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la cosa più incredibile di queste settimane è il sentimento incendiario e vitale di sentirsi nel posto giusto. il privilegio assoluto e inaspettato di essere riuscita a far andare le cose esattamente come volevo che andassero. perché no, non è vero che la vita è arbitraria e potrei vivere qui o altrove, io voglio vivere qui. c'ho perso il sonno per settimane, pianto per giorni ma poi ho capito: io voglio vivere qui.
life is chaos, love is pain.
torno verso casa, faccio un giro lungo perché una delle cose che amo di più è camminare tra le strade di questa piccola città . vedo poesia dappertutto. è facile avere la magia negli occhi quando hai paura di andartene.
è stato un anno faticoso, bello ma faticoso. ho resistito a lungo dentro un lavoro terribile, buono solo per pagare l'affitto. ho visto sgretolarsi un'idea di futuro nella quale credevo tanto e ho lasciato che il mio amore più grande si trasferisse in un'altra città . ma l'amore è anarchico e disordinato e ora mentre torno verso casa penso che sono esattamente dove dovrei essere.
non me ne frega niente del buon senso, mi interessa solo della nostra casa, il mio piccolo rifugio. vicino al fiume e affacciato alla piazza. dalla finestra vedo la funivia salire verso l'alto, leggo l'ennesimo libro di Carrere e accendo il computer per parlare con te, che da casa tua vedi tutto un altro tipo di magia.
il lavoro l'ho cambiato, per fortuna. contro ogni aspettativa sono tornata in museo, dove lavoro troppo e mi emoziono continuamente. a salvarmi sono: le amicizie maschili, andare al cinema da sola, pianificare vacanze che non posso permettermi, i libri usati e il sole che entra dalla finestra ogni mattina. scoprirsi complici di persone nuove, prendere un treno per venirti a trovare, una bottiglia di vino in due e qualche sigaretta.
è bello decidere ma puoi anche decidere di lasciarti influenzare, di accettare un consiglio o un suggerimento perché così ti gira, di non cristallizzare il flusso della vita fissandoti su qualcosa di assolutamente contingente come la tua volontà .

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today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern today I’m going to break the pattern
Bristol è una città del futuro.
non solo perché è così libera e multicolore da sembrare irreale, ma perché è stato facilissimo immaginare il nostro futuro lì. quanto è arbitraria la scelta di un posto dove vivere, siamo qui ma in fin dei conti non c'è niente che ci tiene fermi. siamo qui ma potremmo essere a Bristol, a Berlino o in qualche minuscolo paesino del Portogallo a vivere di niente. quante vite potremmo vivere e perché proprio questa.
siamo andati a un concerto di band della zona, tutte di Bristol e dintorni, una scena musicale grottesca e tenera. la prima cosa che ci chiedevano era: quali pronomi preferite. camminavamo per la città spavaldi e curiosi, io mi innamoravo di tutto.
dei negozi di dischi e libri usati, dei ristoranti mediorientali, del sole in faccia e di un leggendario coccodrillo nei canali. le birrette lungo il fiume, fumare una sigaretta in due, nascondersi nei musei e cercare i disegni di Banksy. capire come ha fatto Bristol a far nascere i Massive Attack e capirlo subito, senza bisogno che qualcuno ci spiegasse come o perché.
London is evil, Bristol is damned.
quasi un viaggio di pellegrinaggio musicale, sulle orme di, alla ricerca di qualcosa. un giorno abbiamo preso un autobus e siamo andati a Portishead, eravamo solo io e te, un bambino di quattro o cinque anni e sua nonna. il cielo grigio, l'umidità tagliente, sentirsi al confine del mondo e al confine di niente. ascoltavamo la musica in cuffia, poi ci siamo chiusi in un locale a mangiare fish and chips. a dreary home town dove morire di noia e inventare creare lasciarsi guidare.
qualche giorno fa siamo andati a sentire i Massive Attack, da allora li ascolto con avidità e ossessione, la stessa avidità e ossessione con la quale leggo articoli che li riguardano. non dormo molto bene, forse per il caldo, forse per il troppo lavoro, la terapia allora è ascoltare Paradise Circus e pensare alla camera dell'ostello in cui abbiamo dormito. a quella volta in cui siamo andati al cinema senza sapere quale film avremmo visto, alla casualità con cui ci facevamo guidare da Bristol e ci facciamo guidare ogni volta che viaggiamo insieme.
itinerari spontanei e baci sugli occhi, entriamo in quella macchinetta per le fototessere e facciamoci una foto, scegli quella via oppure quest'altra, stiamo bene in questa casa e in questa città o ci trasferiamo domani, tra un mese, tra un anno. il privilegio più grande è sentirsi così sicuri e solidi che davvero non importa.
