Here’s 19 seconds of Austin Butler slow dancing with a dog.
Il modo il cui Bucky guarda Buck 😍
occasionally subtle
PUT YOUR BEARD IN MY MOUTH

❣ Chile in a Photography ❣

if i look back, i am lost
Monterey Bay Aquarium

oozey mess
RMH
d e v o n
Game of Thrones Daily

izzy's playlists!
todays bird
Mike Driver
Lint Roller? I Barely Know Her

Kaledo Art
hello vonnie

tannertan36
macklin celebrini has autism

Andulka

@theartofmadeline

JBB: An Artblog!
seen from United States

seen from United States
seen from United States
seen from Malaysia
seen from Türkiye
seen from United States
seen from United States
seen from Australia

seen from United States
seen from United States

seen from Indonesia
seen from Indonesia
seen from United States
seen from United States

seen from United States
seen from Greece
seen from United States

seen from Malaysia

seen from United States

seen from Canada
@dona78
Here’s 19 seconds of Austin Butler slow dancing with a dog.
Il modo il cui Bucky guarda Buck 😍

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
😍😍😍
oggettivamente simone ha ragione: manuel qui si veste da clown
Quanto sono belli mio dio
Per chi fosse interessato ad una fic simuel s2 canon divergent con manuel geloso marcio di mimmo:
Perché ho gli occhi molto più ciechi del cuore (8479 words) by lunstor

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
"Lasciati vedere per quello che sei,per quello che vali. Prova a vivere la felicità,perché te la meriti e prima o poi arriverà. Il mondo è pieno di persone in cerca di amore. Basta guardarsi intorno e lasciarsi vedere per quello che si è,senza far finta di essere qualcos’altro."
Quello che spero di vedere nella stagione 2 di un Prof
Ci vuole più amore 🌈

