Non so bene che cosa scrivere in una situazione del genere, non so nemmeno se dovrei farlo. Forse in un momento del genere sarebbe solamente cosa buona e giusta stare rispettosamente in silenzio e piangere la tragica scomparsa di uno dei volti principali del ciclismo italiano degli ultimi anni. Però se mi fermo un attimo e mi metto a pensare a quello che Michele Scarponi ha rappresentato nella mia per ora non lunga vita da appassionato di ciclismo, un'infinità di ricordi, emozioni e altre mille cose escono all'aperto a rendere onore all'Aquila di Filottrano, e quindi credo sia una buona cosa scrivere riguardo a quello che è successo stamattina.
Io non riesco ancora a crederci. Sembra tutto così dannatamente assurdo. Da quando seguo il ciclismo con serietà Michele Scarponi c'è sempre stato. Sempre nominato in corsa, a volte da capitano, altre da gregario di prima categoria, sempre intervistato dopo, perché quello che diceva non era mai scontato, era sincero, sempre autoironico ma comunque autorevole nelle sue affermazioni. Era una di quelle persone che incontri alla partenza e ti riserva sempre un sorriso, un selfie, un autografo. Michele era uno che metteva tutto se stesso in ogni sua pedalata, ogni sua affermazione e ogni suo autografo, e per questo mi ha sempre dato l'impressione che lo conoscessi veramente, come se fossimo vicini di casa, e non distanziati da tutto ciò che passa fra una telecamera e uno schermo televisivo. Michele sembrava una persona invincibile, non dal punto di vista ciclistico, ma dal punto di vista umano, sembrava una persona che non poteva andarsene via, non in questa maniera. Nemmeno una settimana fa aveva vinto la prima tappa del Tour of The Alps, che era terminato proprio venerdì e dal quale era appena tornato, e avrebbe affrontato il prossimo, e centesimo, Giro d'Italia da leader dell'Astana, visto l'infortunio di Fabio Aru, è proprio per il Giro si stava allenando quando un furgone oggi lo ha preso nei dintorni di casa sua, nell'entroterra marchigiano. Riguardare con il senno di poi la foto messa da Scarponi ieri sera con i suoi due piccoli gemelli è una scena veramente straziante. È questo che intendo quando parlo di invincibilità. Non sembra che niente possa turbare questa scena, perlomeno niente di brutto, sicuramente non questo.
Il ciclista è una specie rara, è una persona destinata alla sofferenza e che da essa riesce anzi a trovare piacere. Come aveva detto lo stesso Scarponi qualche tempo fa: "puoi dire di giocare a calcio, giocare a basket, giocare a tennis, ma non puoi dire di giocare al ciclismo". E nonostante tutte le grandi immagini che Michele Scarponi ci ha lasciato in questi anni come ciclista, dal disperato inseguimento a Contador nel Giro 2011 (poi finito nelle sue mani grazie alla squalifica del Pistolero), all'eccezionale lavoro i gregario svolto per Vincenzo Nibali in quel pazzesco Tour de France vinto dal siciliano, preferisco ricordarlo con questa frase, semplice, ironica ma tremendamente vera, come lui.
In fin dei conti, l'unica cosa che possiamo pensare per tirarci un po' su, come ha scritto Manuel Quinziato, è che sono più le volte che ci ha fatto ridere che quelle che ci ha fatto piangere.
Ciao Scarpa.