Tra due persone accade che talvolta, molto raramente, nasca un mondo. Questo mondo è poi la loro patria, era comunque l’unica patria che eravamo disposti a riconoscere. Un minuscolo microcosmo, in cui ci si può sempre salvare dal mondo che crolla.
becoming and becoming and becoming

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there are things i wanna be that i already was
è sempre andata così: riesco a scrivere delle cose solo quando è trascorso del tempo da quando sono successe. il passato come tempo esistenziale preferito, quello che permette di vedere chiaramente, di prendere le distanze ed essere la versione più sincera di me stessa.
mi sono annotata alcune cose belle degli scorsi mesi: il jheenga karhai, mio piatto assolutamente preferito del ristorante indiano sotto casa. io che guido ascoltando la voce del padrone dall'inizio alla fine dall'inizio alla fine dall'inizio alla fine. tu che ti nascondi nell'incavo tra collo e spalla e il mio nuovo orologio da polso, con la foto di Yuri Gagarin stampata sopra. poi ho letto una recensione che diceva "ecco alcune foto dei piatti. ci dispiace essere costantemente sotto l'incantesimo di non avere nemmeno una foto degli edifici e del villaggio", ho sorriso.
ho avuto l'idea improbabile e inaspettata di seguire mia madre in una tre giorni sui colli piacentini. io e lei in auto, tra un agriturismo e l'altro, sulle orme di Annibale e gli elefanti. ma principalmente alla scoperta di paesi con tre quattro abitanti, nessuna connessione e strade impossibili dove guidare.
a un certo punto ci siamo fermate a pranzo in una trattoria trovata per caso, un posto magnifico e irreale con una temperatura percepita di trentasette gradi o più. in sottofondo il rumore delle automobili che passavano poco distante, seduti nei tavoli accanto a noi lavoratori in pausa pranzo. la propietaria, una signora piacentina di nome Nadia, con capelli corti e vestaglia, si aggirava tra i presenti e raccoglieva gli ordini che venivano poi comunicati - gridando - a chi stava lavorando in cucina.
ho mangiato un piatto di pisarei e faśö e mentre mangiavo mi innamoravo di tutto. sul bancone c'erano amuleti di vario tipo, dai nazar turchi ai corni napoletani. sulle pareti foto in bianco e nero accanto a piatti decorati con dervisci rotanti. un viaggio oltre i confini del tempo e dello spazio, un rifugio imprevisto in grado di superare i limiti imposti dalla geografia.
a un certo punto una cliente si è affacciata alla cucina e ha detto "ma’a salama", che è l'espressione araba per dire "arrivederci". cercate di capire: una signora piacentina di una certa età si affaccia nella cucina di una trattoria per salutare chi ci lavora con un'espressione araba. ora, io non so a cosa o a chi sarò fedele in questa vita, ma ha sicuramente a che fare con quello che c'era in quella trattoria.
"Rumore" is the Italian word for "noise," and it's also the name of a music magazine that started in Turin in 1992. I have its 325th issue in my hands. The cover is black, and the main article is dedicated to the unforgettable Manchester-based band Joy Division. Formed in 1976, the band made music history, but its story ended tragically when lead singer Ian Curtis committed suicide in 1980 at the age of 23.
I could write a lengthy essay about Joy Division's history and legacy, but I'm in London for a few days and can't miss visiting the Britannia Row Studios, where Joy Division recorded their second and final album, "Closer." The studios were originally built in 1975 by the rock band Pink Floyd and have hosted recordings by musical geniuses such as Björk, Pete Doherty, and, of course, Joy Division.
I'm on the Victoria Line, which runs from south London to northeast London. It's colored light blue on the Tube map and, by coincidence, is the same line that takes you to Brixton, the district where the "Thin White Duke" David Bowie grew up. An old woman with pink hair and a pretty unconventional pink scarf is sitting in front of me. Next to me, a young boy is engrossed in a fantasy book, probably spending his journey on another planet. I enjoy observing people and guessing who they are, what they do, and what they might think of me.
