Monsignor Igino Rogger
Questo è soltanto un piccolo tassello di quel mosaico che Rogger ci ha lasciato. Tessere multicolori fatte di consigli, scritti, ricerche, prese di posizione, azioni concrete, incontri che rimarranno nei cuori di molti. Certo la distanza veniva mantenuta, il Monsignore concedeva la propria amicizia a poche, selezionate, persone. È rimasto in questo senso un intellettuale aristocratico. Uno studioso di altri tempi la cui statura culturale sarà difficilmente raggiungibile qui da noi nei prossimi decenni. Molti ne hanno parlato in questi giorni: bisogna avere la memoria di quasi un secolo per capire l’incidenza che monsignor Rogger ha avuto nella storia trentina. Chi è giovane fatica a comprendere in pieno questa eredità: la comunità intera dovrà prendersi carico del mantenimento di questo ricordo.
Con Rogger se ne va anche un’idea di Chiesa. Una Chiesa che, forte di vocazioni numerose, poteva trovare nelle sue fila sacerdoti studiosi della capacità di monsignor Iginio che sicuramente non era il simbolo del parroco vicino alla gente o del pastore di anime. Il suo posto era la biblioteca, non l’oratorio. Per opposto si è avvicinata la sua figura a quella di un altro grande, don Dante Clauser: quest’ultimo cercava la verità sulla strada, il Monsignore nell’archivio; don Dante bussava alle stanze dei potenti, monsignor Rogger frequentava quelle stanze. Uomo di Dio e di potere, così è stato correttamente definito.
Rimane ancora qualcosa di questa Chiesa? Oppure si è svuotata dal di dentro come sono vuoti i conventi e i seminari? Le conquiste del Vaticano II, di cui anche Rogger è stato protagonista, non verranno meno, a partire dalla riconciliazione con gli ebrei e dal tentativo di un nuovo dialogo con la modernità. Si sa quanto Monsignore sia stato osteggiato dai suoi confratelli, intimoriti o invidiosi della sua spregiudicatezza creativa, della sua libertà di parola che a tratti veniva scambiata per spigolosità o addirittura per superbia: era invece davvero troppo avanti a tutti. È una coincidenza su cui riflettere il fatto che, mentre il Monsignore si spegneva inesorabilmente, nella cattedrale si celebrava in pompa magna il ricordo del Concilio di Trento con accenti che non gli sarebbero certamente piaciuti. Nel clero trentino il Monsignore avrà lo spazio che merita anche in futuro? Oppure l’agiografia cancellerà i suoi pregi e difetti, i suoi indiscutibili meriti? Ma sia la Chiesa di Rogger sia quella dei canonici del Duomo non c’è più.
Don Iginio è arrivato a vedere il pontificato di Francesco che, almeno nelle intenzioni (non sappiamo ancora le reali conseguenze concrete), segna una svolta nella direzione dell’umiltà, della povertà, della vicinanza al popolo. Sicuramente Monsignor Rogger rappresentava un altro tipo di Chiesa. Questa sì destinata al passato.
Resta da comprendere il ruolo di Rogger nella cultura trentina. Se n’è parlato tantissimo. Oggi però c’è qualcuno che potrebbe seguire il suo esempio? Oppure stiamo regredendo? Ripetiamo: le conquiste raggiunte anche grazie a don Iginio si conserveranno. Parte dei suoi sogni però non si sono realizzati. Per fare un solo esempio: il Corso Superiore di Scienze religiose si è per così dire “clericalizzato” e ha perso qualità; e questo non per demeriti dei singoli ma per una scelta che non possiamo non definire “politica”, condivisa in Vaticano ma anche in diocesi. Si è privilegiato il monopolio della cultura rispetto all’apertura laica sul sapere. Proprio di quell’apertura mentale e esistenziale, prima che intellettuale, Monsignor Rogger ha fatto la sua bandiera. Seguirlo in questo cammino di libertà sarebbe la maniera migliore per ricordarlo.
[Editoriale pubblicato sul Trentino del 14/02/2014]









