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"Non siate tristi per ne me quando non sentite la mia voce in casa, la nostra vita non è nelle nostre stanze..."
Mine Vaganti
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Quando scrivi invece di parlare, tutto è più vero.
Sono passate le undici di sera da soli tre minuti. Sto raccogliendo le idee nella testa; mi piacerebbe dare un bel inizio alla mia "opera". Si, mi piacerebbe. Ma non ricordo come sia iniziata. La padrona di casa continua a mandarmi messaggi via internet (lei è seduta sul divano a nemmeno due metri da me). Crede di essere simpatica. Colpa mia che parlo poco di ciò che mi da fastidio. Continuando, non ricordo come sia iniziata, anche perché non lo ricorda nessuno. Dell'infanzia restano solo alcuni flashback e niente più. A volte sono ricordi nitidi, altre volte sono ombrati, altre volte sono felici ed altre volte ancora sono tristi. Ricordo mi nonna Rosa che mi imboccava sull'altalena di casa sua. Io ridevo e ricordo il suo sorriso: uguale a quello di mio padre. Gli occhi verdi della nonna sono indelebili. Ricordo quando con la mano si spostava i capelli biondi per asciugare la fronte sudata e ricordo come sorridesse sempre. Mia madre mi ha raccontato della sua indole gentile e della sua ossessione: la cucina. Mamma dice che le sue montanare sono le migliori al mondo. Lei dice che la nonna le ha insegnato tanto. Lo dice con il sorriso negli occhi. Lo dice con il cuore. Un altro ricordo è a Positano. Io e mio fratello stiamo camminando sul pontile con il nonno, il padre di mia madre. Ha ancora i capelli castani nella mia mente. Ci prende per mano e ci fa salire sulla barca. Arriviamo alla "spiaggetta delle sirene" e appena scesi il nonno ci fa salire su uno scoglio. Mi sembra quasi di sentirgli dire, in napoletano stretto, "ragazzi questa è la piscina che vi ho fatto fare io". Come eravamo felici. E lui amava sentirci ridere. Spesso le persone le scopri con il passare del tempo. Io ho analizzato i miei familiari senza preconcetti. Sono i miei occhi che guardano ed è la mia mente che giudica. Il padre di mio padre non è mai stato legato né a me né a mio fratello. Cosa che è molto strana se si considera che nonna Rosa ci adorava. Ricordo che la sorella di papà una volta mi buttò tutta la roba intima perché secondo lei occupava spazio nell'armadio dei suoi. Dormivo spesso accanto alla nonna, il lato sinistro del letto era mio e suo. Era il nostro piccolo spazio. Il fratello di mio padre, da quello che mi hanno detto, soffriva di forte gelosia verso papà. Era, e forse tutt'ora è, un tossicodipendente. A lui tutta la mia pena. Mi hanno detto che quando celebrammo il battesimo, lui che era in comunità non volle uscire per venire a festeggiare perché ammise di essere geloso di due bambini, anzi neonati di sei mesi. Non amo parlare della famiglia di mio padre, come tuttavia non amo parlare della famiglia di mia madre. Eccetto qualche episodio. Amo parlare della mia: mia madre, mio padre e mio fratello. Mia madre è nata in agosto. In piena estate. Ecco perché è una persona solare. Amavo passare i pomeriggi dopo la scuola sul terrazzo con lei a prendere il sole. Quanti discorsi e quante litigate. Sebbene sia una donna cortese ed amabile sa tirare fuori le unghie. È una donna forte. Forti sono le emozioni che ti trasmette. Lei irrompe in una stanza. Non con i modi, con la sua personalità. State certi, se mia madre entra in una stanza, tutti si voltano a guardarla. Mamma è la figlia del nonno di prima, quello di Positano. Il nonno (non uso il suo nome, Ciro, perché quando dico nonno mi riferisco solo e solamente a lui) è stato un bravissimo mastro vetraio. Ha lavorato da quando aveva otto anni. Lui dice sempre, nel suo amato napoletano, "ricordo tutte le mazzate che mi dava mio padre quando andavo a vedere come lavorava. Ero piccolo, troppo, per quel lavoro. Ma amavo vedere come si creassero cose dal vetro". Il nonno, con la sua fisionomia altera e severa, ha un animo poetico. Mi racconta sempre di come durante il dopo guerra cercasse le "molliche" di pane e di come piangesse per averne di più. Tutt'oggi prima di posare il pane nel cassetto, lui con un gesto quasi invisibile ad occhio umano, lo bacia frettolosamente. Forse verso i vent'anni sposa mia nonna Carmela. Dico forse, perché non conosco l'anno esatto del loro matrimonio. Una coppia più napoletana di questa, sfido io a trovarla. La nonna Carmela è la prima di sei sorelle. Il padre, nonno Gennaro, era pazzo. Pover'uomo, vivere in una casa di donne non sarà stata un'impresa facile. La nonna fu cresciuta da una sua zia; visse la sua infanzia nel lusso. Mia madre mi ha raccontato di come lei ostentasse la sua ricchezza davanti ai meno ambienti. Non so se lo facesse con cattiveria. Non la vedo una persona così scaltra. Il nonno non le ha mai fatto mancare niente. Ha ristrutturato casa ben cinque volte. Tutti noi pensiamo che avesse potuto costruire un palazzo a tutta la famiglia. Mia madre è la figlia più grande. Poi dopo di lei c'è zia Pina, zio Luigi e, infine, zio Maurizio. Mamma ricorda di come le abbiano tagliato i capelli corti come un maschietto perché avendone radi, pensavano di rafforzare le radici. Ho visto una sua foto dell'epoca. Lei dice di essere inguardabile. Io sostengo il contrario. I nonni sono stati fantastici con me e mio fratello ma non sono stati due ottimi genitori. Li definirei "sussitenziali". Il nonno è il tipico uomo del sud. Non si possono certo aspettare da lui baci e carezze. La nonna la definirei distratta. Non fredda. Ma assorta in tutt'altri pensieri. Povera mamma, era grassottella, coi capelli corti, timida e senza sicurezza. Quando incontrò papà perse la testa. E certo, papà aveva lo stesso sorriso contagioso di sua madre, un caschetto stile anni '80 ed una personalità brillante. Papà dice che la mamma è stata il suo unico amore. Mamma dice che non è mai riuscita a toglierselo dalla testa. Nemmeno quando papà fu arrestato e finì in galera, riuscì a dimenticarlo. Faceva gli "scippi", traduco per chi non conoscesse il vocabolo, in italiano: era un borseggiatore. Aveva solo quindici anni. Ed aveva il mio stesso animo gentile, che però nascondeva sotto un'aria da rivoluzionario. Io lo conosco bene mio padre. Siamo molto simili. Se penso a lui e guardo dentro me stesso vedo le nostre similitudini. Ho deciso di smettere di fumare, ma già rimpiango le nottate stesi sul divano nel salone a fumare e a guardare film di terrore. Quante volte lo svegliavo perché si addormentava nel bel mezzo della pellicola russando e non facendomi capire niente. Papà ha fatto spesso uso di droghe. Ha giurato a mia madre per tre volte di smettere. Per due non ci è riuscito. Cattiva generazione degli anni ottanta! La terza volta che ha giurato ha mantenuto la parola. Questo è stato l'anno più pesante della mia vita. È iniziato male ma sembra andare meglio. Quest'anno mio zio ci ha messo al correnti della dipendenza di mio padre. Ricordo che disse che potevamo anche cacciarlo di casa. Che non avevamo bisogno di un uomo del genere. C'era lui per noi. Mai parole furono più false. Mio zio scomparve appena uscito dalla porta di casa. Dice che noi abbiamo scelto mio padre al suo posto. Ad onor del vero, un padre è sempre un padre. E mio padre meritava di essere scelto; è sempre stato presente, attento, affettuoso. Devo essere sincero, ho odiato mio padre, all'inizio. Non capivo come avesse potuto mettere la sua dipendenza davanti a noi, la sua famiglia. Mi aveva derubato di ciò che amavo di più al mondo: la mia idea di unità familiare. Poi ho capito: papà è una persona molto sensibile. Dopo aver chiuso tre negozi ed un ristorante si sentiva un debole, un reietto. A volte si ha bisogno solo di evadere, di essere al di fuori di tutto. Papà ha quasi finito la riabilitazione. Io gli sistemavo le bottigliette con il metadone nello scaffale in alto a destra. Le contavo ogni giorno. È il mio modo di aiutarlo. È il mio modo per avere la situazione in mano. Questo è il suo ultimo mese. Mi rattristo al solo pensiero che io non ci sarò a concludere questo percorso. Ma lui sa che io sono con lui.