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
You don’t wanna talk about your feelings (I’ll be in the corner with the reasons)
4 volte in cui Manuel chiama Simone con un soprannome + 1 volta in cui lo fa Simone
Ispirata da questo prompt, ma mi sono spinta un po’ oltre perché non ho freni. Spero vi piaccia! :)
1.
“Ah cojone, guarda che m’hai fatto il pelo alla moto!”
Simone si toglie il casco con una lentezza snervante e fissa il ragazzo urlante davanti a sé dritto negli occhi, il mento leggermente alzato in una posa altezzosa che fa salire il sangue al cervello a quello sconosciuto dalla lingua lunga.
“Come m’hai chiamato?” chiede, la voce profonda, il tono di sfida.
“T’ho chiamato cojone perché è quello che sei,” risponde l’altro senza abbassare lo sguardo, gli occhi scuri che scintillano alla luce del sole, colorandosi di mille tonalità diverse di marrone a cui Simone non saprebbe neanche dare un nome.
Simone si avvicina e lo squadra, il casco sottobraccio e le sopracciglia corrugate, nella speranza di apparire il più minaccioso possibile. Apre la bocca per ribattere, si prepara a spintonarlo e passare oltre, ma il ragazzo scoppia a ridere spiazzandolo.
“C’hai proprio ‘na faccia da fesso, ma che vuoi fare conciato così?”
Indica i suoi vestiti con un gesto e si ficca le mani in tasca, continuando a scrutarlo con un sorrisetto fastidioso. Simone non può fare a meno di guardarsi, preso alla sprovvista. Il maglioncino verde scuro che ha comprato qualche giorno prima con sua madre, il colletto della camicia che gli circonda il collo e improvvisamente gli rende difficile deglutire, i pantaloni color cachi che, a detta di Laura, gli fasciano le gambe in maniera perfetta.
Il ragazzo davanti a lui sogghigna e Simone sente aumentare dentro di sé la voglia di tirargli un pugno e rompergli quel naso perfetto che si ritrova.
“Simone!” chiama una voce femminile dietro di lui, e sente le braccia della sua ragazza cingergli dolcemente la vita.
Simone le sorride, ma continua ad osservare di soppiatto quel ragazzo dai capelli ricci e scombinati sotto il casco ingombrante, gli occhi grandi e luminosi, la bocca socchiusa in un ghigno che non ha nulla di amichevole. Vorrebbe prenderlo a schiaffi.
“Va beh, pe’ stavolta passi. Ce vediamo, cojone,” dice quello con voce annoiata, e si allontana prima che Simone possa rispondere.
“Speriamo di no,” borbotta Simone, lo sguardo fisso su quel giacchetto verde che si perde nella folla davanti scuola.
“Ma chi è?” chiede Laura confusa.
Simone scrolla le spalle. Vorrebbe saperlo anche lui.
* * *
2.
“Certo che sei proprio un perfettone,” ride Manuel.
Seduto per terra nel suo garage con una canna in mano, lascia vagare lo sguardo lungo tutta la figura di Simone, in piedi davanti a lui mentre fruga nello zaino poggiato sul tavolo da lavoro.
“Me l’hai già detto una volta,” risponde Simone con tono annoiato, e Manuel ride di nuovo. Si sente leggero, ma forse è solo la canna.
“Va beh, te lo dico di nuovo. Sei ‘n perfettone,” dice Manuel. “Te dovresti rilassa’ ogni tanto.”
Si porta la canna alla bocca e respira piano quel fumo così familiare. Chiude gli occhi poggiando la testa contro il muro e ascolta i movimenti di Simone, il fruscio dei suoi vestiti e delle pagine dei libri di scuola. Lo sente sedersi accanto a lui con un tonfo, sente il ginocchio premere contro il suo. Gira la testa verso di lui e apre gli occhi, ma Simone non lo guarda, intento a sfogliare il libro di fisica.
Manuel allunga la mano e prende la matita che Simone tiene in equilibrio sull’orecchio, sfiorandone la punta con i polpastrelli.
Simone alza la testa verso di lui e lo guarda far roteare la matita tra le dita. Osserva con occhio attento quelle dita lunghe che si muovono esperte attorno alla matita, facendola passare da una parte all’altra velocemente. Deglutisce piano, un accenno di rossore sulle guance, e si schiarisce la voce.