The metro has just arrived at Highbury & Islington station, and I need to get off. Britannia Row Studios is just one of the many places that make London a Mecca for musicians and artists. Can you imagine that The Beatles' "Abbey Road" album was recorded in this city? That Jimi Hendrix used to live here? Not to mention Sid Vicious, Eric Clapton, or Amy Winehouse.
It's a rainy day on Britannia Row Street. The sky is white and gray, and I can't think of a better place to be. Red-brick buildings everywhere, left-hand traffic, and then me: "phenomenal cosmic power in an itty-bitty living space." I know I'll find nothing more than an apartment building, as the Britannia Row Studios were sold to private investors a while back, but that's not the point. I've dreamt of coming to London since I was just a kid. I grew up in the smallest town ever, and boredom is probably the most suitable word to describe my teens. I've always wondered what it would be like to live in a lively, multicultural, and dynamic city, and now I'm here, in London, in front of a building that once was a record studio and now is just a house. A nice house, I have to admit, but still a house.
The truth is, I'm here in a residential district of London, contemplating one of the most ordinary buildings I've ever looked at. An unnecessary fanaticism that still makes me feel like I'm exactly where I want to be. Joy Division is playing their post-punk music in my headphones, and there's literally nobody around. I close my eyes and start dancing quietly. Suddenly, I'm back in the small bedroom of my family house, crying over a broken heart and trying to escape my unbearable hometown, while Ian Curtis sings: "and she gave away the secrets of her past / and said I've lost control again / and a voice that told her when and where to act / she said I've lost control again." I'm finally feeling at ease, not needing to dye my hair as an act of rebellion, not needing anger and self-sabotage. More important than escaping from myself is reacting and making things happen. I can make peace with my past and find my own imperfect way to everything I desire. London is my launch pad.
here to love and be loved, not to prove myself

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tre anni fa in questi giorni ero a Istanbul. me l'ha ricordato Google, mostrandomi foto di giornate piene di sole, gatti randagi e strade di cui non ricordo il nome. avevo imparato alcune parole in turco, quanto bastava per muoversi con disinvoltura tra la parte europea della città e quella asiatica.
la piccola stanza nella quale dormivo aveva una finestra molto grande, si vedevano i tetti delle case e i gabbiani volare. ricordo che lavoravo da remoto e sentivo di occupare una posizione di privilegio importantissima. a casa avevo lasciato le restrizioni della pandemia, le ansie, i malumori. in Turchia mi sentivo in un posto esotico e irreale, dove anche le cose più improbabili potevano succedere, cose che poi inevitabilmente succedevano.
un giorno io e Paula andammo a fare un giro con un suo amico turco. non ricordo come si chiamava, aveva i capelli ricci e la faccia stretta. era molto giovane, diciannove o vent'anni. visitammo una moschea, la Sultan Ahmet Camii, e fummo fermati da alcune persone che facevano parte di un'associazione religiosa. andammo tutti insieme nella loro sede, ci offrirono çaj e una copia del Corano, ne leggemmo alcune parti mentre nell'altra stanza una ragazza faceva lezione di pianoforte. un proselitismo di una delicatezza quasi piacevole. in ogni caso ce ne andammo tutti e tre - io, Paula e il suo amico turco - scettici e un po' inquieti.
la cosa che più mi colpì, e che ancora oggi ricordo come un momento fortissimo della mia esperienza in Turchia, è che dopo la visita alla moschea tornammo verso l'ostello e ci fermammo a bere un caffè in una stradina marginale. il locale era arredato in modo casuale, con cimeli di altre epoche e sedie di diversi colori e tipologie. la proprietaria, una signora che nei modi e nell'aspetto ricordava mia nonna materna, si offrì di leggerci i fondi del caffè. inutile dire l'accuratezza con la quale azzeccò alcuni aspetti di me che non poteva sapere.
a un certo punto all'interno del locale partì Here’s to You di Ennio Morricone e Joan Baez. non so dire con precisione gli elementi che resero quel momento così speciale, quello che so è che ancora oggi quando sento quella canzone visualizzo esattamente quel momento, in un modo del tutto tangibile e reale. posso toccare quella tazzina decorata, vedere Paula seduta di fronte a me e riconoscermi in un momento che sarà sempre e per sempre mio.