‘Non v'è rosa senza spine. Ma vi sono parecchie spine senza rose.’

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‘Non v'è rosa senza spine. Ma vi sono parecchie spine senza rose.’

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La vita e i sogni sono fogli di uno stesso libro. Leggerli in ordine è vivere, sfogliarli a caso è sognare.
Arthur Schopenhauer
Capitolo 2: Arthur Porcupine si presenta
<<La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra il dolore e la noia,
passando per l’intervallo fugace, e per di più illusorio, del piacere e della gioia.>>
Perché non fare una digressione durante l’attesa del bramato caffè? Quale momento peggiore per distorcere il tempo, allungarlo, e rendere questa vita un poco più sofferente?
Dunque, mi presento: Il mio nome è Arthur S. Porcupine e sì, sono io a raccontare questa storia. Ovviamente racconto in terza persona poiché rende il tutto molto più affascinante, misterioso. Al diavolo la modestia, posso parlare di me e dire quel che mi pare senza risultare vanesio. Ma probabilmente è qualcosa che avrei dovuto evitare di spiegare, che, come mio solito, ho spiegato lo stesso per motivi a me sconosciuti se non per l’intenso desiderio di farmi odiare da chicchessia.
Arthur Porcupine è uno pseudonimo. Sia mai che le elucubrazioni smodate ed inutili sulla mia decadente persona finiscano sotto gli occhi di persone a me circostanti, sia mai che possano ficcare il naso o rendersi conto di poterlo fare, sia mai, sia mai!
Perché proprio questo nome? Ovviamente per lo stimatissimo Arthur Schopenhauer e il suo dilemma del porcospino. Ma non annoierò il lettore con filosofeggianti agglomerati di parole casuali atte a far sembrare la mia persona una qualche entità pensante degna di nota. Lascerò che vi informiate, che cogliate le analogie fra le mie disgrazie e le sue. Tenete bene a mente che io sì, sono un porcospino, ma uno senza spine.
Sia messo agli atti che la mia pigrizia è artefice della mancata spiegazione, e che se anche mancate di informarvi, la vostra vita scorrerà lo stesso nella medesima direzione, alla medesima variabile velocità, nel medesimo miserabile modo.
Dunque, dicevo: Mi chiamo Arthur S. Porcupine, ed ho 29 anni. Ho passato con successo la crisi Cobain, o quasi. Ed ora mi appresto a raggiungere il traguardo Gesù. No, non ho la presunzione di ritenermi figlio di una qualche divinità, divinità stessa, messia, cose a caso prive di senso. Ci tenevo solo a dare qualche checkpoint di modo da non sentirmi perso nel lungo viaggio della disperazione, o vita (come gli altri di solito prediligono chiamarla).
Lavoro in una grande, grandissima azienda, di cui non farò il nome, ma che sono solito chiamare Impero Del Male, Aldilà, Eterna Condanna, Oltretomba, Regno Dei Morti, Inferi, Tartaro, Ade, Geenna (grazie Treccani) et similia. La vita stessa è come quest’ufficio! Credi di essere finito nell’antro più lugubre ed orrido dell’inferno ed invece è il mondo reale. La sofferenza, l’aria densa che appesantisce i polmoni, fatta di percezioni, di realtà opprimente. Angoscia che permea l’aria. Il nome di questo luogo è sinonimo di straziante dolore, è samsara con karma perennemente negativo. Ogni giorno sempre le stesse cose, ogni giorno gli stessi problemi. Ti mangia l’anima, risucchia la linfa vitale, ti trascini a casa consunto, esasperato, morente, pronto al ripetersi costante degli eventi.
Tutto ciò illumina la mia giornata di nero, nel senso più positivo del termine.
Ma cosa dicevo? Ah, già, mi chiamo Arthur S. Porcupine e la S. non ho idea per cosa stia, è che da quel senso di importanza, una parvenza di eleganza, un tono al tutto. Ho 29 anni, ma non nella mia testa. Età mentale oscillante dai puerili desideri alle senili necessità.
Mettiamo tutto nel mixer con un filo d’olio, inforniamo su teglia da forno precedentemente imburrata ed infarinata, 180 gradi per 30 minuti ed otterrete questo: una vera schifezza antropomorfa che racconta di sé non sforzandosi neppure di rendere la sua vita qualcosa di affascinante, ricca di avventura ed emozione. No. Narro della mia incapacità a fare del dannatissimo caffè.
Ottimo lavoro Arthur, davvero ottimo lavoro.
Commozione generale, applausi, sipario.
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Il dilemma del porcospino afferma che tanto più due esseri si avvicinano tra loro, molto più probabilmente si feriranno uno con l'altro. Ciò viene dall'idea che i porcospini possiedono aculei sulla propria schiena. Se si avvicinassero tra loro, i propri aculei finirebbero col ferire entrambi. Questo è in analogia con le relazioni tra due esseri umani. Se due persone iniziassero a prendersi cura e a fidarsi l'uno dell'altro, qualsiasi cosa spiacevole che accadesse ad uno di loro ferirebbe anche l'altro, e le incomprensioni tra i due potrebbero causare problemi ancora più grandi. Eppure i porcospini hanno bisogno di stare vicini per scaldarsi a vicenda. Da questa contraddizione nasce il dilemma!

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"La vita è un pendolo che oscilla tra il perdonare e il prenderselo in culo ancora una volta."
Michele Prencipe