A volte penso di essere rotta. Non è una sensazione costante, è più un andirivieni. A volte mi fermo a pensare a ciò che sono, a come sono, dove sono, cosa faccio e tutto ciò che mi viene in mente è l’immagine di una bambola di porcellana rotta che si è provato a rimettere assieme. E nella maggior parte dei casi i pezzi combaciano alla perfezione, sembrerebbe quasi che non si siano mai rotti, ma io li sento, quelli che non combaciano. A volte, se mi muovo troppo bruscamente o rimango ferma troppo a lungo, posso sentirli. Li avverto stridere l’uno contro l’altro nel tentativo di incastrarsi nuovamente e non riuscirci, perché i bordi sono ormai frastagliati e ci sono piccoli pezzi, quasi invisibili, che non si sa dove siano finiti. È come se se li fossero portati via. O forse non ci sono mai stati? Non è mai facile per me dirlo. Non ricordo un tempo in cui non mi sia sentita così. Forse sono semplicemente nata in questo modo, fallata, imperfetta. Forse sono nata per sentire questi piccoli vuoti. Forse sono destinata a sentirli per sempre. A volte questi vuoti sono così grandi che sembrano inghiottire tutto ciò che li contorna - è come se non ci fosse più nulla. Vedo, tocco, faccio cose, ma senza un vero scopo e senza percepirle o realizzarle del tutto. A volte, invece, questi vuoti sembrano di riempirsi di un qualcosa di intoccabile, impercettibile, e quando succede lo sento. È come se mi circondasse e mi si avviluppasse attorno come le spire di un serpente. A volte è come annegare. Dopo un po’ però respirare torna semplice e l’istinto di piangere sparisce. In quei momenti mi chiedo perché io abbia in primo luogo l’istinto di piangere e mi viene spontaneo sminuire ogni cosa. Anche sminuire me. Ma quando tutto torna, è un’onda che abbatte la porta e ti trascina via senza che tu possa neanche protestare. Perché improvvisamente sei sott’acqua.