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La Sagrada en 3D #TagsForLikes #TFLers #tweegram #photooftheday #instamood #iphonesia #tbt #igers #picofhtheday #instadaily #instagramhub #beautiful #iphoneonly #instagood #bestoftheday #jj #picstitch #follow #webstagram #nofilter
[28] "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. [29] Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. [30] Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero".
Canto XXVII, dove tratta d’una visione che apparve a Dante in sogno, e come pervennero a la sommità del monte ed entraro nel Paradiso Terrestre chiamato paradiso delitiarum. Sì come quando i primi raggi vibra là dove il suo fattor lo sangue sparse, cadendo Ibero sotto l’alta Libra, 3 e l’onde in Gange da nona rïarse, sì stava il sole; onde ’l giorno sen giva, come l’angel di Dio lieto ci apparse. 6 Fuor de la fiamma stava in su la riva, e cantava ’Beati mundo corde!’ in voce assai più che la nostra viva. 9 Poscia "Più non si va, se pria non morde, anime sante, il foco: intrate in esso, e al cantar di là non siate sorde", 12 ci disse come noi li fummo presso; per ch’io divenni tal, quando lo ’ntesi, qual è colui che ne la fossa è messo. 15 In su le man commesse mi protesi, guardando il foco e imaginando forte umani corpi già veduti accesi. 18 Volsersi verso me le buone scorte; e Virgilio mi disse: "Figliuol mio, qui può esser tormento, ma non morte. 21 Ricorditi, ricorditi! E se io sovresso Gerïon ti guidai salvo, che farò ora presso più a Dio? 24 Credi per certo che se dentro a l’alvo di questa fiamma stessi ben mille anni, non ti potrebbe far d’un capel calvo. 27 E se tu forse credi ch’io t’inganni, fatti ver’ lei, e fatti far credenza con le tue mani al lembo d’i tuoi panni. 30 Pon giù omai, pon giù ogne temenza; volgiti in qua e vieni: entra sicuro!". E io pur fermo e contra coscïenza. 33 Quando mi vide star pur fermo e duro, turbato un poco disse: "Or vedi, figlio: tra Bëatrice e te è questo muro". 36 Come al nome di Tisbe aperse il ciglio Piramo in su la morte, e riguardolla, allor che ’l gelso diventò vermiglio; 39 così, la mia durezza fatta solla, mi volsi al savio duca, udendo il nome che ne la mente sempre mi rampolla. 42 Ond’ei crollò la fronte e disse: "Come! volenci star di qua?"; indi sorrise come al fanciul si fa ch’è vinto al pome. 45 Poi dentro al foco innanzi mi si mise, pregando Stazio che venisse retro, che pria per lunga strada ci divise. 48 Sì com’ fui dentro, in un bogliente vetro gittato mi sarei per rinfrescarmi, tant’era ivi lo ’ncendio sanza metro. 51 Lo dolce padre mio, per confortarmi, pur di Beatrice ragionando andava, dicendo: "Li occhi suoi già veder parmi". 54 Guidavaci una voce che cantava di là; e noi, attenti pur a lei, venimmo fuor là ove si montava. 57 ’Venite, benedicti Patris mei’, sonò dentro a un lume che lì era, tal che mi vinse e guardar nol potei. 60 "Lo sol sen va", soggiunse, "e vien la sera; non v’arrestate, ma studiate il passo, mentre che l’occidente non si annera". 