“Non sono venuto qua per cazzeggiare, dobbiamo studiare,” dice, cercando di controllare il tono della voce.
Manuel alza gli occhi al cielo. “Va bene, perfettone. Famo quello che dovemo fa’.”
Sbuffa e si avvicina ulteriormente a Simone, il viso a pochi centimetri dalla sua guancia. Con l'ombra di un sorriso sul volto, poggia il mento sulla sua spalla con una naturalezza che fa sobbalzare Simone, e si allunga per guardare il libro abbandonato sulle sue gambe. Strizza gli occhi per riuscire a leggere, e Simone non può fare a meno di notare il movimento delle sue ciglia, il modo in cui tremano leggermente. Guarda i riccioli che gli ricadono sulla fronte e sa che basterebbe un movimento della mano per spostarli, ma non si azzarda.
Simone sente il profumo del suo shampoo e il perenne odore metallico che caratterizza quel posto. Sente il suono appena percettibile del respiro di Manuel, sente il calore del suo fiato che gli pizzica il collo. Il suo stomaco si contrae ogni volta che si rende conto delle loro parti del corpo in contatto, le sente bruciare come se Manuel fosse la Torcia Umana. Cerca di adeguare il battito del suo cuore all’andamento lento della respirazione di Manuel, ma invano; continua a correre forsennatamente, lo sente picchiare contro la cassa toracica con insistenza, e spera che Manuel non sia così attento da accorgersene.
Con le guance rosse, si schiarisce di nuovo la voce. Studiare fisica non gli è mai sembrato tanto complicato.
* * *
3.
Manuel odia litigare con Simone. Succede spesso perché sono due teste calde che sanno comunicare solo a strattoni e urla, che si calmano solo davanti ad un labbro sanguinante.
Manuel odia litigare con Simone perché non riesce a controllare le parole quando si incazza, e si incazza spesso, perché ha tutta quella rabbia dentro di sé, sopita, pronta a venir fuori, e riesce a calmarla solo quando fuma. Si ritrova sempre a dire cose che non pensa, cose che non direbbe mai se solo riuscisse a pensare prima di aprire la bocca, ma evidentemente la botta in testa presa da piccolo ha compromesso la funzionalità di qualsivoglia filtro.
Manuel odia litigare con Simone perché poi non fa altro che pensarci, rimuginare, darsi la colpa, e odia litigare con Simone perché basterebbe chiedergli scusa per sistemare tutto, ma non riesce a fare neanche quello. Sarà l’orgoglio, sarà la botta in testa, ma Manuel non riesce a pronunciare quelle due sillabe, quelle cinque lettere che Simone meriterebbe di sentire.
Non che Manuel sia un mostro senza cuore. Semplicemente, preferisce nascondere la testa sotto la sabbia piuttosto che affrontare quel ciclopico elefante nella stanza che finge di non vedere. Ma lo sente barrire ogni volta che sta con Simone, sente la proboscide di quel dannato elefante che lo strozza ogni volta che Simone lo sfiora, si sente schiacciato da un’enorme zampa grigia e rugosa ogni volta che Simone lo guarda con quegli occhi un po’ tristi e un po’ rassegnati.
Manuel vorrebbe fare qualcosa, vorrebbe spingere quell’elefante fuori dalla stanza, perché dentro si sta stretti, con quei sentimenti ingombranti che si porta sempre appresso. Però non lo fa, perché vorrebbe dire parlare con Simone, e non riesce a farlo normalmente, non dopo la sua festa di compleanno.
E forse Simone lo sa – dopotutto, gli ha spiegato che con lui è diverso, no? – ma anche lui ha paura di fare persino un piccolo passo, perché l’elefante potrebbe spaventarsi, potrebbe calpestarli entrambi.
Manuel si sente un idiota quando è con Simone, come se non fosse più in grado di pensare, di parlare, di compiere azioni banali, ma non vuole ammetterlo. Orgoglio maschile o qualcosa del genere. Non vuole ammetterlo, e allora usa quel suo modo di fare strafottente, quella maschera di sicurezza e sfrontatezza, e chiama idiota Simone, specchio riflesso buttati nel cesso.
