are u scared of pain ?
@alevitale91
Il dolore è un'esperienza emozionale e, in quanto tale, ognuno di noi può viverla in modo diverso e con una intensità del tutto soggettiva. Eppure, per la maggior parte delle persone, quando i recettori mentali del dolore si accendono, la mente viene invasa da una sensazione di indicibile sofferenza. Quando ci assale la sensazione di dolore, la cosa che più vorremmo essere capaci di fare, è poter interrompere, spengere, disattivare quella terribile sofferenza. Ma il sistema di percezione del dolore della mente umana è sempre attivo, non esiste un modo per disattivarlo. Questa impossibilità di fermare il dolore, questa inabilità umana, genera un profondo rapporto conflittuale tra il sistema psichico e il meccanismo di identificazione dell'io mentale. Ecco perché quando proviamo dolore non vorremmo essere dentro la nostra testa e, pur di liberarci dal dolore, vorremmo smettere di esistere. Tuttavia l'identificazione con la nostra mente e il nostro corpo ci obbligano a vivere l'esperienza del dolore. A tal punto da diventare un tutt'uno con quella sensazione, completamente coinvolti e stravolti da quella emozione. Sin dalla primissima volta che scopriamo di non poter fermare il dolore, la prima sensazione che ci assale in risposta a questa frustrazione, è quella della rabbia. Da questo momento in poi, la rabbia ristagnerà in noi come una guerra in sospensione, intima e profonda, pronta a esplodere in qualsiasi momento. La prima vittima di questo stato di guerra è l'identificazione dell'io, il quale integra in sé l'idea di conflitto, il modello di contrapposizione ostile, come migliore risposta al dolore e a tutto ciò che minaccia di provocare dolore. In qualche modo la rabbia, l'odio, la violenza, sembrano lenire il dolore e la paura del dolore. A questo punto, tutto avviene come in una reazione a catena, il concetto di conflitto si diffonderà in ogni parte della personalità, contaminando di sé ogni azione, parola e pensiero. È così che rabbia e violenza sono divenute parte integrante della natura umana. La prima risposta al dolore è la rabbia che si prova per non poterlo evitare, ma questa rabbia è un'emozione che finisce con il sostituirsi al dolore e ad istallarsi per sempre in noi. La rabbia e tutte le sue derivazioni dirette e indirette, come l'odio, il rancore, il risentimento, l'astio, la violenza (quale espressione fisica della rabbia), fanno passare il dolore o, quantomeno, aiutano a dimenticarlo. Quando si vivono per lungo tempo esperienze di violenza e dolore, adottare la rabbia per placare le sofferenze, è una strategia emozionale che, prima o poi, matura spontaneamente. Si tratta di una sostituzione emozionale che, una volta appresa, difficilmente ci abbandona. In questo caso una rabbia di fondo e una violenza latente, rischiano di diventare comportamenti irreversibili. Si assume un modo di essere rabbioso a prescindere dal carattere degli eventi, e si fa ricorso alla violenza in modo arbitrario e irrazionale. Quando il dolore è solo minacciato, quando percepiamo il pericolo di subire una reale sofferenza emotiva, scatta la paura. In questo caso assegniamo alla paura il compito di sentinella, di sorvegliante delle minacce, per evitare di ritrovarci costretti a subire una sofferenza che non saremmo in grado di interrompere. Così come la rabbia è una risposta al dolore, la violenza è una reazione alla rabbia. La rabbia esige una rappresentazione, una esternazione che vuole lasciare il corpo nel quale è nata e nel quale si sente prigioniera. Se la rabbia, dunque, non trova sfogo e vive la mente come una prigione, precipita nel corpo e il suo unico modo di manifestarsi è con la violenza fisica. Violenza da scaricare su altri o su se stessi. Quando siamo sopraffatti dal dolore, sperimentiamo un senso di impotenza, una perdita di coscienza, una lipotimia (obnubilamento della coscienza) tale che solo un'altra emozione, pari o più intensa, può impedire. La rabbia è la prima e più istintiva risposta al dolore, ma non l'unica. Il dolore psichico che, ad esempio, proviamo quando perdiamo una persona cara, fa scattare in noi la ricerca disperata di una risposta che possa dare un senso alla nostra perdita e alla lacerante sofferenza interiore che l’accompagna. Il bisogno di dare un senso al dolore è un’altra reazione che erompe in noi, soprattutto in risposta ad un male provato nel piano psichico. È il tipo di risposta che può farci avvicinare ad esperienze spirituali, che può farci scoprire un rapporto più profondo con noi stessi, che può determinare trasformazioni radicali della nostra personalità e dello stile di vita che conduciamo. Un’altra risposta al dolore, che spesso si adotta quando non abbiamo la forza di esprimerlo, è quello di lasciarlo sedimentare in noi. Per quanto insopportabile possa sembrarci, anche un dolore, come qualsiasi altra emozione, ha bisogno di essere manifestato. Ed ogni volta che reagiamo tentando di soffocarlo o rifiutarlo, anziché abbandonarci, sprofonderà dentro di noi. Non è facile prevedere quando e come la sedimentazione di in dolore erutterà all’esterno della nostra personalità, ma possiamo essere certi che, quando accadrà, la sua forma espressiva sarà talmente mutata dal processo di sedimentazione, che non saremo più in grado di collegarlo all’evento originale. La metamorfosi ricorrente di un dolore sottoposto a sedimentazione è la nemesi. Nella mitologia greca, la dea Nemesi era ritenuta la dispensatrice della gioia o del dolore secondo una legge di armonia universale, per cui il bene doveva essere sempre compensato dal male in egual misura. Possiamo intendere una nemesi come un atto di giustizia o di compensazione biologica, in grado di riconvertire ogni emozione umana non espressa, pur di soddisfare l’idea di equità e giustizia innata in ognuno di noi. Una nemesi generata dalla sedimentazione di un dolore ripudiato, riemerge spesso in forme punitive, compresa quella di una malattia. Quando un dolore entra nella nostra vita, è fondamentale trovare il modo per farlo riuscire, esprimendolo, raccontandolo o rappresentandolo, il più velocemente e completamente possibile. Ma per difenderci dalla più infausta reazione che potremmo avere in risposta ad un dolore, cioè il senso di colpa, possiamo farlo solo imparando l’atto del perdono. Perdonare se stessi, naturalmente. Pino Perriello