63 Dritta salia la via per entro ’l sasso verso tal parte ch’io toglieva i raggi dinanzi a me del sol ch’era già basso. 66 E di pochi scaglion levammo i saggi, che ’l sol corcar, per l’ombra che si spense, sentimmo dietro e io e li miei saggi. 69 E pria che ’n tutte le sue parti immense fosse orizzonte fatto d’uno aspetto, e notte avesse tutte sue dispense, 72 ciascun di noi d’un grado fece letto; ché la natura del monte ci affranse la possa del salir più e ’l diletto. 75 Quali si stanno ruminando manse le capre, state rapide e proterve sovra le cime avante che sien pranse, 78 tacite a l’ombra, mentre che ’l sol ferve, guardate dal pastor, che ’n su la verga poggiato s’è e lor di posa serve; 81 e quale il mandrïan che fori alberga, lungo il pecuglio suo queto pernotta, guardando perché fiera non lo sperga; 84 tali eravamo tutti e tre allotta, io come capra, ed ei come pastori, fasciati quinci e quindi d’alta grotta. 87 Poco parer potea lì del di fori; ma, per quel poco, vedea io le stelle di lor solere e più chiare e maggiori. 90 Sì ruminando e sì mirando in quelle, mi prese il sonno; il sonno che sovente, anzi che ’l fatto sia, sa le novelle. 93 Ne l’ora, credo, che de l’orïente prima raggiò nel monte Citerea, che di foco d’amor par sempre ardente, 96 giovane e bella in sogno mi parea donna vedere andar per una landa cogliendo fiori; e cantando dicea: 99 "Sappia qualunque il mio nome dimanda ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno le belle mani a farmi una ghirlanda. 102 Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno; ma mia suora Rachel mai non si smaga dal suo miraglio, e siede tutto giorno. 105 Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga com’io de l’addornarmi con le mani; lei lo vedere, e me l’ovrare appaga". 108 E già per li splendori antelucani, che tanto a’ pellegrin surgon più grati, quanto, tornando, albergan men lontani, 111 le tenebre fuggian da tutti lati, e ’l sonno mio con esse; ond’io leva’ mi, veggendo i gran maestri già levati. 114 "Quel dolce pome che per tanti rami cercando va la cura de’ mortali, oggi porrà in pace le tue fami". 117 Virgilio inverso me queste cotali parole usò; e mai non furo strenne che fosser di piacere a queste iguali. 120 Tanto voler sopra voler mi venne de l’esser sù, ch’ad ogne passo poi al volo mi sentia crescer le penne. 123 Come la scala tutta sotto noi fu corsa e fummo in su ’l grado superno, in me ficcò Virgilio li occhi suoi, 126 e disse: "Il temporal foco e l’etterno veduto hai, figlio; e se’ venuto in parte dov’io per me più oltre non discerno. 129 Tratto t’ ho qui con ingegno e con arte; lo tuo piacere omai prendi per duce; fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. 132 Vedi lo sol che ’n fronte ti riluce; vedi l’erbette, i fiori e li arbuscelli che qui la terra sol da sé produce. 135 Mentre che vegnan lieti li occhi belli che, lagrimando, a te venir mi fenno, seder ti puoi e puoi andar tra elli. 138 Non aspettar mio dir più né mio cenno; libero, dritto e sano è tuo arbitrio, e fallo fora non fare a suo senno: 141 per ch’io te sovra te corono e mitrio".