“Certo che sei proprio un idiota,” gli dice un giorno, mentre rievocano tempi lontani, di fughe a Glasgow e stronzate fatte.
Manuel è sdraiato sul letto di Simone e fissa il soffitto. Non pensava che sarebbe più entrato in quella camera, non dopo quello che è successo tra di loro, tantomeno pensava che quattro mura piene di poster inutili e fotografie che non sa collocare nel tempo potessero mancargli così tanto.
“Proprio un idiota,” ripete alzandosi sui gomiti e volgendo lo sguardo verso Simone, seduto alla scrivania, il viso già rivolto verso di lui.
Simone spalanca la bocca con finta sorpresa e lo guarda con quell’aria offesa che Manuel sa essere falsa, mentre gli angoli della bocca minacciano di sollevarsi verso l’alto in un sorrisetto che fatica a nascondere.
“Ah, io sarei l’idiota? Da che pulpito!” lo canzona Simone.
“Stavi pe’ molla’ tutto pe’ anna’ ad inchinarti di fronte alla regina, secondo me sei ‘n po’ un idiota.”
“Ma la regina mica l’ho vista. Io non m’inginocchio per nessuno,” risponde Simone con finta fierezza, incrociando le braccia al petto.
Manuel scoppia a ridere, e per un attimo si dimentica la promessa fatta a se stesso di non parlare più di quella notte, di non passare più davanti a quel cantiere, di fingere che non abbia provato nulla che fosse fuori dall’ordinario.
“Sappiamo entrambi che non è vero,” esclama Manuel tra le risate, e un po’ si pente di aver parlato, di aver aperto l’uscio per far uscire finalmente allo scoperto quel gigantesco elefante. Ma poi vede Simone arrossire violentemente, lo vede strabuzzare gli occhi, e ride ancora più forte.
Simone borbotta qualcosa e si gira, dandogli le spalle e nascondendo la faccia tra le braccia conserte sulla scrivania.
Fuori sta facendo buio e Manuel si rende conto di aver passato tutto il pomeriggio a casa Balestra. Si rende conto che vorrebbe rimanere ancora lì, fingere che l’orologio si sia fermato, che il tempo si sia dimenticato di loro, abbandonandoli in un limbo in cui tutto può succedere senza conseguenze. Invece si alza e va verso la porta. Nota che Simone ha ancora la punta delle orecchie rossa per l’imbarazzo, fa finta di niente. Lo tira per la manica, Simone gli punta gli occhi addosso.
“Dai idiota, famoce ‘n tiro,” dice, ed esce senza aspettare risposta.
Simone si alza e lo segue.
* * *
4.
Il dolore alle ossa che prova per aver passato la notte sulle sedie scomode di una sala d’attesa d’ospedale, in mezzo a parenti agitati e l’odore del disinfettante, è niente in confronto al dolore sordo e costante che prova nel petto vedendo Simone su quel letto, la testa fasciata, il collare, le flebo. Ogni respiro gli fa male alle costole, e i polmoni sembrano non immagazzinare abbastanza aria, come se l’incidente l’avesse fatto lui. Lo stomaco gorgoglia senza sosta e gli viene da vomitare, come se quelle pillole le avesse ingoiate lui.
Dante è in quella stanza da ormai quindici minuti, e Manuel sa che non potrà entrare, sa che l’infermiera glielo impedirà, dicendo che Simone ha bisogno di riposo, che ammettere il padre è stato un caso eccezionale. Sa che solo i parenti possono entrare, ed è tentato di spacciarsi per il suo fidanzato, è tentato di urlare e prendere a calci i distributori automatici finché non gli fanno vedere come sta, finché non gli fanno prendere le sue mani e sentire il calore che emanano.
Però non lo farà. Non lo farà perché c’è sua madre che lo tranquillizza accarezzandogli la schiena con movimenti circolari, non lo farà perché forse Simone neanche vuole vederlo.
E così quando Dante torna in sala d’aspetto, la faccia stanca e gli occhi arrossati, Manuel non può fare a meno di tempestarlo di domande. Come sta Simone, ha parlato, quando uscirà, potrò vederlo?
