Il 14 febbraio 2009 usciva un disco destinato a fare la storia della musica italiana dei cosiddetti Anni Zero, “L'amore non è bello” di Dente. Il 14 febbraio 2012 è uscito invece un altro disco, di tutt'altra fattura e ispirazione, questo di Davide Iacono, aka VeiveCura, “Tutto è vanità”. Non sappiamo se la data sia stata scelta proprio per intercettare correnti di cabala propizie, certo è che - al di là della bellezza indiscussa di entrambi - le sonorità del disco del cantautore e musicista siciliano sono sicuramente lontane da tutto ciò che l'ottimo Giuseppe Peveri suo malgrado simboleggia, un'attitudine alla canzone d'autore a tratti senza spessore e velleitaria di tutta la (non a caso chiamata) “leva cantautoriale” degli ultimi anni.
Tutt'altra ispirazione caratterizza questo lavoro, dicevamo.
Qui siamo di fronte a un disco ricco e denso, e soprattutto lontano dalle mode. Ricco, perchè sono tanti i suoni che vanno a costituirne le composizioni, grazie alla molteplicità degli strumenti utilizzati e amalgamati con grande padronanza: dalla tromba al flicorno, dal trombone al violoncello e al flauto traverso, fino ad arrivare all'ottavino passando per gli inconsueti suoni della marimba e del bouzouki. Un disco decisamente orchestrale e raffinato come pochi se ne intravedono nel panorama pop italiano, che segue di due anni il primo disco di Veivecura, “Sic Volvere Parcus” con la novità – ben riuscita – dell'introduzione del cantato nella produzione di Davide Iacono: un cantato rarefatto e sussurato che non va a interrompere il flusso musicale, non lo disturba e non lo sovrasta, ma anzi sembra quasi completarlo, ricordando in qualche misura lo stile degli islandesi Sigur Ros, da più parti tirati fuori nel recensire questo lavoro, anche forse per l'uso del pianoforte, che in alcune momenti ricorda persino certe composioni di Ludovico Einaudi.
D'altronde quando si ascolta questo disco si ha come l'impressione di essere dentro un film, di avere a che fare con un novello Yann Tiersen tutto italiano, e lo scorrere del tempo accompagnato dai suoi suoni colora e vivifica l'esistenza stessa dell'ascoltatore. Un disco dai suoni sublimi, che riporta al centro di tutto la musica. Un inno alla musica con la M maiuscola, quella fatta di maestria, tecnica, ma anche passione, curiosità, varietà ma soprattutto devozione e amore per l'arte. Quella che spesso manca, quella che spesso ci fa perdere di vista di avere a che fare con l'arte. Tutto questo in salsa pop, accessibile, piacevole e non lezioso, che personalmente mi ha ricordato per l'orchestralità e la varietà di strumenti il Sufjan Stevens di Michigan e Illinoise, mutatis mutandis – sottraendo le incursioni del banjo e della tradizione folk americana tipiche del poliedrico musicista statunitense, laddove invece VeiveCura usa quella delle sue radici, quella siciliana, che fa capolino nell'uso del dialetto per la “Ciuri”.
Vi consigliamo quindi di tenere d'occhio questo talento italiano, che già in passato si è distinto prendendo parte al lavoro di Moltheni per il suo Ingrendiente Novus e che da tempo si confronta con realtà al di là dello stretto orticello nostrano, collaborando con artisti internazionali come gli Stead, Julia A. Noak e Jonas David, esibendosi su palchi di Belgio, Olanda e Repubblica Ceca.
Sperando di sentirne ancora parlare e aspettando l'uscita del suo primo video il 28 marzo, lo premiamo con il disco del mese (in corner) di marzo 2012.
Voto: 8
Brani: “Di Roccia”, “Delfini”, “Ciuri”
Parole: “Onde come dita sulle labbra/Maree di vanità/senza colpa/Che giravolta la dignità/il Delfino che nuota/senza posa/non abbocca ma nuota/e gioca”