Quando Stella Rovis ritornerà a Pola la prima volta dopo l’esodo, passerà e ripasserà davanti alle case dei suoi parenti senza entrare in nessuna. Sui molti motivi per entrare ne prevalse uno solo, contrario: non se la sentiva di aver a che fare con quella gente, raggelata e uccisa a poco a poco da quella città. Ma a mia nonna in osteria raccontò tutto ciò che si era tenuta dentro durante tutti quegli anni passati in campo profughi prima di ottenere un piccolo appartamento nelle case popolari di Trieste.
Le raccontò di quel giorno di dicembre, quando era passata in ufficio da suo marito, e come da allora si fosse messa contro di lui che organizzava le spedizioni nel Buiese per bastonare gli italiani, per farli fuggire in Italia, per confiscare i loro beni mobili e immobili. Stava tutto scritto nel naredenje, nell’ordine sulla scrivania, che lei aveva letto mentre lui era al telefono nell’altra stanza.
Da quel giorno le riuscì difficile amare come prima perfino il loro figlio Dino, che gli assomigliava tanto, così cagionevole di salute, così che lei doveva continuamente roteare una spada attorno al suo corpo affinché la malattia non osasse avvicinarglisi. E a suo marito diceva di essere sicura che lui ordinasse quelle cose contro gli italiani, perché credeva che quello fosse il suo zadatak, il suo compito, per un leale senso del dovere, non per odio contro gli italiani, altrimenti non avrebbe sposato un’italiana, e certo lui per primo ne era disgustato, perché, gli diceva Stella, dentro di te sei diverso, così gli diceva. Non vorrai diventare un aguzzino della nostra gente, uno che si rende frettolosamente disponibile al nuovo padrone, un padrone verso il quale dimostrare tutta la tua lealtà, perseguitando con efferatezza i tuoi conterranei. Così gli diceva. Era convinta che grazie alle sue parole il nodo oscuro che suo marito si portava dentro avrebbe saputo trovare la strada verso la superficie. Ma non mollava, lui era saldo, lui conosceva tutta quella reakcija, tutti i traditori del popolo. «Chi cercherà di colpire la grandezza della rivoluzione, pagherà con le bastonate, anche con la vita. Perfino l’intimità che c’è fra noi non mi farà aver compassione di te, se ti metti contro di me, perché per la reakcija non c'è pietà, e io ho dichiarato guerra agli italiani e alla loro storia. Se ti metti dalla parte loro, per me sei morta».
«Mi sembra di non afferrare bene...».
«Questo è un progetto al quale stiamo lavorando da secoli... Le cose che abbiamo preso l’impegno di eseguire per il Partito vengono fatte in forza di ragioni che tu non potrai mai capire. E il mio compito mi piace...».
Negli occhi le arse ancora per un attimo una scintilla di stupore, che subito si mutò in collera. Uscì dalla stanza, non aveva più niente da cercare lì. Era andata di corsa dai genitori in cerca di aiuto, per attraversare quel freddo e quella confusione in testa, perché intervenissero, e loro l’avevano cacciata via, non volevano più riconoscerla come figlia; che se ne andasse da casa loro, loro lavoravano per il potere popolare, suo padre faceva il guardiano in posta e sua madre era cuoca nella della caserma Musil.
Allora si era precipitata dai suoceri, gli aveva raccontato tutto: Ivo impartiva ordini per licenziare gli italiani, per organizzare razzie e azioni di intimidazione contro di loro. Mamma e papà si erano spaventati. Null’altro, solo paura. Paura di lei. Come se fosse affetta da qualche malattia contagiosa. L’avevano molto semplicemente chiamata «sporca fascista» e buttata fuori di casa perché non li contagiasse, e le avevano detto che in quel modo sabotava lo sforzo rivoluzionario postbellico, e rovinava la carriera del marito.
E così, sola, senza un’amica, ché fino a quel momento su marito e il suo bambino erano stati tutto il suo mondo, così sola come una cagna, se n’era uscita fuori dall’entusiasmo e dalla paura di tutta la famiglia, e tre mesi dopo s’era imbarcata sul Toscana stringendo la mano morbida e calda del suo piccoletto.
In campo profughi si era messa subito a preparare pannolini e bavaglioli su cui ricamava figurine che ballavano allegramente e facevano capriole. Non aveva smesso di credere di essere dalla parte della ragione, e soprattutto di aver fede nella propria forza di donna sola in attesa del secondo figlio. Palpita già in grembo come un cuore, sentiva lì la radice della vita fremere sulla punta delle sue dita. «Che il diavolo si porti questa tremenda beffa che la vita mi ha fatto», era stata la sua conclusione. E mia nonna aveva approvato.
Anna Maria Mori & Nelida Milani, Bora. Istria, il vento dell’esilio