Anita lo fulmina con lo sguardo e sta per scusarsi a nome suo, ma Dante gli sorride e, inaspettatamente, lo abbraccia, ringraziandolo di aver aiutato Simone, di essere sempre presente. Lo ringrazia ancora e ancora, e Manuel pensa di non meritarselo perché lui a Simone ha causato solo danni, però ricambia l’abbraccio, ed è una situazione assurda e a tratti imbarazzante, ma è confortante come lo sono le carezze della madre.
Quando si staccano si scambiano un sorriso impacciato, poi si dirigono verso l’uscita dell’ospedale. Dante e Anita parlano sottovoce, pieni di sonno e compassione reciproca, mentre Manuel è perso in pensieri che non saprebbe esprimere a parole.
Torna in ospedale solo qualche giorno dopo, quando la madre gli dice che Simone può finalmente ricevere visite. Cerca di non superare i limiti di velocità con la moto, ma l’adrenalina che sente in corpo lo rende difficile e lo spinge ad accelerare, a fare in fretta. Non ha pensato a cosa gli dirà quando lo vedrà, non sa se potrà abbracciarlo o toccarlo, o se Simone gli chiederà di andarsene.
L’ansia inizia a ballargli nella pancia quando, dopo aver parcheggiato, rimane cinque minuti fuori dall’edificio dell’ospedale, fissando la gente che entra e che esce. Gioca con le fibbie del casco e rischia quasi di romperle, quando un infermiere che spinge una carrozzina vuota gli chiede se ha bisogno di qualcosa. Manuel annuisce incerto, gli dice che è lì per una visita, e l’infermiere lo accompagna dentro con un sorriso cordiale che Manuel non riesce a ricambiare.
Si guarda attorno come se non avesse mai visto un ospedale, come quando a quattro anni ha passato la notte in una stanzetta proprio lì, accanto ad un bambino circondato da dottori allarmati.
Quando lo fanno entrare in camera di Simone, Manuel tira un sospiro di sollievo notando che non ha più il collare ed è seduto contro la testata del letto. Sembra quasi stare bene, a parte il braccio ingessato e il viso contuso.
“Ehi,” dice piano fermo sulla porta, come se Simone fosse un cerbiatto spaventato, come se avvicinarsi troppo potesse allarmarlo e farlo correre via.
“Ciao,” risponde Simone, la voce un po’ roca.
Manuel cammina esitante intorno al letto, guardando ovunque meno che Simone. Sente il suo sguardo addosso, i suoi occhi che, nonostante tutto, non hanno perso la loro lucentezza, e che lo scrutano come una preda scruta il suo cacciatore, guardinghi, un po’ curiosi.
“Ciao,” dice ancora Manuel, e sente la sua voce farsi sottile, come un sussurro, come se Simone fosse fatto di vetro e Manuel avesse paura di romperlo con un acuto.
“Ciao,” ripete Simone, e sta sorridendo, prendendolo in giro. “Ti vuoi sedere o vuoi esaminare il pavimento dell’ospedale ancora per molto?”
Manuel si siede, appoggia i gomiti sul letto chinandosi in avanti, sotto lo sguardo morbido di Simone, e all’improvviso è come se tutta la tensione fosse sparita, sostituita da quell’aria giocosa che aleggia sempre tra di loro.
“Come te pare, Bambi,” borbotta Manuel fingendosi disinteressato, e gli lancia uno sguardo mentre il cuore sembra scoppiargli nel petto.
“Bambi?” ripete Simone sghignazzando, e Manuel è sicuro di essere arrossito.
“Che c’è, nun te posso chiama’ come me pare?” risponde stizzito, e Simone scrolla le spalle.
“Ma perché Bambi?” chiede, e lo guarda ancora con quegli occhi che lo fanno diventare matto.
“Perché me guardi sempre così.”
“Così come?”
“Così, come stai facendo mo,” dice Manuel indicandolo con un cenno del capo. “C’hai ‘sti occhi enormi e pari un cerbiatto.”
“Non capisco se sia un complimento,” dice Simone ridendo, e Manuel non sa che rispondere.
“Va beh Simo’, è solo un nome.”
Simone annuisce. “Chiamami Bambi allora. È carino.”
Manuel deglutisce. Allunga le dita per giocherellare con il camice che indossa Simone, accarezza la stoffa leggera.
“Nun c’hai freddo co’ ‘sta roba addosso?” chiede.
