A Maurizio non veniva così facile dire «noi», perché non c’è plurale nel mondo di un figlio unico, educato dalla solitudine a diventare per sempre l’unica misura di sé stesso. A Crabas col «noi», invece, bisognava farci i conti, perché i suoi nonni, i vicini di casa dei nonni, i loro figli e i bambini dei loro figli parlavano tutti di sé al plurale con la ronzante fluidità di uno sciame d’api intorno all’alveare.
«Come siamo diventati grandi!» diceva per esempio l’amica di sua nonna, signora Anna Maria, facendolo arrossire di vergogna mentre gli accarezzava la testa come si fa con i cani.
Eppure, per quel che Maurizio poteva ricordare, la donna era grande tale e quale all’anno prima. Solo lui era cresciuto nel frattempo.
«Mi raccomando Mauri, comportiamoci bene e stiamo attenti», gli intimava nonno Giacomo quando lo vedeva andare ai bordi dello stagno con gli altri ragazzi a mettere le trappole per gli uccelli. Maurizio aveva capito da tempo che quel plurale non implicava che suo nonno sarebbe venuto con lui a invischiare le canne sulla riva.
Ma era soprattutto dagli altri ragazzi che Maurizio sentiva usare il noi con quell’accezione densa, piena di respiri comuni.
«Non ci diamo proprio per vinti, eh?» gli aveva detto una volta Giulio, il figlio del vigile urbano, mentre lo guardava con la fionda stretta tra le mani prendere per l’ennesima volta la mira sulla lattina vuota poggiata in piedi sull’argine dello stagno, proprio dietro alla chiesa di
Santa Maria.
Maurizio aveva distratto gli occhi dal bersaglio e aveva fissato il ragazzo più grande per qualche istante, come se anche la risposta richiedesse una buona dose di mira. A diventare amico di Giulio ci aveva messo più di dieci giorni, e ora rischiava di giocarsi tutto in un
istante. Con il cuore che gli batteva forte dalla paura di sbagliare, aveva mormorato spavaldo: «Non siamo mica gente che si arrende, noi». Giulio a quel punto gli aveva sorriso e poi il sasso lanciato dalla fionda era andato dritto sulla lattina, facendola cadere giù dal costone
dell’argine con un suono acuto e pieno di riverberi. Il ragazzo più grande aveva mormorato un’imprecazione passandosi una mano nei capelli scuri con un gesto incredulo, poi lo aveva applaudito forte.
Era stato in quel momento che Maurizio aveva smesso di chiedersi cosa volesse dire «noi» a Crabas. Non era un pronome come negli altri posti, ma la cittadinanza di una patria tacita dove tutto il tempo condiviso si declinava così, al presente plurale.