di violino vibranti nel bel mezzo di una sonata d’orchestra che tendono alla loro posizione stabile tramite fluttuazioni sempre più ridotte, curve sempre più lineari.
non sono più quello di ieri, ho attraversato stati di trans archiviati nella memoria del corpo, dei gesti, dell’udito, della vista ad occhi chiusi, poco o niente ha a che fare con la memoria cerebrale.
ho avuto un attacco di panico. sotto il muro di casse il mio corpo ha iniziato a non rispondere più agli stimoli cerebrali, i miei movimenti erano guidati perlopiù dai bassi. mi sono spaventato, ho cercato aiuto, ho cercato aria, mi sono strappato via dal rito. accompagnarmi lentamente alla consapevolezza che le condizioni per cui sarei potuto morire da lì a poco le avessi intenzionalmente create io. sollevare la mia identità dal peso del mio corpo, per poi accorgermi di non riuscire più a gestire il distacco.
un buon amico mi ha trascinato giù per le gambe come fossi appeso a un palloncino. mi hai salvato la vita, ripetuto più volte, come fosse un mantra. magari non è vero, magari non sarei andato in khole, magari sarei sopravvissuto lo stesso anche da solo. ma non c’è niente di più confortante della mano di un amico che ti trattiene a terra quando tu hai la sensazione di evaporare.