Simone fa spallucce senza rispondere. Continua a guardare Manuel, il modo in cui la luce dalla finestra sembra colorargli i capelli d’oro e la pelle come il miele, ricordandogli quel sapore dolce che gli sembra ancora di sentire sulle labbra secche. Scuote la testa come per cancellare il ricordo dalla mente, ma sa che non andrà mai via, impresso a fuoco sulle pareti della calotta cranica.
Forse mi sento davvero un po’ perso come Bambi, pensa Simone con un sorriso.
“Mi manchi,” dice poi Manuel con un sospiro, disegnando figure invisibili sul camice, e Simone smette di sorridere, colto alla sprovvista.
“Cioè, me manca averti in classe,” continua Manuel. “Me manca veni’ a casa tua, me manca trovarti nel mio garage, me manca cazzeggia’ co’ te.”
“Non sono mica morto,” dice Simone, e Manuel alza gli occhi al cielo.
“Sì, va beh, ce mancava solo quello, Simo’. Sei ‘n cojone, altro che Bambi. Bambi almeno nun se schianta contro casa mia.”
“Questo perché Bambi non esiste,” puntualizza Simone.
“Ce sarà un cerbiatto de nome Bambi da qualche parte.”
“Non ci sono cerbiatti in centro a Roma.”
“Va beh, Simo’, che dito in culo che sei,” dice Manuel, ma non è davvero irritato.
Per una volta, tutta la rabbia che ha sempre sentito in un angolo di sé viene sostituita da qualcosa di più caldo, più morbido, qualcosa che è più più più e che è sempre stato lì, insieme all’elefante nella stanza e a tutto lo zoo che Manuel sente scalpicciare dentro di sé.
Si sorridono, parlano di tutto e di niente, di quello che è successo a scuola nell’ultima settimana, di quello che succederà nelle prossime. Chiacchierano spensierati come non facevano da tempo, e se Manuel continua a chiamarlo Bambi per il resto della giornata, beh, sono affari suoi. E dell’infermiere che ogni tanto entra nella stanza per controllare che sia tutto a posto, lanciando loro occhiate d’intesa.
* * *
+ 1
Roma d’estate è soleggiata e afosa. I vestiti si appiccicano alla pelle per il sudore, e anche all’ombra il caldo non dà tregua. Le temperature aumentano ogni anno, dando a Manuel l’impressione di vivere all’interno del Vesuvio, chi se ne frega se è in Campania.
Non prende neanche in considerazione l’idea di mettersi a fare i compiti, tantomeno di uscire di casa per bighellonare in quelle strade roventi dove ad agosto non circola nessuno.
Manuel ama l’estate, ama abbronzarsi, ama non dover pensare alla scuola – non che durante l’anno ci pensi più di tanto, in realtà – ama prendere la moto e fare una gita al mare solo perché gli va. Odia prendere il sole, però. Odia il fatto che la sua pelle si riempia di lentiggini, che i capelli si schiariscano, prendendo delle sfumature biondastre che detesta.
Odia aver passato due settimane senza Simone, che era in vacanza con i nonni materni da qualche parte nelle Marche. Manuel non saprebbe neanche indicarle su una cartina geografica, le Marche. Le confonde sempre con l’Abruzzo, sarà che sono vicini.
Il fatto che Manuel non abbia legato particolarmente con gli altri compagni di classe, poi, fa sì che nessuno gli chieda mai di fare un giro. Prima c’era Chicca, ma nell’ultimo periodo ha conosciuto una ragazza, una certa Rachele, e sono diventate inseparabili. Non saprebbe dire cosa ci sia sotto, ammesso che ci sia sotto qualcosa, e un po’ lo intristisce il pensiero che anche la sua ragazza sia riuscita ad andare avanti, mentre lui rimane fermo al punto di partenza.
Il fatto è che da quando Manuel ha capito di essere bisessuale – perché sì, dannazione, i maschi gli piacciono tanto quanto le ragazze, Simone gli piace, e al diavolo tutti i cantieri di tutta Roma – non fa altro che domandarsi se qualcuno abbia provato le sue stesse emozioni, i suoi stessi dubbi, la sua confusione.