Dante Alighieri; Canto XXVII. Purgatorio

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"L'Infinito"; Giacomo Leopardi
Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai, contemplando i deserti; indi ti posi. 5Ancor non sei tu paga di riandare i sempiterni calli? Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga di mirar queste valli? Somiglia alla tua vita 10la vita del pastore. Sorge in sul primo albore move la greggia oltre pel campo, e vede greggi, fontane ed erbe; poi stanco si riposa in su la sera: 15altro mai non ispera. Dimmi, o luna: a che vale al pastor la sua vita, la vostra vita a voi? dimmi: ove tende questo vagar mio breve, 20il tuo corso immortale? [p. 89] Vecchierel bianco, infermo, mezzo vestito e scalzo, con gravissimo fascio in su le spalle, per montagna e per valle, 25per sassi acuti, ed alta rena, e fratte, al vento, alla tempesta, e quando avvampa l’ora, e quando poi gela, corre via, corre, anela, varca torrenti e stagni, 30cade, risorge, e piú e piú s’affretta, senza posa o ristoro, lacero, sanguinoso; infin ch’arriva colá dove la via e dove il tanto affaticar fu vòlto: 35abisso orrido, immenso, ov’ei precipitando, il tutto obblia. Vergine luna, tale è la vita mortale. Nasce l’uomo a fatica, 40ed è rischio di morte il nascimento. Prova pena e tormento per prima cosa; e in sul principio stesso la madre e il genitore il prende a consolar dell’esser nato. 45Poi che crescendo viene, l’uno e l’altro il sostiene, e via pur sempre con atti e con parole studiasi fargli core, e consolarlo dell’umano stato: 50altro ufficio piú grato non si fa da parenti alla lor prole. Ma perché dare al sole, perché reggere in vita chi poi di quella consolar convenga? 55Se la vita è sventura, [p. 90] perché da noi si dura? Intatta luna, tale è lo stato mortale. Ma tu mortal non sei, 60e forse del mio dir poco ti cale. Pur tu, solinga, eterna peregrina, che sí pensosa sei, tu forse intendi questo viver terreno, il patir nostro, il sospirar, che sia; 65che sia questo morir, questo supremo scolorar del sembiante, e perir della terra, e venir meno ad ogni usata, amante compagnia. E tu certo comprendi 70il perché delle cose, e vedi il frutto del mattin, della sera, del tacito, infinito andar del tempo. Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore rida la primavera, 75a chi giovi l’ardore, e che procacci il verno co’ suoi ghiacci. Mille cose sai tu, mille discopri, che son celate al semplice pastore. Spesso quand’io ti miro 80star cosí muta in sul deserto piano, che, in suo giro lontano, al ciel confina; ovver con la mia greggia seguirmi viaggiando a mano a mano; e quando miro in cielo arder le stelle; 85dico fra me pensando: — A che tante facelle? che fa l’aria infinita, e quel profondo infinito seren? che vuol dir questa solitudine immensa? ed io che sono? — 90Cosí meco ragiono: e della stanza [p. 91] smisurata e superba, e dell’innumerabile famiglia; poi di tanto adoprar, di tanti moti d’ogni celeste, ogni terrena cosa, 95girando senza posa, per tornar sempre lá donde son mosse; uso alcuno, alcun frutto indovinar non so. Ma tu per certo, giovinetta immortal, conosci il tutto. 100Questo io conosco e sento, che degli eterni giri, che dell’esser mio frale, qualche bene o contento avrá fors’altri; a me la vita è male. 105O greggia mia che posi, oh te beata, che la miseria tua, credo, non sai! Quanta invidia ti porto! Non sol perché d’affanno quasi libera vai; 110ch’ogni stento, ogni danno, ogni estremo timor subito scordi; ma piú perché giammai tedio non provi. Quando tu siedi all’ombra, sovra l’erbe, tu se’ queta e contenta; 115e gran parte dell’anno senza noia consumi in quello stato. Ed io pur seggo sovra l’erbe, all’ombra, e un fastidio m’ingombra la mente; ed uno spron quasi mi punge 120sí che, sedendo, piú che mai son lunge da trovar pace o loco. E pur nulla non bramo, e non ho fino a qui cagion di pianto. Quel che tu goda o quanto, 125non so giá dir; ma fortunata sei. [p. 92] Ed io godo ancor poco, o greggia mia, né di ciò sol mi lagno. Se tu parlar sapessi, io chiederei: — Dimmi: perché giacendo 130a bell’agio, ozioso, s’appaga ogni animale; me, s’io giaccio in riposo, il tedio assale? — Forse s’avess’io l’ale da volar su le nubi, 135e noverar le stelle ad una ad una, o come il tuono errar di giogo in giogo, piú felice sarei, dolce mia greggia, piú felice sarei, candida luna. O forse erra dal vero, 140mirando all’altrui sorte, il mio pensiero: forse in qual forma, in quale stato che sia, dentro covile o cuna, è funesto a chi nasce il dí natale.
Giacomo Leopardi; CANTO NOTTURNO DI UN PASTORE ERRANTE DELL’ASIA