Io sarò il tuo rito.Non ti amerò: ti officierò.
Davanti a me non sarai donna ma materia di sacramento carnale,consegnata al fuoco per essere guarita dal gelo antico che ti fu imposto.
Ti distenderò come un corpo destinato alla cerimonia —non per addolcirti, ma per istituire su di te una legge di piacere.
La lentezza sarà dogma: ogni gesto rimandato, ogni contatto trattenuto,perché il desiderio maturi fino a diventare necessità.
Sarò contro ogni astinenza morale,contro l’innocenza finta che è superbia della carne,contro la disciplina che amputò il sangue. Ti libererò per mezzo della febbre,non per mezzo della rinuncia.Ti terrò nel buio come in una navata capovolta dove il sacro non ascende ma discende, e fa della carne il suo altare rovesciato.
Lì il tuo corpo parlerà al posto tuo,con quel linguaggio di brividi e di tensioni che è più vero di qualunque parola.Non concederò compimento finché il tuo tremore non avrà cacciato ogni residuo di compostezza.
Ti manterrò nella soglia — il confine che lacera —dove l’anima, stretta alla sua radice animale,rinnega il pudore e chiede redenzione nel piacere.
E quando il tuo respiro cadrà dalla misura e la gola tradirà l’ultimo argine,io non placherò ma prolungherò: perché solo ciò che è portato oltre il sopportabile trasforma e non semplicemente consuma.
Ti avrò salva dopo l’incendio,non prima: perché chi non è passato per il fuoco non ha mai conosciuto se stesso.
Ho compreso da te che c’è una cura che non assolve ma brucia —e che proprio nel bruciare restituisce la vita senza più menzogna.