Forse è un pensiero stupido, ma sente il bisogno di trovare conforto e comprensione in una persona che possa capirlo davvero, in ogni sua sfumatura. Quindi non sa se Chicca sia bisessuale, se Rachele sia un’amica come Luna o qualcosa di più, ma Manuel vorrebbe solamente non sentirsi l’unico al mondo ad aver passato quello che sta passando. E certo, sa di non esserlo, diamine, il mondo è pieno di persone bisessuali. Ma non nella sua classe. Forse neanche nella sua scuola, nel suo quartiere, forse nessuno in tutta Roma ha passato quello che ha passato Manuel Ferro, con tutti quei fili di pensieri ingrovigliati nella testa, quelle matasse inestricabili che forse, finalmente, è riuscito a dipanare.
Testimone dei suoi dissidi interiori unicamente quel dannato elefante che lo assilla, un po’ come la coscienza a forma di armadillo di Zerocalcare.
Ma Simone sta tornando a Roma e Manuel non ha tempo di pensare a elefanti o armadilli. Gli ha mandato un messaggio un’ora prima chiedendogli di vedersi non appena avesse messo piede sul suolo laziale, anche se forse sarà stanco per il viaggio, anche se forse avrà solo voglia di buttarsi sul letto.
Solo se mi aiuti a disfare la valigia, aveva risposto Simone, e Manuel aveva accettato, nonostante sia sempre stato una frana a piegare i vestiti.
Quando Simone gli scrive che può raggiungerlo alla villa, Manuel non se lo fa ripetere due volte e si precipita a prendere la moto. Il casco lo fa sudare il triplo, e l’aria che gli sferza il viso mentre sfreccia per strada è soffocante. Arrivato a casa di Simone, avrebbe bisogno di almeno tre docce per riprendersi.
“Cristo, sei tutto sudato,” esclama Simone appena lo vede.
“Vacci te in giro col casco co’ 40 gradi,” ribatte Manuel.
Non si abbracciano, a malapena si sfiorano. Ma sono di nuovo insieme, con il loro continuo battibeccare, con i loro scherzi e le loro battute, e Manuel si sente di nuovo a posto. Simone si sente di nuovo a posto.
“Dio, sono esausto,” sospira Simone sdraiandosi sul letto, la valigia ancora chiusa accanto alla porta.
Manuel si siede ai piedi del letto, finché non sente Simone spingerlo via.
“Levati, mi bagni le lenzuola de sudore.”
“Ma vaffanculo,” sbotta Manuel ridendo, ma si alza comunque.
Simone chiude gli occhi assaporando quell’attimo di calma, e per un attimo il mondo sembra fermo.
Manuel si toglie le scarpe silenziosamente e, con un ghigno, si lancia contro Simone, saltando sul letto e trattenendogli i polsi con le mani. Alla faccia del mondo fermo e calmo.
“Ma che cazzo fai?!” urla Simone, preso alla sprovvista, mentre cerca di togliersi Manuel di dosso.
“Che c’è, c’hai paura che te bagni il letto de sudore?” lo prende il giro l’altro.
“Guarda che sono più forte io di te,” ribatte Simone.
“Allora perché non me fai sposta’?”
Simone non risponde, arrossisce. Manuel guarda il sangue affluire al suo viso, guarda come gli dipinge delicatamente le gote e il collo di rosso, rendendogli le orecchie scarlatte. Allenta la presa sui suoi polsi, e il sorriso arrogante che regnava sul suo volto si tramuta in un’espressione di trasognata sorpresa.
“Te non vuoi che me sposti,” sussurra Manuel, e sembra di essere in uno di quei film dei primi anni 2000, pieni di cliché e vestiti orribili.
“Va beh, mo ti puoi anche levare,” borbotta Simone, il volto in fiamme, dandogli una spinta.
Manuel barcolla all’indietro, atterra sul letto e non si muove. Rimane a fissare Simone con quell’espressione indecifrabile, e Simone sente la calma e la pace che caratterizzavano quel pomeriggio frantumarsi.
Nessuno dei due dice niente, e l’aria nella stanza è pesante, troppo poca, consumata dall’elefante che li accompagna in ogni loro giornata.
“Pure quando sei triste, c’hai sempre quegli occhi da Bambi,” dice Manuel scuotendo la testa incredulo, e Simone pensa alla prima volta che si sono visti, alla voglia che aveva di tirargli un pugno. Lo farebbe volentieri anche adesso.
“Era il mio cartone preferito,” mormora Simone, e Manuel sorride.
“Il mio era il Re Leone.”
Simone gli lancia un’occhiata. “Effettivamente sembri un po’ un leone con quei capelli là.”
“Ma pensa ai tuoi!” ribatte Manuel.
“Che c'hanno i miei che non va?”
Manuel alza gli occhi al cielo. “Cristo, Simo’. Me vuoi bacia’ o devo fa’ tutto io?”
Simone lo guarda imbambolato, convinto di aver capito male. Gli occhi di Manuel sono fissi nei suoi, in attesa. Poi Manuel allunga le braccia, lo afferra per la collottola, e Simone non può fare altro che emettere un suono strozzato e lasciarsi andare.
Le labbra di Manuel sanno di sale e qualcosa di pungente che assomiglia terribilmente al fumo, e si muovono contro le sue come se fosse un’azione abituale, come se avessero sempre saputo come fare, mentre l’accenno di barba di Manuel gli brucia contro il mento.
Le mani calde di Simone gli accarezzano i fianchi con dolcezza, e un sospiro lascia le labbra di Manuel, che lo stringe a sé in una presa incandescente, e Simone sente solo fuoco attorno a sé. Sente il suo calore nella lingua che sfiora la sua, nelle mani bollenti che circondano la sua vita, e pensa che Roma ad agosto sia una bazzecola rispetto a questo.
Pensa che non vorrebbe che finisse mai, pensa che farebbe volentieri a meno dell’ossigeno pur di continuare a sentire i polmoni bruciare mentre Manuel fa incastrare le loro labbra in un perfetto meccanismo che ruota e ruota e ruota, bloccando il tempo attorno a loro, lasciando che solo i loro respiri affannati e l’umidità del loro bacio esistano in quel pomeriggio assolato.
Simone si sente inebetito, affonda le dita nei ricci di Manuel, e l’umidità del sudore lo riporta alla realtà, a quella calda giornata di agosto, alla valigia che aspetta di essere disfatta.
Lo allontana con delicatezza, lasciando che il respiro di Manuel gli solletichi le labbra. “Amore, vacci piano,” bisbiglia.
“Come m’hai chiamato?” chiede Manuel frastornato.
“Amore,” ripete Simone imbarazzato.
“Dillo de nuovo.”
“Amore.”
Manuel sorride, gli occhi socchiusi ancora immersi nel bacio. L’elefante non c’è più, e al suo posto figura una porta aperta su un mondo nuovo e da scoprire, che con Simone accanto non gli fa più tanta paura. Gli stringe la mano, intrecciando le dita.
Il suo cuore perde un battito.
E amore fu.
skam italia (2018) // un professore (2021)
UN PROFESSORE 1x10 “Schopenhauer”
Cos'è la bellezza?
Io non lo so
Ma so che in queste foto la vedi due volte
💛💙
Devo smettere di fumare
Avrò smesso cento volte
E pure di guardarti, di guardarti così forte
Tu dici che mi fa male, ma non ti frega niente
È la verità
Devo smettere di parlare, che ho bevuto troppo
Ma siamo tutti un po' ubriachi di qualcosa o di qualcuno
Ma sì, lasciamo stare, che un regalo che nessuno vuole
È la verità
Dimmi che mi vuoi bene
Anche se non ci credi
Dimmi che mi vuoi bene finché resto ancora in piedi
Dimmi che vuoi partire
Prestami dei ricordi
Dimmi che mi vuoi bene sempre più di tutti gli altri
Non siamo mica stelle cadenti
Se potessimo iniziare le storie all'incontrario
Così verso la fine potersi vivere l'inizio
Non questo schifo di dolore, che tu dici non è niente
E che passerà
Dimmi che mi vuoi bene
Anche se non ci credi
Dimmi che mi vuoi bene finché resto ancora in piedi
Dimmi che vuoi partire
Prestami dei ricordi
Dimmi che mi vuoi bene sempre più di tutti gli altri
Non siamo mica stelle cadenti
Ho voglia di cantare
Ho voglia di fare tardi
Se poi mi sento solo, svegliare tutti quanti
Sentire te che ridi di me che parlo come fossi Dio
Ma sono solo io, solo io
Dimmi che mi vuoi bene, anche se non mi vedi
Dimmi che mi vuoi bene finché sono ancora in piedi
E prima di partire, prenditi i miei ricordi
Che io ti voglio bene sempre più di tutti gli altri
Non siamo mica stelle cadenti
Ma sì, lasciamo stare
Arrivederci

Anya is live and ready to show you everything. Watch her strip, dance, and perform exclusive shows just for you. Interact in real-time and make your fantasies come true.
Free to watch • No registration required • HD streaming
-403 days <3
Grande successo ieri di Ermal al Festival di Sanremo, attendo con ansia la cover di stasera